Alessandro Corradino annota “Vangelo elementare”, di Gianluca Furnari.

Ripubblico l’intervento di Alessandro Corradino perché, nella precedente versione, l’autore mi ha segnalato dei problemi di formattazione e di impaginazione. Spero che adesso il testo sia corretto. 


Gianluca Furnari, VANGELO ELEMENTARE, Raffaelli 2015
di Alessandro Corradino
vangelo_elementare
IL SACRO DENTRO LA STORIA

L´anno scorso è uscito da Raffaelli Vangelo Elementare, opera prima di un giovane poeta siciliano, Gianluca Furnari.
La raccolta si divide in quattro sezioni, la prima delle quali porta per titolo Imperfetto ludico ed è composta di tredici poesie. La prima poesia indica subito al lettore il segno distintivo dentro il quale ruotano tutte le altre. I primi due versi dicono: “Il primo appuntamento fu alla luce / nell’ora della luce”.
Una delle forme dominanti in tutta la raccolta è l´ossimoro (lo svegliarci l´un l´altro – / divisi da ogni cosa – in ogni cosa). Dietro versi come questi esiste, probabilmente, un´immagine ben precisa che si fonda su una contraddizione (apparente) dove unità e divisione convivono. Questa convivenza di anime e di senso conosce anche la divisione e la separatezza dalla realtà. Sebbene però le cose vivano nella realtà, questa, per il poeta, non è solo ciò che si vede. Esiste anche una realtà che per essere vista non bastano solo gli occhi. Gli occhi devono anche saper cantare “a dare un verso / più giusto al dissiparsi dello spazio”, (III). Nello spazio della solitudine il tu è anche visto come un ostacolo laddove non favorisca il senso dello stare insieme, pacificamente, laddove il tu diventa chiacchiera e perdizione. Ma si è già perduti: “Persino noi siamo caduti / su banchine affollate, nella trappola / di un altro corpo umano – siamo stati / vivi persino noi – per distrazione / o troppo amore, (VI).
Questi versi, di una semplicità linguistica disarmante, sono tuttavia difficili in quanto fanno letteralmente a pezzi la logica: si cade perché siamo stati vivi. Ma di quale vita sta parlando il poeta? Forse di quella che nasce, appunto, “nella trappola di un altro corpo umano”? Pare che per il poeta l´inferno è dato dall’impossibilità dell’unione tra il noi e l’oggetto amato (ci sarebbe da capire se questa impossibilità sia congenita all’essere o riguardante solo quei corpi che hanno dimenticato d’avere un´anima, di essere solo materia che si riproduce e basta).
Il punto riguarda anche l´impossibilità di essere veramente liberi nell’amore. Questo, presumo, non vuol dire che il poeta non creda a questa terra, anzi è proprio il contrario: il poeta crede solo a questa terra, ma non crede a quegli uomini che, perdendo il senso del sacro, hanno ridotto questo mondo a una lotta continua per la semplice sopravvivenza e per l´inutile.
Si capisce, allora, che il discorso poetico di Furnari si muove sempre almeno su due piani: quello storico e quello mitico. Nel primo caso il canto si fa rivolta; nel secondo, cioè dal punto di vista del mito, “Trascinavamo i nostri corpi chiari / temendo che fuggissero all´alba”, (VII).
Ora, il secondo livello (mitico e infantile), non rappresenta una finzione: si legga tutta la poesia VI, a pag. 18, e, soprattutto, quella, una delle più belle della raccolta, a pag. 22: “eppure sugli stagni / dove ci fermavamo nei mattini / intesi al freddo delle rive / qualcosa insorgeva, quasi un´anima / improvvisa, sommersa”. Allora non si dovranno chiudere gli occhi a quella lontana verità che il mondo ha sepolta. Non si tratta di sentire il corpo come peso, ma di saperlo gestire nella sua totalità. Bisognerà “rifare il cammino” nonostante “l´impervio resistere dell’aria”,(XI). Il carattere illusorio e ludico non esiste nel Vangelo Elementare se non nel titolo della prima sezione (e forse nemmeno lì): ce lo dicono molti versi, compresi quelli che chiudono la poesia VI. La voce che canta è quella di un´anima che è riuscita a disincarnarsi ma senza uscire radicalmente dalla Storia; infatti la cosa sorprendente è che questa voce invasata inizia sempre il canto da un dato reale, ma visto da una diversa prospettiva. Insomma, già nella prima sezione il poeta ci pone di fronte a un contrasto, quello tra corpo e anima. E’ da questo contrasto che inizia la seconda sezione:
che ha per titolo Quarta Vigilia Noctis e che comprende dodici poesie.

