Marco Munaro: poesia come grazia trattenuta

Marco Munaro, BERENICE, Il ponte del sale 2014

berenice001Berenice forse non esiste, dichiara Marco Munaro nella premessa; è dunque una di quelle voci che prendono forma per desiderio e assenza, evocate a seconda delle facoltà assolutorie o demoniache di loro attinenza, a volte attingendo allo sterminato repertorio simbolico della specie, altre volte da un personale inventario spirituale – si pensi, fra tutte, alla Silvia di Leopardi, ma non può essere taciuta l’Astarte del Manfred, la bellissima dama di Blok, la Gradiva che incede con passo lesto del romanzo di Wihelm Jensen -.
Sono figure a volte indissolubilmente legate allo stato materico di loro pertinenza – i cinque elementi – altre volte transitorie e sfuggenti, capaci di migrare con aspetti e nomi diversi, ambigue nel loro incessante velarsi e svelarsi.
Gianfranco Maretti Tregiardini, in una nota, amplifica l’idea che questa Berenice possa identificarsi con la Poesia, “furia e resa. Remote, oscure le sue origini quand’era allevata a latte e Muse”. Sarebbe, dunque, forza ctonia, ora, però, tra le pagine di questo libro, in aspetto di costellazione. Del resto ogni proiezione numinosa sulla volta celeste è definitiva archiviazione di forze in movimento, fotografate dopo il loro sommuovere le ragioni dell’essere e della parola; improvvisamente appaiono per vocazione, e/vocano, rimandano, le ragioni del nostro bisogno di essere ri/conosciuti, proiettati, in uno spazio esterno, in immagini più grandi di noi.
L’espressione Berenice forse non esiste, allora, non attesta un’assenza ma la condizione di un travaso: dalle ragioni terragne delle origini, a quelle destinali dell’assenza, a pochi passi dalla nostra definitiva scomparsa.
È chiaro, però, che questo procedere non è un vero procedere, ma un continuo non ritorno; nel senso che l’essere rimane bloccato nel transeunte. La poesia, allora, scaturita dal mistero del non essere, dall’attesa, fiorita nella terra del nostro esilio, appare e scompare con la stessa forza e fragilità delle costellazioni, delle materie costrette a rigenerarsi per celebrare la vita.
Così, a partire dal primo testo che apre la raccolta, si assiste al viaggio delle “foglie di quercia vallonea”, lasciate a seccare, dice Marco Munaro, “sul cruscotto della mia auto … raccolte nel Salento e … guardate per tutta l’estate, l’autunno e l’inverno…”.
Queste foglie, osservate, elaborate, slavate, macinate nel corso dell’incedere delle stagioni, sembrano tramite di una voce che agisce la condizione di ogni individuo, (“e tu che dentro ti aggiri e porti un silenzio / là nello specchio profondo”); una voce che, per suggestione, e forse per sottilissima vocazione simbolica, non può che rimandare all’oracolo di Zeus, a Dodona, e allo stormire delle fronde per opera del dio.
Del resto, questa voce salvifica che attraversa tutta la raccolta, “una ragazza che forse non esiste mi ha salvato”, ha a che fare col frammento gnomico, suggerito, sussurrato, da schiudere al senso; ma anche con la Storia, il tempo della rivelazione, e con la Fortuna, la dea interrogata per la salvezza.
L’azzurro grigio della copertina evoca, in effetti, un cielo cinereo ed evanescente su cui si stagliano le immagini della Fortuna e dell’Autore, una miniatura del 1410. La Fortuna appare in forma di fanciulla con gli occhi bendati, circondata da una ruota di braccia; solo una mano tocca il supporto per scrivere di un monaco seduto su uno scranno, mentre altre due braccia della donna reggono, in posizione frontale, un mantello.
Siamo, quindi, di fronte all’indicazione di un destino – della parola e del suo autore  – dipendente dall’irruzione e quindi dall’accoglienza; esperienza fortemente compromessa dal rischio della perdita, dal dominio del frammento iperuranio, inimmaginabile e scostante, che non può avere senso.
Del resto, la citazione dell’unico frammento giunto fino a noi dell’opera di Cornelio Gallo, posta ad apertura, “Uno tellures dividit amne duas“, è da interpretare, forse, come il rischio di una separazione, di una scheggia di senso isolato nell’economia di un lavoro, quello dell’artista, che non può fare a meno del passaggio dal magma delle origini fino alla restituzione di un senso ultimo e più maturo. Questo travaso della sostanza abrupta, terragna, verso l’elemento iperuranio, è un tema che attraversa tutto il libro a partire da una dichiarazione finale di poetica:

