Marco Tabellione: un saggio illuminante

Marco Tabellione, IL CANTO SILENZIOSO, Solfanelli, 2015

ilcantosilenzioso

Il libro di Marco Tabellione s’impone all’attenzione per straordinaria chiarezza espositiva sull’analisi di un genere letterario, la poesia – in particolare la poesia lirica – che forse più di altri richiede, quantomeno nella trattazione delel forme, peculiarità di strumenti critici ed espistemologici.

Il libro si presenta come un manuale ad uso “dello studente”, ma anche per chi volesse approfondire le strutture, il linguaggio, la storia e le evoluzioni – o involuzioni nel tempo – di una lingua così antica eppure ancora attuale.

Tabellione procede per divisioni tematiche senza mai divagare su aspetti secondari o idee di poetica personali. I riferimenti ai testi sono sempre concreti e i rimandi agli esempi chiarissimi.

Laddove l’autore si addentra nell’analisi testuale – vedi, ad esempio, quella dedicata a “La Pioggia nel pineto” di D’Annunzio – emerge il critico puro, capace di utilizzare strumenti di semiotica ma anche, mi sembra, un approccio riferibile all’estetica crociana, autore più volte citato, in funzione della messa in nuce dell’autonomia delle forme.

Del resto, mi sembra si possa creare un parallelo tra l’autonomia estetica proclamata da Croce e l’autonomia del significato teorizzata da Saussure, il che permette a Marco Tabellione di immaginare la poesia lirica come un genere assoluto, non necessariamente dipendente da cambiamenti antropologici o da sollecitazioni storico-politiche.

E’ utile ricordare, dal punto di vista storico, prima dell’influenza del Petrarchismo, come la condizione elitaria della poesia lirica nasca “nel mondo latino, con la poesia neoterica, di cui Catullo fu il massimo esponente”, p. 72, condizione che resterà immutata nei secoli, fino ai nostri giorni.

Nel testo di Tabellione, laddove si disquisisce di poetiche, troviamo chiarificazioni illuminanti su alcuni problemi: per esempio sulla dimensione soggettiva della poesia lirica: “è proprio la soggettività, questa propensione verso l’universo interiore, a rendere la poesia un’arte più prodotta che fruita”, p. 15/15. Inoltre la constatazione che non si possa più scorporare poesia “oggettiva” e poesia “soggettiva”: “Nella naturalezza del poeta, nella verità naturale della sua voce la proprietà e gli attributi soggettivi non sono più separati da quelli oggettivi”, (Mazio Luzi, citato a p. 16).

Un’altra questione importante, mi sembra, sia “la repitività”: “Non c’è dubbio che la ripetività sia collegata con la sensazione del piacere. (…) Per Leopardi il piacere è essenzialmente mistero. (…) il piacere estetico, ma in fondo ogni forma di piacere, sorge da una mancanza, da una sottrazione, ma anche da una ripetizione”, p. 19/21. Le forme metriche, dunque, le assonanze interne, la musicalità, sarebbero tutti espedienti per soddisfare la ripetizione di questo piacere, realizzando quindi una epistemologia, cioè una conoscenza del testo stesso, ora filtrato dalle maglie della sensibilità personale.

Altre belle riflessioni le troviamo nella parte conclusiva del libro, in cui Tabellione analizza la poesia contemporanea – la sua forma, la sua specificità, la sua ribellione – . La mancanza di musica, in fondo, potrebbe essere interpretata come conseguenza estrema di quell’estetica del brutto teorizzata a partire da Baudelaire e da Rimbaud, ma ci sembra utile riportare una citazione di Ezra Poud che fa riferimento “a una sorta di suono pensato, meditato, ascoltato direttamente dalla mente”, p. 146. La poesia moderna, dunque, non abolisce tempi e ritmi ma li sottopone a una tensione più inquieta, indubbiamente più soggettiva.

Il suono, insomma, nel corso degli anni, si è sempre di più trasformato in icona, in immagine, fino a dare alla poesia, con gli sperimentalismi degli anni sessanta – Adriano Spatola, per esempio, ma con importanti riferimenti alla storia del novecento, Apollinaire, i Futuristi etc… – l’aspetto di arte totale, non più dipendente dal testo ma da una sorta di tendenza all’autometamorfosi.

Se da una parte, afferma Tabellione, questi mutamenti hanno svecchiato le forme della poesia rendendola più popolare, dall’altra parte hanno precluso “la possibilità di un ritorno alla popolarità dell’altro tipo di poesia, quella che cerca di far leva su una musicalità interna e non tenta di appoggiarsi alla musica per rendersi godibile”, p. 184.

Non per ultimo, a proposito di questa impopolarità, Tabellione affronta il problema dell’insegnamento a scuola: “Piuttosto che insegnare la bellezza della poesia, gli insegnanti si sono sforzati di utilizzare le poesie stesse come deposito di erudizione (…) La stessa riscoperta dell’analisi testuale non ha tenuto conto che, comunque, l’analisi del testo poetico dovrebbe avere come obiettivo la comprensione della poesia, e dunque una finalità non rigida né dogmatica, ma sempre aperta a nuovi orizzonti”, p. 186.

Sebastiano Aglieco

(recensione tratta da IL SEGNALE n. 104)

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