Un tassello della poesia siciliana del novecento

ADG - copertina

“In questa Racìna di Sant’Antoni – prosegue il Di Giovanni, introducendoci alla sostanza del libro e focalizzando le ragioni della sua predilezione del dialetto – ho voluto analizzare un carattere e narrare la storia di una passione. Non la solita passione d’amore per la solita donna ma una passione per qualche cosa di più elevato, di più casto, di più immateriale, di più eterno, di più perfetto: la passione per l’Arte. Ho scritto questo romanzo in siciliano non perché non ami e non conosca e non apprezzi la nostra gloriosa e duttile e perfetta lingua nazionale, ma per istintivo, irresistibile bisogno di rendere l’intima anima della mia terra, con quella semplicità spontanea e con quella sicura immediatezza che si possono ottenere interamente adoperando il vermiglio linguaggio dell’isola, perché soltanto con il suo corrusco fiammeggiare e con la sua armonia accorata si può dare un’impronta schiettamente paesana alla narrazione e infonderle, come direbbero i miei fratelli felibri, quel particolare profumo du terroir.”

 

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