Maurizio Casagrande: calda del fogo ca jen da soto

L’ultimo numero di LETTERATURA E DIALETTI,  ospita una mia recensione alla raccolta di Maurizio Casagrande vincitrice del premio Giorgi. Eccola.

Maurizio Casagrande, Pa’ vèrghine ave, (Per averne api), Le Voci della Luna 2015

untitledIl titolo di questo libro, vincitore dell’ultima edizione del premio Giorgi, ci rimanda, per dolcezza e contrasto di suono, all’esperienza, tutta virgiliana, del contatto con la natura e le sue leggi. E c’è un luogo, in effetti, in cui abitano queste api: la casa di Marco Munaro, poeta ed editore delle edizioni del Ponte del Sale, autore, esso stesso, di un idealismo di nobiltà e aristocratica poeticità: “Sa te viaji pae vai de Granséte / aea tonda ’opo ’l bar dii zaeti / (…) là te cati on granaro ’na casa / sbianchesà de ceèste ’na gran corte de piera / (…) ogni ’olta ca vago de à / ropegando sol prà torno ’e arnie / coe ave a ronxame pa’ sora / me vien oja de stare / a scoltare ’e cansòn ca te canta. / (…) Xe ’na musica tuta metrà / ca se scolta stropandose ’e recje / ca se intòrcoea torno ’e cajce / e ’a te ponta drita al figà”; (Se arrivi alle valli di Granzette / alla rotonda dopo il bar dei cinesi / (…) vedrai un fienile la casa / dipinta d’azzurro con la sua grande aia tutta in pietra / (…) ogni volta che ci vado / annaspando sul prato accanto alle arnie / con le api ronzanti intorno / mi prende l’impulso / di abbandonarmi al canto. / (…) È una musica tutta in esametri che puoi sentire tappando le orecchie / che ti avvolge alle caviglie / e punta dritta al ventre).
Versi a cui fanno da contrasto quelli successivi, in cui leggiamo il trambusto e l’arroganza della folla; “ma sa te rivi là rente co on saco / de jente ca bacaja e no ’a sente / gnanca on musso rajare te fè tuto / pa’ gnente e xe mejo asàr stare”; (ma se giungi lì presso con un sacco / di gente che rumoreggia e non distingue / nemmeno un asino che raglia hai fatto tutto / per niente ed è meglio lasciar perdere).
La materia di queste poesie è dunque da individuare nel rapporto tra uno stato di separazione dalla superficialità del mondo e la ricerca di una “verità” che ci abita nella pronuncia della lingua. Infine, nella ricerca di una propria dimensione ideale.
È una parola “calda del fogo ca jen da soto / tera, sguelta a sbrissarte ’ia / ’fa on sengarìn ma cae ca tea inpari / da putìn ca tea ciuci daea teta de to mare”; (accesa nel fuoco che proviene dalle viscere / della terra, rapida nello scivolarti via / quanto un luccio di fiume ma devi apprenderla / da piccolo devi succhiarla dal seno di tua madre).
La forma di questa lingua non è un dialetto anestetizzato e immemore della sua storia, oppure reinventato per espressionismi, ma un dialetto calato nella necessità di corrispondere, di essere musa della cosa stessa; persino della propria esperienza di vivere, nel modo in cui un vero poeta vive le occasioni della vita trasformandole non in alti simboli, ma in corrispondenza dolorosa con le proprie stimmate.
Si capisce, allora, la ruvidezza di questa scrittura, incapace di trincerarsi dietro metafore e furbizie ma totalmente esposta al rischio dell’abrupto, persino al dato spicciolo del quotidiano. Lingua frontale, che coincide con l’autobiografia senza veli, vivacissima nel suo dettato – si veda, per esempio, la corrispondenza del rapporto fra due fratelli, nell’identificazione delle figure di Caino e Abele – : “Ti là sentà so ’a carega a tontonare / e no te movi ’na paja pa’ jutare to mare”; (Tu, che te ne stai comodamente seduto a cazzeggiare / senza muovere un dito per soccorrere tua madre).
Lingua anche in grado di “sottovalutarsi”, di non erigere monumenti a se stessa, umile, come la parlata dei vecchi: A scotadéo, (Alla buona), Du franchi de mona (Monete da nulla).
“(A mimismo) Muso da albio / co chea facia ingrugna / du schej de corajo / nove i gheto mucià?; (A me medesimo) Faccia da truogolo / che te ne stai sempre ingrugnato / qualche spicciolo di coraggio / dove lo hai seppellito?
Molti gli autoritratti tracciati in questo libro; sgraziati, impietosi, nella miglior forma del ritratto caravaggesco: “so rùspio, baeosso, busiaro / so coeo ca no fa mai el seciaro / so èbete, rènga ’gnorante / so mi: so ’l “caseànte”; (sono orso, sgraziato, fingitore / sempre lesto a scansare gli sforzi / sono sciocco, superbo e vanesio / così sono: detestabile e ombroso).
Le api ritornano in un altro testo in cui la descrizione degli insetti, delle loro abitudini, coincide, questa volta, con un autoritratto ideale: “ave / ca no fasì mai ’na guera / ave ca svoea po’ s’incroxa / ’e va via vanti sera / ave anca mi garia bossù nassìre”; (api / che non fate mai guerra / api che volteggiano s’incrociano / e poi se ne volano via prima di sera / ape anch’io sarei voluto nascere), a sottolineare un desiderio di autenticità, di musica dolce che ha il suo compimento nel testo più musicale del libro, dove sembra leggere la dolcezza che si nasconde dietro la corteccia su cui la vita ha lasciato le sue impronte: “Serco el siènsio drento ’a paroea / vujo ’na musica / soea ma scussì fina / ca pena a se senta fin / ca a deventa ’na sinfonia”; (Cerco il silenzio in ogni parola / tendo l’orecchio ad una sola armonia / ma così tenue che appena / sia percepibile fino / a che non diventi una sinfonia”.
La separazione, dunque, è una musa di verità e riconosce i propri maestri e amici nella pratica di una poesia come “fare”, opera del contadino che si sporca le mani o del poeta che ha impresso “daea prima matina / fin a l’ultima sera ’na forsa / ca xe soeo drento ’a piera / aea paroea pì mastegà / so sta tera “; (dalla prima mattina / all’ultima sera la stessa forza / della pietra / alla parola più abusata / della terra). Un omaggio ai maestri che questa parola l’hanno forgiata nel tempo, attraverso esempi di vita e di scrittura, ma soprattutto di cura: “Te me ghe fato da tata / guernandome ’fa / ’na cioca co ’a va drio / al so pulxìn ca ’l pìpia / scapussando par tera”; (Mi hai fatto da nutrice / mi hai coccolato come / la chioccia che si prende cura / del suo pulcino che pigola / inciampando per terra).
“Il linguaggio è mediatore dell’essere “, dice Alberto Masala nella prefazione del libro: idea da condividere appieno, in tempi in cui molta poesia ha riconosciuto come propria musa la perfezione formale, un nichilismo estetico vuoto e senza effetti.

Sebastiano Aglieco

Annunci

One Reply to “Maurizio Casagrande: calda del fogo ca jen da soto”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...