*

Tutta la seconda sezione della raccolta parla della morte. Siamo gettati dentro un dramma, dove, inevitabilmente, la morte fa la sua comparsa; e, quindi, il dolore. E’ da questo dolore che è possibile un nuovo inizio, un cammino di conoscenza di sé e del mondo. E` assente ogni consolazione. Nella prima sezione certi temi erano ancora a uno stato, come dire, di grazia: luce, parola, canto. Qui, invece, accanto alla grazia, esiste il senso della perdita e della morte che non vengono però subiti ma diventano canto e memoria. Anche nell’ultimo dirottamento c´è una forma di luce, di chiarezza: “Ma ci era chiaro, infine, / il nostro e il tuo destino, il pomeriggio / che dovevamo attuare le parabole, / allinearle, provarne la tenuta”,(XIV).
Il poeta, di fronte a un evento terribile come la morte del padre, ha utilizzato un modello simbolico perché ha voluto trasformare un fatto privato in qualcosa di oggettivo e, nello stesso tempo, c´è da presumere, per contenere il proprio dolore dividendolo con gli altri. Anche qui si è fuori da ogni allegoria, e dentro il simbolo. Nella dimensione della morte il poeta avverte che la vita non è ancora finita e “che il sole era esistito / soltanto dentro il gioco”,(XV), (in forma di domanda). Se allora nella prima sezione avevamo sentito l´esplosione della luce, ora siamo di fronte al buio; per il poeta, però, il buio non coincide affatto con il nulla ma con la possibilità (“se mai nel buio ci si aprisse un varco”) e con la perdita che, resa cosciente (elaborazione del lutto avrebbe detto Freud), permette non solo la trasformazione di sé ma anche del proprio rapporto con gli altri.
E’ proprio da quella relazione che viene fuori il Noi. Oltre alla luce, (e al buio) evidentissima è la presenza dell’elemento acqua. Anche in questo caso non c´è una risoluzione, ma ancora una volta la sineciosi: “Avevamo capito che era l´acqua ad averti infettato, ma la faccia / dell’acqua è in movimento, / il suo indirizzo è dove siamo nati.”, (XVI).
In riferimento alla poesia XVI, Furnari mi dice:

“Nella poesia XVI l´acqua è quasi personificata, secondo un uso poetico di antropomorfizzazione di elementi naturali che ho forse mutuato da Bonnefoy: essa è un elemento comune, quotidiano, che ci portiamo nel corpo e che generalmente associamo alla vita; tanto più, per questa ragione, la sua improvvisa ‘ostilità’ appare perturbante”.

La relazione tra la morte e la vita è sentita dal poeta con partecipazione e dovere, cosicché i vivi potranno restituire gli amori che avevano ricevuto “già vissuti”, (XVIII).Questo significa, tra le altre cose, un legame inscindibile tra la morte e la vita dove la morte trasmette, ineluttabilmente, un senso alla vita, non solo come conquista personale, ma, soprattutto, come morale d´azione concreta verso gli altri. La solidarietà e la partecipazione sono le cifre di una possibilità reale di poterla sentire la vita, anche dove essa si porta il male e la malattia. Da questa situazione di dolore, (soggettivo e oggettivo) il poeta non giunge a un pensiero di negatività, che avrebbe semplicemente il valore di un’impossibilità a essere e a vivere.
Nella poesia XXIV, l´ultimo verso è: “E non vuole saperne di salvarci”, sul quale Furnari così commenta:

