Gianfranco Lauretano: grazie di tutto quello che non ho capito

Gianfranco Lauretano, DI UNA NOTTE MORENTE, Raffaelli 2016

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Gianfranco Lauretano continua a raccontare la sua terra – lui stesso nella sua terra – in un rapporto tra dentro e fuori, gli affetti e la comunità, la casa e il territorio.
C’è sempre un elemento ricorrente nelle sue poesie, ed è la dimensione del viaggio, un viaggio che ci ricorda quello di Nino De Vita nelle periferie “continentali” del suo quartiere, Cutusìo, in Sicilia. Un viaggio piccolo e nello stesso tempo sconfinato, questo di Lauretano, il cui scopo sembra quello di verificare i cambiamenti, gli stati di pericolo, le eventuali intrusioni nella propria città ideale: la sua idea di cristianità, i suoi valori, il baluardo incorruttibile della fede. Una scrittura “sentinella”, insomma.
Leggiamo, in questi testi, di una forma di francescanesimo creaturale che guarda l’essere nella sua totalità senza rinunciare però a distinguere che cosa sia ancora il Bene e che cosa sia il Male, e a dire grazie per ogni effusione della vita: “Grazie per l’alzheimer di mia madre”, p. 16; “Grazie della storia d’oggi / che sinceramente non capisco”, p. 17; “Per il sole grazie, per la pioggia / l’acqua che penetra la terra”, p. 18; “Grazie per la Romagna marzolina”, p. 19.

Grazie di tutto quello che non ho capito
grazie a Dio davvero
se fosse già saputo
non avrei conosciuto niente
che non avessi in mente
non avrei veduto come sboccia
il tempo, quell’invisibile portento
rompe la crosta e ci denuda
e risemina la pelle e quindi dentro.
p. 21

Sono versi tratti dalla prima sezione del libro, “Dieci grazie”, rivolti a una divinità che permea tutte le cose della sua presenza, soprattutto del mistero del male, quella forza che conduce ogni cosa alla propria disgregazione e che noi, a volte, chiamiamo morte.
Così, questa presenza/assenza è percepita da Lauretano persino come afflato sensuale e sessuale nel rapporto con la madre/femmina, evocata in forma di seme e calore di paesaggio – si vedano le bellissime suite in viaggio attraversando i campi e le città della sua Romagna, fino a sfiorare il mare, che tuttavia tarda ad arrivare, come se questa poesia si volesse fermare a un prima, a un’initimità discosta dal rumore della folla estiva – .
Libro, quindi, forse il più riuscito di Lauretano, concepito come preghiera e supplica, “Fa’ che non tolga gli occhi dal crescere / che mi sieda vicino a chi mangia da sola / che ascolti e nient’altro”, p. 35. E’ una poesia, mi sembra, maturata nel tempo a partire dalla rielaborazione di certi risvolti biografici – il rapporto genitori/figli – che qui emerge nella descrizione di un clima famigliare, dagli scontri e dalle scelte che col tempo hanno segnato le tappe dei nostri cambiamenti interiori e della nostra provvisoria maturità.

In casa vigeva un silenzio funereo
le parole chiuse nel vocabolario
non nascevano…mi ricordo occhi abbassati
un ruggito tenuto, ogni tanto i coltelli
fili elettrici penzolavano nella doccia
i mobili facevano schifo, insieme per caso
trascurati come una casa non generata
io figlio della finestra sul Corso
di chi passando guardava verso di essa
e di me, nella tenda.
p. 43

Questa casa “non generata” è poi trasposta e trasfigurata nel senso di un’altra casa – è, in fondo questo il senso del nostro cercare di dare “senso”, nel tempo, alle esperienze che non abbiamo scelto e che non capiamo – una casa archetipo, splendente in una dimensione di luce, come una fiaccola per chi cerchi un approdo.
E’ la casa della madonna di Loreto, luogo dell’accoglienza, forse, più che degli affetti famigliari, della voce che improvvisamente si mostra a ogni poesia chiedendo ubbidienza, un compito per la vita.


casa che troneggia sul mio nome
e lo lega ai fratelli che fuggono
senza morire dentro al paesaggio
che muta con le immagini dal vetro…
Gianfranco…Gherri…Lauretano…
I suoi tratti non sono in grado di fissare
variano gli alberi, si alternano le lingue
cambia il marmo delle facciate
le basiliche si alzano e consumano.

Ma ho ancora gli occhi giovani
e non invecchia quella casa
dove ho dimorato tutto il viaggio
dove vegliano i fratelli
scolte di una notte morente.
p. 28/29

Qualche pagina più avanti, parlando di Beethovben, Lauretano dirà:

Beethoven sarà stato all’altezza

di quando l’angelo anzi di certo un arcangelo
venne a suggerirgli la Quinta – ta ta ta tà!
e una febbre da mano a spartito
rispondeva al dettato – ta ta ta tà!

No, non lo è stato, come noi. Nelle grinze
del tempo quotidiano fino allo schiaffo
della depressione e del vuoto
si nasconde una musa più dura

e nessun angelo soccorre
solo noi solo noi responsabili
di quella durata così povera e muta
della sua musica sorda e silenziosa.
p. 34

E’ un passaggio che segna la distanza, ormai incolmabile, tra il lusso dell’altezza, lo sfarzo della parola abissale suggerita dall’arcangelo, e la dura ricerca della parola nel quotidiano, in quella dimensione dello spazio e del tempo che ci appartiene totalmente e dentro la quale noi siamo costretti a cercare l’immagine di una parola più umile che si fa spazio in noi, solo in noi, tra il progetto della nostra nascita e la promessa della nostra morte.

Sebastiano Aglieco

 

http://www.gianfrancolauretano.it/

 

 

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