Maurizio Noris, le resistenze della lingua

Maurizio Noris, RESISTENSE, INTERLINEA 2016

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Per molti anni anni ho avuto una vecchia casa in val Brembana, nel bergamasco. Sono stato a contatto, quindi, con un dialetto impervio, incestato nel nero delle vallate, fatto di suoni che ricordano la durezza delle “U” del siciliano, ma più storpiati da una dieresi che fa oscillare la pronuncia delle vocali dall’aperto al chiuso e viceversa, caratteristica che, unita al timbro e alla “quantità sonora”, rende questa lingua, almeno apparentemente, poco avvezza agli svenimenti.
Potrebbe dirmi Maurizio Noris, che non è così, e che ogni lingua, al di là dell’aspetto formale, ha un proprio modo per esprimere le dolcezze, la delicatezza; le parole infante, madre, padre, acqua, cielo, che sono tra le più dolci da pronunciare.
E leggendo questo suo libro si vede innanzitutto una cosa: i testi sono centrati e spaziati da “fessure bianche”, che poi ne costituiscono l’ossatura ritmica, come se dentro le parole ci fosse già uno spazio che va colorato dalla pronuncia a voce alta – e in fondo questo è la poesia: una specie di filtro che agisce sulla lingua, inserendola in uno spartiacque di canali, rendendola più consapevole delle sue sonorità interiori -.
Questa chiarezza formale, a volte cantilenante, altre volte – ma le due maniere non si oppongono – memoriale e favolistica, è l’indicazione del fatto che non si tratta di una lingua inventata; non lingua dell’esilio e del disagio, ma lingua perfettamente connaturata al suo territorio.
La descrizione di luoghi e di gesti, quindi, non ha niente a che fare col frammento memoriale da rivangare, col segreto da riportare in superficie, ma col fatto in sé, accaduto come storia secondaria delle biografie – intendo per biografie, le presenze che abitano ogni terra: cose, piante, animali, uomini, e persino fantasmi -.
Di che cosa parlano, dunque, queste poesie? Innanzitutto il titolo ci segnala delle “resistenze”, forse da intendere come il lavoro da fare per durare, e dunque per non smuovere e non smuoversi: le resistenze della salamandra, del macellaio, del fabbro, del giardiniere; resistenze in cima al paese.
Sono testi, questi, posti ad inizio di ogni sezione, non come linee conduttrici – ogni testo, mi sembra, sia perfettamente autonomo nel contesto del libro – semplicemente come ricorrenza di un sottotesto.
È la lingua stessa, in fondo, a resistere, e può farlo accollandosi il peso delle cose che la abitano. L’elenco è semplice: presenze animali e vegetali: la salamandra, il fringuello, la falena, il geco, il caco, le robinie, i gerani, le rose, il pruno selvatico; le presenze umane: il mezzadro di ronco, l’ombrellaio, il macellaio, Giovanni, il fabbro, il bambino, la cinese, il giardiniere, il maestro; i luoghi e le cose: il libro, la villa, le mani, i fili, le gambe, le spine, l’acqua, la scure. Pochissime presenze angeliche e Dio. Inoltre una insistenza per il volo e la fine dichiarata per i pensieri lustri.
Scrivere di queste presenze vuol dire chiaramente conoscerle, non nel territorio della nomenclatura ma in quello dell’anima, a partire dal tempo dell’infanzia.
Ci sono due testi nel libro che portano da un’altra parte ma per poi ritornare e trovare delle concordanze di vissuto, di colore, di umanità, persino di lingua.
Il primo è un testo dedicato agli ulivi di Ischitella, nel Gargano, l’altro alle donne di Srebrenica, nella guerra.
A leggere bene questa lingua – ma lo si capisce solo dopo un’attenta lettura – scopriamo che le lontananze citate ci rimandano a una rete di suoni ed esperienze, echi, forse fate morgane, forse infatuazioni sentimentali, di altre lingue.
Le allitterazioni interne, fortissime, da una parte sfregano i suoni scuri e freddi, dall’altra ci permettono di percepire persino una cantilena dell’infanzia, una nenia; onde si dimostra che ogni dialetto, persino quello più ostico, ha parole per dire infante, padre, madre, acqua, cielo, “e altre cose leggere e vaganti”.

Sebastiano Aglieco

UNA INTERVISTA QUI

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