“Quel che la poesia dichiara è questo: è facile dimenticare il volto della malattia, perché il tempo aggredisce i cattivi ricordi e risparmia solo quelli dolci; ma quanto più dolore viene dall’immagine del volto sano, del volto felice (dantescamente è un ‘ricordarsi del tempo felice / ne la miseria’)! È quella la memoria davvero straziante, l’immagine di beatitudine che si associa all’estremo dolore, alla crocifissione. Quel volto sano è un Cristo crocifisso che tuttavia – benché invocato – non promette alcuna salvezza”.

*

Il passaggio a un senso da costruire, alla possibilità di essere e di vivere, nonostante il dolore e il male, si avverte nella terza sezione che porta per titolo Non bastavano i giorni, (otto poesie).
La terza sezione è la riuscita del canto. Nonostante “i sintomi dell’acqua”, “le parole prese nella rete”, (XXVI). Una fioritura che appare, nella sua apparente casualità, giusta e necessaria. Una fioritura che si nutre di segni che un tempo erano difficili da interpretare ma che, ora, assumono un senso del quale la parola si fa carico. – Dietro la parola esistevano già uno stato d´animo e un destino “e le morti incessanti, inconfessate”, (XXIX) –
Nella poesia XXVII è forte l´effetto straniante di quel “se” (ricorrente ben quattro volte) che, mentre pare dare un senso particolare, tuttavia lo ritratta, non per negarlo ma (lo abbiamo visto più volte) perché quel senso viene percepito nella sua ambiguità e ambiguo rimane. Se da una parte quella “luce appena umana” piange la sua altezza, dall’altra si tratta di una luce che ha qualcosa di umano, “se poi morivi sulle nostre bocche”. Riguardo il testo della poesia XXIX, alla mia domanda se viene superato il contrasto corpo-spirito, Furnari risponde:

“Quanto alla dicotomia corpo-spirito, essa è superata in quanto ‘opposizione’ poiché il sentimento dominante della sezione è l’ardimento, la volontà di sacrificare corpo e spirito insieme. O un desiderio di consacrare la totalità dell’essere a un’impresa alta di affermazione di sé e di apertura al mondo. Se si tratti di un’armonia oggettiva o di un ‘sussulto interiore’, non saprei dirlo. Probabilmente è il sussulto interiore che prelude a un’armonia oggettiva”.

L´utilizzo del sogno è fecondissimo in tutto il Vangelo elementare; pare, addirittura, che tutta la silloge sia stata sognata e poi scritta; “ma le parole giuste non quadravano / fuori dal sogno: noi le guardavamo / negli occhi, le seppellivamo vive”, (XXX). Anche in questa sezione ritorna l´elemento acqua, ancora una volta con valenza negativa, questa volta, però, superata: “Ma oltre i campi allagati, ai primi freddi, / sapevamo un sentiero degli ulivi / impraticato, nostro, / cinto da un vento assiduo, / che l´acqua non poteva sospettare”, ((XXXI). Questi cinque versi chiudono la poesia XXXI e rappresentano, probabilmente, il cuore di questa sezione e di tutto il libro.
Emerge la lotta più dura, combattere contro il buio attraverso le voci “snudate” del canto (XXXII), voci di corpi esili (“sottili” che mi ha portato alla mente la parola h(ostia)…), di corpi che portano “le stigmate” come segno di devozione al creato, XXXIII).

