Carolina Carlone: ritratto di Alessandro… e forse di noi

Carolina Carlone, ALESSANDRO SPEAKS, Pazzini 2006

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Ci si può avvicinare a questo Alessandro, nel contesto di un cosmopolitismo cercato e voluto con la forza, con la volontà protesa verso l’utopia del nuovo mondo, e quindi verso la violenza della guerra, del rimescolamento delle lingue e dei popoli.
Il testo si pone in tenzone con due aspetti della conoscenza: funzione della parola – la sua luce e i suoi oscuri meandri -; il potere destinale della distruzione, e cioè l’entropia necessaria a tutti gli eventi prima di ogni loro eventuale rinascita. Alexandros parla a noi da un tempo postumo che non è quello del suo evangelion.

A voi
che non potete più seguire
nessuna lampara o stella
senza urtare
nel lato liquido e buio
della terra
p. 15

Mentre il suo è il tempo dell’eroe/freccia, proteso verso la realizzazione del proprio destino, il nostro è il tempo della ricerca e dello smarrimento, della parola privata del vuoto e del rischio. Le donne/oracolo che annunciano, giustificano l’utopia del verbum a farsi vessillo, scudo riflettente.
È nel riconoscimento di questa violenza della parola ad essere altro da sè l’origine del narciso che chiede di splendere nella breve corsa del cavallo, schiantandosi contro il suo stesso specchio.
L’io, dunque, si alza alto per sollevarsi dalla polvere, dalla Città degli uomini, dalle stesse Leggi. Nel delirio della vittoria, Alessandro celebra la gloria della propria morte. L’eroe, insomma, non sembra essere interessato a portare a compimento il volere del dio, ma chiede all’oracolo la conferma di una legge naturale, al di là del potere di ogni idolo.
Questo Alexandros è una figura ambigua nel suo splendere; l’eroe che celebra il tempo degli antichi eroi, ma anche l’uomo moderno che prende in mano la propria sorte interpretando i responsi come fossero “spot”.
La pitia che precede la battaglia annunciando a voce alta la realizzazione di un esito già scontato, ci dice che la parola è responsabilità e compimento del proprio tempo, nella possibilità del rischio e del pericolo.
Il destino si realizza abolendo ogni sillogismo, ogni ragionamento logico. Destino, per l’eroe, è l’accellerazione forzata verso ciò che prima o poi dovrà compiersi; non nel tempo rallentato della Storia, del quotidiano, ma in quello furioso della partita. La parola poetica è cronaca, sapendo bene che il rischio della distruzione può mostrarsi tutte le volte che il vecchio dio mostri l’orrenda bocca. Per realizzare il proprio destino bisogna, insomma, accellerarlo, prima dell’avvento di Crono.
Bellissima la presenza delle “altre”, queste sacerdotesse che parlano dietro le quinte, discoste dal loro dovere istituzionale, annunciatrici di un dovere di destini.
Parlano come donne moderne, coscienti dello scarto della frammentazione della parola, non più figlia delle convenzioni sociali condivise ma ormai permeata e trapassata in una terra di nessuno.
Alessandro, proclamandosi a voce alta, sembra annunciare in qualche modo anche il crepuscolo degli dei, mostrare la forma della città ideale e, infine, arrendersi alla Necessità che imprigiona uomini e dei, precipitandoli verso l’abisso dove dimorano i titani.

Sebastiano Aglieco

*
ALESSANDRO SPEAKS

Katoptron tou prosopou mou
Katoptron tou prosopou mou
Katoptron tou prosopou mou

Il tiaso dei soldati
batte le spade sugli scudi
a scandire un nome

Now
sono alle porte del mio tempo

Giunto come folata di vento
ragionamento o vertigine
a turbare veli e confini

Provando ogni lingua

E la resilienza
di chi oppone

Sono giunto al Tempio
con mani sporche di sapere

che gettano in pasto alla notte
ogni fiaccola
rovesciano le braci

e ti inseguono lungo i corridoi
del mio respiro nel mondo

Perché sappi
che anche questo corpo
che ora ti fruga

è appeso a ganci di macello
e gli fanno piegare il collo
e la testa di lato

non importa l’elmo

Lo sguardo è azzurro
ma suona una melodia nera

e tutto ciò che tu sei
e ora mi appare

è al-ta’ūm

e risale dai polpacci
come fossero scialuppe

Anche se la tua ostinazione
non si sporge
dalla torretta di una moira
che non ha dato un sigillo certo
per poterci riconoscere

Vivo
in cerchi non più perfetti
che hanno smarrito
ogni censura

Farò della corazza
uno specchio di rame

ti trascinerò
al centro del tuo fuoco

Sarò io srtesso
pizia

e accenderò auspici
nei tuoi capelli

Infilerò la tua lingua
là dove taci

Balbetterò

come una vecchia beghina
che biascica dal fondo
di una sacrestia

a labbra appena schiuse

Mentre I miei ufficiali
sorveglieranno asini e bambini
in una qualunque periferia
ripetendo gli ordini

e chiamandosi per nome

Ezra,
                                                       John

Katoptron tou prosopou mou
formula la domanda
Nou’

Riceverai curaro

da questo cielo
che cammina sul mondo
scuotendosi e straziando

E forse sarò io

a penzolare dal tuo carro

a braccia larghe
per sempre,
con lo sguardo bianco

 

***

Il blog di Carolina Carlone

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