Con questa luce viene la poesia
che ha generato il mondo
e io la scrivo su questa punta macedone
sulla sabbia
La dedico
al giglio delle risorgive
marinaio muto e felice
fiorito a pochi passi dal sale.

p.66

Siamo di fronte a un doppio paesaggio di luce e ombra, l’uno in funzione dell’altro:

Torrente

Ornielli, spaccasassi. Fanno
macchia, fanno le ombre quiete.
Gli amici ridono vento.

L’acqua corre scava s’avvalla
scende.
I massi asciutti si stacca-
no.

Il mare non è lontano.

Gli animali escono sul sentiero
meravigliati

p. 64

La parola sembra affacciarsi su una soglia; tra la realtà della luce e l’ombra si trova il poeta a cogliere il passaggio di questo travaso, probabilmente egli stesso colto da un desiderio di metamorfosi.

Mi hai visto. Cadevo e ricadevo
e mi risvegliavo in un letto
quasi vicino a te
bambino
poi vecchio poi ragazzo sconsolato

p. 60

Come si vede, questo può avvenire solo nel tempo della Storia – bambino, ragazzo, vecchio – anche se si tratta, mi sembra, di una storia che non si radica in alcuna certezza ma che procede parallela, col tempo distonico del sogno, tra il desiderio di essere salvati e quello di rimanere distanti, almeno nella distanza minima dell’attesa.
Chi scrive, in effetti, si trova nella doppia condizione del compito – l’artista deve creare forme, immaginare, che è altra cosa del fantasticare – e in quella dell’obolo da pagare al dio misterioso che abita la parola – o che ci abita attraverso la parola, non lo sappiamo -.
Una chiave per entrare nella poesia di Marco Munaro, è considerare i pegni che essa deve allo “splendore” simbolista, anche nelle varianti di un certo stilnovismo di area anglosassone, o del liberty più maturo. Non per ultimo, si avverte in questo libro, un classicismo capace di bloccare il movimento delle variazioni sensoriali in bassorilievi – valga l’utilizzo di colori abbinati in contrasto, con rimandi a contesti culturali e artistici riconoscibili -.
Parola che ha imparato a dire per e/vocazione di simboli concretissimi; e in genere si tratta di oggetti e di anime incontrati durante il viaggio, quindi in una condizione di viandanza in cui le materie numinose si incontrano con quelle che non riflettono la luce ma la trattengono.
“Smalto sangue”: un verso che evoca altri smalti e cammei, ma qui graffiati nel corso del cammino: – “Avevo potuto scrivere versi così innocenti / perché avevo chiuso gli occhi // ora ricordo di averli spalancati / smalto sangue / e di aver colorato e scritto / graffiando”, p. 56.
Sinestesìe profonde che si concretizzano sotto la volta di un portico sonoro, dicevo in un altro scritto, un grembo che accoglie la totalità dell’esperienza della parola poetica, imparentata con tutte le altre arti, con un sentire più vasto che non ci appartiene del tutto e in una condizione che precede la parola; perché la parola, prima di essere scritta, è essa stessa materia oscura che abita il mondo.
La condizione della comprensione è dunque uno stato complesso nella poesia di Marco Munaro, perché egli, quando incontra le cose, non le incontra solo nel tempo della loro storia, ma anche negli altri tempi paralleli in cui sono state altre cose e poi misteriosamente sono giunte a noi per essere salvate da una parola di grazia.
E dunque forse è possibile avanzare l’ipotesi che questa Berenice, espressione della pioggia che cade leggera, in contrapposizione alla pioggia torrenziale di Orione, sia la stessa grazia che Rilke descrive nella decima elegia, pioggia leggera fatta cadere sugli umani come benedizione, come promessa di salvezza: “E noi, che pensiamo alla felicità / come ascesi, avremmo l’emozione, / che quasi sgomenta, / di una cosa felice cadendo”.

Sebastiano Aglieco

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...