Marco Bellini su COMPITU RE VIVI

A quasi tre anni dalla pubblicazione di COMPITU RE VIVI, Marco Bellini scrive questa bella recensione apparsa su incroci, semestrale di letteratura e altre scritture anno XVII, numero 33 gennaio-giugno 2016.
Lo ringrazio di cuore, unitamente al direttore della rivista, Lino Angiuli, che ha ospitato il testo.

compitu

 

Sebastiano Aglieco COMPITU RE VIVI Il Ponte del Sale, Rovigo 2013.

Compitu re vivi (Il compito dei vivi), strutturato in nove sezioni, si connota per essere realizzato principalmente in dialetto siciliano (siracusano con influenze catanesi e del ragusano) ma con ampie concessioni alla lingua italiana. Il primo viene utilizzato, principalmente, per trattare il tema della propria terra d’origine, la Sicilia, collocando il nostro autore nel solco di una tradizione di assoluto rilievo, oggi ben rappresentata da poeti come Nino De Vita. Il secondo risulta più funzionale alla rappresentazione di un presente esperito in Lombardia. In entrambe le soluzioni, comprese le traduzioni in lingua delle liriche in dialetto, ci troviamo di fronte a un linguaggio ben strutturato e direi sorvegliato, con frequente utilizzo dell’enjambement.

Con la stesura di quest’opera, si ha la sensazione che Sebastiano Aglieco abbia compiuto e concluso, rispetto alla propria esistenza, un gesto definitivo sostanziato nella convocazione di personaggi e luoghi dell’infanzia. La terra di Sicilia, accesa di una luce insieme vivida e cupa, ci viene proposta attraverso elementi primordiali e tratti arcaici densi di umanità e di una religiosità quasi istintiva.

In queste pagine, il disagio si fa distanza, desiderio inappagato di appartenenza, si avverte come una stortura sempre celata, sempre sul punto di affiorare: «ma gghià ‘nsignàtu a ciauràri / ammucciùni, rarrer’i muri» («ho imparato a sentire gli odori / di nascosto, dietro i muri»). Il tempo rappresenta l’elemento portante della tela che l’autore compone, appuntandovi personaggi, luoghi e accadimenti, nel tentativo di giungere a una comprensione, finalmente pacificata, del proprio stare nell’oggi come derivazione da un passato che deve essere, in una tensione mai esaurita, denunciato e accolto. Il tempo, quindi, come presenza pastosa, come collante in grado di attenuare ogni iato riconosciuto.

Questo è il panorama che ospita, ponendole in rilievo, le figure genitoriali. È il padre, a cui viene dedicata la seconda sezione “Jancu e russu” (“Bianco e rosso”), il soggetto verso cui si indirizza un carico di dolore e rabbia: «A tutti, a tutti / tranni a mmia taljàsti» («Tutti, tutti / tranne me guardasti»). Così affiora l’urgenza di rimettere in discussione ogni sguardo abbassato, ogni resa, da tempo, messa a bilancio: «Ju sugnu na n’àngulu / ammucciàtu, e tu mancu mi viri» («Io sto in un angolo / nascosto, e tu neanche mi vedi»). Il tono elegiaco delle tre liriche di “E me matri” (“Alle mie madri”) ci consegna una madre delicata, collocata nei luoghi dell’infanzia. Ma è nella sesta sezione “Compitu re vivi” (“Il compito dei vivi”), dove la scrittura si fa più scarna e rarefatta, che la madre stessa esprime il desiderio di farsi parola, verso, poesia. Sarà Aglieco ad accoglierla in un ultimo abbraccio, mettendosi al servizio e porgendoci il momento del distacco.

Appare chiaro che la scelta del dialetto ha consentito al poeta di ottenere quel vigore autentico che scaturisce da un’asprezza tipica del mondo popolare. Il dialetto, quindi, come espressione di una energia antica, capace di generare immagini potenti, fortemente radicate alla terra, alla carne dura scottata da un sole, anch’esso, scarnificato: «Il sole cresce dietro le case / secca, non si lascia guardare».

Nella sezione “‘Stati” (“Estate”), scritta in lingua, con un gesto ampio, il gesto dell’accoglienza, i bambini alunni del maestro Aglieco (l’autore è un maestro elementare) occupano le pagine entrando in dialogo con il loro insegnante, il quale destina loro un’autentica dichiarazione d’amore che si sostanzia nell’invito al distacco come atto di crescita: «Voi passerete in me, nel mondo / e io resterò in questa terra natìa». Gli allievi lo riconoscono e si riconoscono in uno scambio, fertile e formativo, di parole e gesti; perché le parole lanciano ponti, cercano approdi, e, talvolta, colmano distanze. Fino alla conclusione: «uccidete, per favore / il bambino che già chiede di morire in voi. / Giungete velocemente al mondo».

La scrittura compie un movimento circolare, dove il passato, centrato sull’infanzia con il suo carico di paura, e il presente, affidato all’esperienza dell’insegnamento, si cercano tentando un incontro che possa portare un nuovo equilibrio. Compitu re vivi appare pervaso da una tensione etica, del resto presente anche nel titolo, che, nella sezione conclusiva “‘Mmernu” (“Inverno”), diviene invocazione / preghiera e, in qualche modo, riposo: «Andremo tra i fiori, te lo giuro. / Senza la carne. / Spirituali». Con gli ultimi due versi, in cui l’autore, significativamente, torna al dialetto, Aglieco chiede che venga accolto e, in qualche modo, concluso, il compito che egli stesso si è dato: «E tuccàti, pi favùri tuccàti ‘sti me palòri / e rusicàtili, spalancàtili o nenti» («E toccate, per favore toccate queste mie parole / e consumatele, spalancatele al nulla»).

Marco Bellini

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