Carla Bariffi: melanconia che preme sul mio petto

Carla Bariffi, VENA CHE PULSA, Terra d’ulivi edizioni 2016

in bella edizione bilingue (italiano e greco), illustrazioni in bianco e nero di Alberto Cini, una nota di Gianmarco Pinciroli e una mia postfazione che qui pubblico.

per me

*

Postfazione

Queste poesie hanno il fruscio sinuoso dell’acqua che scivola da una superficie all’altra.

Due sono le motivazioni che le accendono: la prima riguarda proprio questo passare da un luogo all’altro – quindi l’incontro, un tentativo di chiarezza e completamento –; l’altra le asperità o le morbidezze delle superfici. Non un trascolorare, un perdersi – questo, forse, per desiderio – ma l’esperienza della conoscenza fuori da noi stessi, nell’Altro che, forse, ci abita.

Ne consegue, complici le assonanze della seconda lingua che queste poesie abitano, una certa sensualità dello sguardo, un trascolorare nel modo della rosa che, nel pieno del suo fulgore, poi lentamente appassisce.

E’, appunto, l’immagine della rosa, mi sembra, a dare la centralità tematica di questi testi – Le rose le rose ancora le rose / lussuria liquida sugli zigomi del mondo – con tutte le varianti della sostanza effimera del Fiore: – Risucchia ogni bene / bellezza di un pensiero / che penetra il fiore –, e del trascolorare del Rosa e del Bianco nelle albe e nei tramonti.

Tutto questo desiderio avviene proprio perché la brama di vivere affonda le sue radici nel timore ancestrale dell’incompletato, del non più possibile. L’eros che in queste poesie si palesa, è il movimento delle cose verso le altre cose a loro somiglianti. Per non morire del tutto, per sentirsi parte dello stesso procedere di ogni sostanza verso lo splendore e l’oblio: – Vena pulsante / nervo scoperto / mio mare interno / oscuro come la verità – .

Le immagini di Alberto Cini suggeriscono, poi, regalando al testo un’indicazione di percorso ulteriore, un’escursione verso il favoloso, la sottrazione del colore, un’Alice un po’ perduta nella sua “altra” lingua.

Perché per un poeta, forse, l’essere è anche la sua lingua, sostanza di quella malinconia che abita la parola, senza la quale non credo ci possa essere vera poesia.

Sebastiano Aglieco

 

La soldanella

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