Mario Moroni: Recitare le ceneri

Mario Moroni, Recitare le ceneri, Società Editrice Fiorentina 2015

“…una di quelle storie per le serate invernali, quando il dolore dei fatti è trasformato in immagini da offrire agli altri, ma non per rinnovare il proprio dolore. No, trasformare il dolore in immagini da offrire agli altri in modo che essi possano invece superare il loro dolore”, p.84.
È un passaggio tratto dalla lunga prosa finale che conclude il libro, dedicata a una terra di confine e di conquiste, il Maine. Racconti che emergono da memorie abissali, fissate in un quaderno per essere raccontate. Terra, quindi, il cui senso si lega a memoria ed epos, approdo e lontananza. E al ricordo della terra d’origine del poeta, la Maremma, – più che al ricordo, al senso della viandanza, tema assai comune in molte scritture di confine – .

Con le prime ombre della sera
scendo anch’io tra I sacchi di grano
che mi hanno rapito ogni volta,
attratto a quelle terre
che si chiamano Maremma,
fatte di dèi e di lutti,
dove tutto si scioglie e come te
anch’io ho iniziato il viaggio
tra milel partenze.
p. 16

Il testo appena citato, del resto, suggerisce anche l’attualizzazione di un’antica funzione utilitaristica della scrittura, e cioè la catarsi, il racconto come forma di superamento e approdo – un millimetro oltre – verso una terra che si riveste della sua verginità tutte le volte che dobbiamo rinominarla.
Ecco, allora, l’altro tassello: lo sguardo; le immagini da offrire agli altri – Si veda tutta la sezione “poesia della nascita”, in cui il progetto del figlio è descritto già dai suoi primi moti, percepiti in video durante la gestazione, “lì dove il sapere umano può evidenziare immagini” . .
E poi ancora le immagini televisive dell’11 settembre, avvenimento a cui è dedicata la sezione centrale del libro, “recitare le ceneri”. Sembra, leggendola, che il tema del lutto sia indissolubilmente legato a quello della teatralizzazione del dolore – ancora la catarsi, dunque – qui espressamente suggerita dal richiamo alla recita, che a me piace intendere nel senso originale del termine, “appello delle persone”; un richiamo all’esserci comunque, evocati nello spazio comune dell’esperienza umana, fondata, dopotutto, su pochissime elementari ricorrenze riproducibili come modelli ogni volta che si realizza la presenza del bios prima, che questo si tramuti in cenere.
La cancellazione del corpo vivo e pulsante avviene in forma di prologo, nella contemplazione di uno spazio vuoto apparso dopo il diluvio, dopo le grandi piogge; una forma del quietarsi, immagini di attese, di contemplazioni serali:

“la curiosità dell’ospite / che segna i propri passi / e lascia impronte sulla sabbia.// È l’ora del passeggero anonimo / che sosta dentro il proprio sogno.”, p.16.
È già quel Maine richiamato nelle pagine finali, in fondo, la terra dell’esilio e delle scoperte che abitiamo in uno spazio tutto nostro, discosto, nella veglia, prima del sonno e dei segni e in cui possiamo immaginare che nulla sia veramente accaduto di tutto ciò che ci ha feriti e che persino le perdite possano avere un senso nella possibilità del racconto, scritto sulla pagina di un quaderno o su una lastra fotografica, non importa.
Persino sulla superficie grigiastra della cenere possono ancora affiorare frammenti di noi che il fuoco non è riuscito del tutto a consumare, riconsegnandoci, in forma di frammento, alla pietà o all’indifferenza di tutti.

Sempre più a sud
mi spingono queste vaghe onde,
rimandato oltre confine,
di sotto e di sopra e nel tempo
che trascorre in attesa,
come se tu fossi già arrivato,
non ancora arrivato,
fino a che mi siedo
infine, dopo la fine,
dopo che le poche monete del tramonto
hanno mostrato le loro facce alla luna.
p. 22

Sebastiano Aglieco

 

 

 

 

 

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