*

L´ultima sezione ha per titolo La parola non nuova, (quattro poesie).
C´è subito, (e ancora) “la valenza”, quella fedeltà legata non a atti di fede ma alla consapevolezza ardente del proprio viaggio: “Di quella morte che ci schianta a caso, / di quella rabbia che ci ottunde il sonno / torneranno le notti a vendicarci”, (XXXIV). Se le prime tre sezioni erano dominate dal passato remoto e dall´imperfetto, qui abbiamo il futuro. E´ sarà il tempo della “parola non nuova”, sentita e vissuta dentro la propria carne attraverso il canto. Sarà un canto a chiarire il mondo. In questi versi non c´e` mai del sentimentalismo, appena il poeta sente di cadere in questo rischio, subito si rialza con sguardo fiero: “ma fissando il collasso, congelando / noi stessi dentro l´opera di luce”, (XXXV). Sembra che la fiducia nella parola da parte di Furnari sia estrema. Sembra che la fede di Furnari, sia, appunto fede alla parola “che chiuderà le porte ad ogni evento”, “la parola sotto cui riposi / l´umanità sedata”, (XXXVI). La parola “non alta” che sappia dire il mondo.

*

Per una sintesi provvisoria.

I
C´è in Vangelo elementare un fecondo paradosso: l´assenza di mimesi come rispecchiamento della realtà. La realtà del Vangelo di Furnari non solo è in continuo divenire, ma presenta aspetti oscuri che la semplice mimesi non basta. Da qui il recupero del sogno. La realtà da cui prende le mosse l´intera raccolta è la comunità, il noi, il rapporto tra soggetto e mondo (questa comunità, forse, in Vangelo elementare, è ancora più estesa e comprende sia l´Io-Mondo che la Natura).
La relazione, poeticamente, avviene in due modi: da una parte attraverso l´antropomorfizzazione (“Avevamo capito che era l´acqua ad averti infettato, ma la faccia / dell’acqua è in movimento, / il suo indirizzo è dove siamo nati”, (XVI); dall’altra, nonostante il tono evangelico, per mezzo di una visione non soprannaturale del mondo. Aggiungiamo anche, come si diceva, l´elemento onirico e non cosciente.
Queste componenti emergono dal senso di comunità che comporta, a sua volta, anima, senso etico e mistico. Questa relazionalità multipla non è poeticizzata attraverso l´allegoria ma attraverso la sacralità del simbolo. E´ attraverso quest’ultima dimensione che Vangelo elementare traccia una realtà non sensibile, apparentemente irrazionale, ambigua. Se l´allegoria usa la categoria della finzione per ammettere l´irrealtà, il simbolo procede diversamente: esclude i dati reali a favore di una conoscenza d´una realtà più profonda, oltre il semplice dato sensibile, oltre “la trappola dei corpi”.
Se l´allegoria procede per opposizioni, il simbolo opera per mezzo dell’unificazione dei contrari o, comunque, per mezzo di un processo poetico in cui, ad esempio, l´acqua può essere sia benefica sia malefica, pur restando sempre acqua. E quando viene istituito un rapporto fra due eventi, il simbolo li separa dal tempo, pur essendo essi nel tempo. Li separa perché il poeta (consciamente o meno) intuisce tra i due eventi qualcosa che li supera.
E se Vangelo elementare si presenta come Vangelo degli elementi-terrestri alle origini dei tempi, (o dopo l´ultima catastrofe?) ciò avviene non attraverso allegorie, lo ribadiamo, ma attraverso l´autonomia poetica del simbolo, attraverso non dei concetti, ma delle immagini, immagini potentemente legate all’energia delle forze naturali, sia quando esse sono buone, sia quando sono oscure e distruttrici. E se l´allegoria procede sotto il controllo della coscienza, nella nascita del simbolo, il poeta può procedere anche inconsciamente. L´inconscio non come evasione, ma come strumento per entrare nel caos della propria soggettività e scoprirvi qualcos’altro, l´Altro, la Storia.
Il simbolo ha anche una relazione stretta con la nevrosi ossessiva: il soggetto poetico, operando per mezzo dell’azione simbolica, una catarsi, scopre il noi e lo scopre non come semplice ideale ma come realtà storica e come azione.

