Due nomi …

Improvvisamente, chissà per quale casuale evento interiore, si chiariscono alcuni misteri legati ai nomi rimasti  misteriosi della mia infanzia/adolescenza. In questo caso, due.

Il primo è il nome di un imenottero che inseguivamo da bambini, catturandolo dentro il calice di un fiore, immergendolo poi  in acqua per “neutralizzarne” il pungiglione, infine legato delicatamente a una spoletta e utilizzato come aquilone per rincorrere e spaventare le bambine. Finché non si fosse liberato.

Dovrebbe trattarsi della Xylocopa violacea, detta anche Gavarone, ape solitaria lunga 2,5–3 cm (dal capo all’addome), dal volo rapido e piuttosto rumoroso. Osservata anche da queste parti, in Lombardia.
Il corpo è di colore nero con riflessi violacei, pubescente. Le ali sono di colore viola cangiante. È dotata di un robusto pungiglione. L’uso del pungiglione non determina, così come in molti altri apoidei, la morte dell’insetto.

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Il secondo mistero è ben più banale. Riguarda la pianta del mirto, da cui si ottiene l’omonimo liquore, che da bambini chiamavamo murtidda, e in effetti il mirto è detto anche mortilla in una sua varietà. (Per inciso, ma mortadella è così chiamata perché anticamente veniva usato proprio il mirto per aromatizzarla, prima dell’uso del pepe).

L’andavamo a raccogliere in campagna e ne mangiavamo in grandi quantità. Ma lo vendevano anche gli ambulanti, nella varietà bianca, più dolce.

Non sapevo che si trattasse proprio della pianta del mirto…

mirto

 

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