Ancora su FUORI I SECONDI di Corrado Bagnoli

Sebastiano Aglieco
PERCHE’ QUESTA FORMA

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Lessi Fuori i secondi qualche anno fa, il testo era affiancato dalla traduzione in dialetto brianzolo di Piero Marelli: operazione non secondaria la traduzione, né di contorno, ma intimamente legata alle necessità della lingua quando questa scaturisca intimamente da una terra, da un tempo, da una biografia ben precisi.
Allora non riuscivo a capire che nome dare alla forma di questa poesia, pur intuendo che le ragioni andassero ricercate in un pensiero che precede la scrittura, ma che poi non si fa retorica o antefatto filosofico, come abbiamo tante volte discusso con Corrado, quanto, piuttosto, fatto in sé, accadimento.
Ecco: l’accadimento è, appunto, il racconto, la sua urgenza di dichiararsi direttamente scavalcando le strategie del verso, le polemiche delle scuole, gli armamentari abusati della letteratura.
Il fatto è che Fuori i secondi, pur avendo assunto fino a questo momento la forma di un poema in prosa – termine assai provvisorio che utilizzo solo per fare un po’ di chiarezza – sembra essere abitato dal genio di una metamorfosi incessante. Ora è un documentario e una pièce teatrale, ma potrebbe assumere la forma del romanzo tout court, se non addirittura del lungometraggio.
In effetti si potrebbe leggere Fuori i secondi come una vera e propria sceneggiatura, capace di prendere dalla poesia quella stringatezza e centralità delle immagini che appartengono solo ai versi, non alla prosa.
Se consideriamo questo attraversamento, la poesia in Bagnoli sembra non volere farsi genere a sé, ma soffio che imprime alla forma la forza radicata nella parola e nella sua stessa cosa.
Del resto, la necessità della prosa è un argomento che ha attraversato la letteratura del novecento e che ha avuto formidabili sostenitori, a partire da Piero Jahier; penso al suo alternare frammenti di lirica e cronaca, in cui egli sembrava rinunciare alla poesia per motivi squisitamente etici; penso al Ritratto del soldato Somacal Luigi, o a un testo come Il canto della sposa in cui Jahier recupera l’inflessione del parlato per immetterlo, in funzione di accelerazione espressiva, nella lingua letteraria.
Penso soprattutto a quella formidabile dichiarazione di poetica, “che la minima buona azione / vale la più bella poesia”, espressione di una parola nel suo senso più compiuto di azione, pensiero che si radica nelle necessità dell’umano dolore e nella condivisione delle sorti altrui.
Penso quindi a tutta una letteratura cosciente del fatto che il rinnovamento delle forme non può passare dalla forma in sé, ma da una domanda che precede la letteratura sul senso stesso del fare letteratura.
Questa domanda niente ha a che fare con la prosa intesa come campo colto di sperimentazione – la prosa poetica dei vociani, lo svenimento emotivo e “piccolo borghese”, si sarebbe detto una volta, del dato spicciolo, del quadretto idillico e campagnolo – ma con la constatazione che eclissamento letterario ed etico vanno di pari passo. E cioè, nel momento in cui un intero mondo s’inabissa – quello contadino o comunque legato a un paesaggio destinato a sottomettersi agli assalti fagocitanti del consumismo – questa scomparsa non fa che accelerare la domanda, il perché si debba ancora fare poesia e in che forma.
Del resto la forma è in Bagnoli, sostanza stessa della poesia, il polemos che lo porta a una forma di poema, altrimenti egli probabilmente avrebbe scelto semplicemente di raccontare.
L’operazione di Bagnoli, dunque, acquista il sapore di un canto malinconico proprio per questa descrizione di qualcosa che probabilmente non esiste più, che sta per trapassare, ed è forse questo il motivo di un andare a capo nervoso – nervatura stessa del ritmo, stacco per condurre intuitivamente la parola verso un’esplorazione del possibile, dribblando le trappole della trama, dei caratteri e della psicologia – .
Che poi Bagnoli dichiari l’influenza di modelli di poesia non italiani, Derek Walcott, Les Murray etc…è una posizione che ci comunica il non allineamento con una modernità poetica svenata da tutti gli ismi del postmodernismo, dalla stucchevole e francamente insopportabile maniera delle post avanguardie. E’ una posizione che ci rivela come il debito da pagare a un essere a parte, di parte, è probabilmente molto alto, ma forse ne vale ancora la pena.

(Testo pubblicato per la nuova edizione di FUORI I SECONDI, La Vita Felice 2016)

 

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