I DEBITI RIMESSI

articolo apparso sul numero 49 del semestrale GRADIVA, nella rubrica IL BANCO CELESTE, da me curata

I DEBITI RIMESSI
di Sebastiano Aglieco

Sono pochissimi i poeti viventi del novecento che hanno affrontato nella loro opera in maniera esplicita, il tema della pedagogia. Eppure molti di essi in/segnano e tutti conoscono perfettamente l’entità dei debiti dovuti ai loro maestri – siamo sempre alunni e maestri di qualcuno – .
Un’analisi delle poetiche, dei rapporti umani e intellettuali, certo può giustificare e chiarire canoni e affiliazioni, “matrimoni” letterari a vita e drammatiche rotture; perché l’opera di un poeta è tutta costruita entro le dinamiche di rapporti sghembi, difficili equilibri tra le motivazioni i interne del proprio desiderio di autonomia e influenze dovute, sia per suggestioni transitorie, sia per un “credo” convintissimo verso l’opera si ama.
Ho sempre immaginato che la presenza di Virgilio nella Comoedia, funzioni non solo come dispositivo etico ma anche estetico; e cioè il verso di Dante prende forma “stringata” in quanto le immagini sono “misurate” dall’insegnamento di Virgilio. La forma, insomma, è la risultante di un “editing” che la sottopone a “ce(n)sura”, portandola verso la strada della sua compiutezza.
E potrebbero intendersi gli svenimenti di Dante come il punto più alto di rottura di questa tensione verso la forma – l’indicibile è, in fondo, il non “a/scrivibile”, qualcosa che per sua altezza non può essere detto e che quindi interrompe la funzione del magistero –.
Virgilio, dunque, forma, dà forma, permette il laboratorio della scrittura, la possibilità dell’errore che, in quanto difformità rispetto al modello, si proclama come necessario.

A fare un balzo di diverse centinaia di anni, si giunge alla seguente dichiarazione:

Siamo stanchi di diventare giovani seri
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

Non vogliamo essere subito così sicuri.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Sciopero, sciopero, compagni! Per i nostri doveri.

Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi
che bisogna sempre non offendere, non ferire,
non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro!

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi)

Della sottomissione del poeta Dante, del suo aspettare di rilucere, dopo che sia stato investito dalla luce del suo Maestro, qui rimane ben poco. Qui si chiede al Maestro di riportare alla necessità del tempo – un presente mutevole come le nostre stesse vite – l’urgenza del cambiamento, in un rapporto più paritario di fiducia e di complicità.
Certo, rimane, in tutta evidenza, quel “Maestro” scritto con la maiuscola, a dirci della centralità di un gesto, quello dell’educazione, e della maieutica dell’accadere.
E’ forse tra i poeti cosiddetti “sociali” che si registra, in maniera più drammatica, lo scarto tra i motivi dell’educazione e le urgenze della letteratura. Ma anche lo scenario più ricco di conseguenze. In Piero Jhaier il fraterno rapporto con i suoi contadini soldati non si presenta solamente come un fatto sociale ma come un’esperienza gravida di conseguemnze per l’intera sua opera:

che la minima buona azione
vale la più bella poesia

(Piero Jhaier, Con me e con gli alpini)

Il poeta Danilo Dolci, si vede recapitare una lettera “da sconosciuti ragazzini”:

…Quanti anni avevi quando hai scritto la prima poesia?
Quale è stata?
Come ti è venuto in mente di fare il poeta?
Quando scrivi vuoi massimo silenzio o scrivi anche in presenza di altri?
Delle persone che conosci, tutti apprezzano le tue poesie?
Che sensazione fa essere poeta?
A quale età credi finire di scrivere? …

(Danilo Dolci, Il dio delle zecche, Mondadori, 1976)

E’ possibile immaginare la risposta a queste domande in un testo successivo, non consequenziale, che riguarda la qualità dello sguardo, piuttosto che la parola:

(…)
E’ un quadro piccolo:
la madre e il suo bambino
intento a un fiore –
il bimbo sa guardare in tale modo
che saprà diventare
Gesù Cristo.

C’è una malinconia naturale nello sguardo quando questi deve interrompersi e permettere che l’allievo si discosti, che s’incammini per la sua strada, e che il Maestro si faccia attraversare perché il suo compito ora è concluso:

Supplente – bisbigliarono.
Ma lui ci salutò cordialmente,
mentre già si apprestava a partire.
Là dove andrò – ci disse – ,
gli allievi hanno cartelle di terracotta
e a volte devono disubbidirmi.
Là dove andrò le luci non si accendono,
ma rinvengono dalla terra e accecano il foglio.

(Marco Molinari, in Madre Pianura, La Vita Felice 2002)

I maestri poeti, insomma, non possono permettersi di essere poeti puri perché non possono rinunciare allo sguardo che traghetta l’essere verso la sua forma più giusta, più naturale. E’ come se ogni vero maestro ci sviasse dalla strada angosciosa del già stabilito verso cui la nostra vera natura inevitabilmente ci conduce e ci indicasse, invece, qualcosa che ha più a che fare con la lotta. E’ esattamente ciò che avviene nella Comoedia e quella selva oscura altro non è che il luogo in cui il nostro destino sta per compiersi senza atti di rivolta, senza guida, senza alcuna idea di futuro.

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