II
Perché Vangelo elementare? Non c´è dubbio che tutta la silloge si porta dentro simboli religiosi e anche parabole evangeliche. Ma non credo si tratti di visione cristiana, se non altro perché Cristo non salva. Pensando agli elementi terrestri, ai quattro elementi, forse è un Vangelo prima dei Vangeli, un Vangelo primitivo, arcaico. Non c´è nessun dogma. E´, allora, una religiosità vissuta dentro un´anima, ma totalmente fuori dai Vangeli canonici; l´elemento simbolico percorre tutta la raccolta e il simbolo vive nella realtà, si nutre della realtà. Non assistiamo a nessuna forma di allegoria e ogni fatto è vivo d´esperienza e di memoria. Il simbolo è necessario per “tradurre” in immagine e in poesia una materia che altrimenti non avrebbe potuto acquistare quella specifica forma che rende Vangelo Elementare poesia e canto. Se in alcuni versi, come si è detto, l´anima si disincarna, lo fa per recuperare una dimensione di sacralità ormai (quasi) perduta; non credendo al dualismo della mente, l´anima si fa corpo “sottile” per rientrare di nuovo nella Storia. Peraltro, se il canto si fa “rivolta”, ciò non può che avvenire nella dimensione storica. Ma non c´è eroismo in tutto questo, più semplicemente la volontà di vivere, il coraggio di vivere, (se sarà rivolta, sarà la rivolta umile dei “sommessi”).

Vorrei concludere queste annotazioni provvisorie riportando quanto scritto da Furnari (che ringrazio di cuore) in una nota privata:

“Se il canto sia un approdo, o non piuttosto una ‘facoltà-guida’, è questione volutamente aperta, così come quella che riguarda la valenza religiosa, cristiana dell’intera silloge. La quale vuole essere una testimonianza di vita coraggiosa, ma proprio per questo umile nei suoi intenti; uno ‘specchio’ in cui lo spirito del lettore possa riflettere esperienze e conquiste intime. Insomma: ‘Vale la pena rifare il cammino tra l’eco e il canto / finché l’origine dell’eco ci innamora, / se pure non c’è canto in fondo all’eco / se il canto è quell’impervio resistere dell’aria’. Ciò che conta è che ‘valga la pena’: questo semplice messaggio la vita ha voluto insegnarmi.”

*

Si scelgono dalla raccolta quattro poesie, una per ogni sezione:

Da Imperfetto ludico:

I
Il primo appuntamento fu alla luce
nell’ora della luce:

fu in quello spazio pieno
la coagulazione delle voci,
lo svegliarci l’un l’altro –
divisi da ogni cosa – in ogni cosa,
a una stessa distanza da ogni cosa;

il nostro primo nascere (il vedere)
fu quel manifestarci nella luce
in nome della luce.

*

Da Quarta vigilia noctis:

XVII
Ti piangevamo, padre, nella stanza
dove già ti avevamo pianto vivo
nelle ore del tormento
(benché docile, allora, e senza fede,
per noi trovassi termini d’amore);

ti piangevamo nella stessa stanza,
se mai nel buio ci si aprisse un varco
da pianto a pianto, se ci desse il pianto
di tornare a quel te docile e stanco,
a quel te senza fede –
allora, in sogno,
forse creavi il dio che ti ha graziato.

*

Da Non bastavano i giorni:

XXXI
L’acqua era ovunque, sordida, battente:
l’avevano annunciata nella notte
le bocche adolescenti
dell’abbeveratoio tracimato.

Alcuni già l’avevano sentita
aprirsi come un pozzo
nel proprio corpo: l’acqua li ammalava,
non lasciava ferite,
in pochi giorni uscivano di vita.

Ma oltre i campi allagati, ai primi freddi,
sapevamo un sentiero degli ulivi
impraticato, nostro,
cinto da un vento assiduo,
che l’acqua non poteva sospettare.

*

Da  La parola non nuova:

XXXV

Occorreranno tecnici del canto
quando ogni altro mestiere avrà? fallito,
profili certi, competenze liriche
per rimettere a nuovo la sostanza –

cosi? risponderemo noi all’annuncio,
ridaremo contegno ad ogni cosa
prima di seppellirla – neve, amori,
parole – lasceremo
il mondo dopo averlo fatto lucido;

ma fissando il collasso, congelando
noi stessi dentro l’opera di luce.

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