Alfredo De Palchi: un libro duro e tragico

Alfredo De Palchi, NIHIL, Stampa 2016

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Un gesto estremo di vera poesia contro la dimenticanza e contro l’oblio, dentro la propria opera e dentro le ragioni dell’esistenza di tutti.
Alfredo De Palchi inizia, dunque, dall’inizio, e cioè dalle poesie contenute nel libro di esordio, “La dura danza dello scorpione”, in cui la violenza degli uomini rappresenta l’imprinting della propria scrittura – più ampiamente, la carta d’identità della razza umana -.

Mi condannate
mi spaccate le ossa ma non riuscite
a toccare quello che penso di voi
gelosi della intelligenza e del neutro
coraggio aggredito dal cono infetto
delle cimici

– io, ricco pasto per voi insetti,
oltre l’ispida luce
vi crollo addosso il pugno –
p. 17

fino alla dichiarazione, stampata a lettere di fuoco: “La parola è nella bocca dei forti”.
De Palchi commenta questi versi incorniciandoli dentro lo spazio di un diario adolescenziale, chiarendo il contesto che li ha generati e suggerendoci una riflessione postuma sul tempo della formazione e dello scompiglio: “dell’adolescenziale periodo tragico e tradito da tutti voi, sono gelido alla terra d’origine e indenne senza popolazione bifolca; solo rimango fedele alla mia prima giovinezza, anarchica…”, p. 27.
Un inizio che ci sembra necessario, prima del tempo delle ombre e del nulla in cui più niente è dovuto a nessuno, eccetto che al proprio stesso stile: conferma di un titanismo scontroso e consapevole, capace di sfuggire, senza mezzi termini, dalla stupidità e dalla violenza, dai guasti della religione e della politica. Per primo, dall’assenza di dio: “è più probabile incontrare un e.t. che dio”, p. 76.
In “Ombre”, troviamo un esplicito riferimento alla vista – alla mancanza della vista – fatto realissimo nella biografia di De Palchi ma anche metafora della condizione della poesia. Vedere con altri occhi, vedere oltre. Rabdomanzia e libertà necessarie a ogni profezia storica, pur nel rischio, evidentissimo, della solitudine e della distanza: “se mi vuoi in piedi / eccomi – ma scruta dentro l’occhio / orbo dal vedere troppo”, p. 31.
Non c’è resa nella posizione eretta e nemmeno nella cecità per aver visto troppo. La conseguenza, come si sa, è che nella poesia di De Palchi è la parola stessa ad ergersi in piedi mostrando armamentari di ferro, stampelle fatte di rami storti, marchingegni rabberciati, eppure potenti ed efficaci, forgiati nella fucina di un espressionismo sdegnoso, apparentemente privo di pietas, ma in realtà tutto costruito dentro la richiesta di una giustizia, di un sentirsi degni della vita.
Chi conosce bene l’opera di De Palchi, troverà in questo libro i temi ricorrenti: per esempio quello della femmina tellurica, grande madre, dea, forza prorompente che investe l’essere di tutta la sua forza creativa, sconquassando e rigenerando il mondo. Di conseguenza la morte appare come atto definitivo solo perché proclamato dall’altro da sé, non da se stessi: ” – in me non c’è la mia morte / c’è quella che dispenso”, p. 38; un anticlericalismo che ha origine nelle ragioni profonde delle invettive dantesche e in quelle del Rimbaud negro, ma anche, per reazione, contro l’incapacità di denunciare il danno a voce alta, dichiarando l’ipocrisia e l’impossibilità degli uomini ad essere fuori da sé, dal destino della propria morte, avendo poi infettato di questa morte le terrae novae, i paradisi dei continenti “innocenti”: “Nei territori di Amerigo il nuovo homo humus / pellerossa quanto la terracotta / s-centrato dal dottor calligaris // con olio di serpe unge e avvelena i funghi cosmetici”…p.41; “la folla indegna del bel tempo / mangia beve vomita e abbandona all’erba e piante / cartocci plastica giornali sputi / da disgustare i piccioni”…p.42.
Non per ultimo, e in posizione centrale, un ateismo che riconosce a dio la funzione di “mediocre costruttore”, e ai figli che hanno seguito la sua strada, l’onore di essere considerati fratelli, pazzi dissanguati sotto il grande tendone da circo dell’idealismo: “più in là giace un raccolto di ossi / attribuito al farabutto amico Francois / accanto a quello di Francesco impazzito di cristo / e della sua Chiara che per boschi giunge a Todi / da Jacopone, il più folle // e laggiù sotto quel rettangolo di letame / l’altro mio amico Arthur / giace con un abbraccio di zanne invendute”, p. 43.
Fin qui, siamo, dunque, in qualche modo, nel prologo del libro. Ma “Nihil” non è una prosecuzione quanto, piuttosto, una riscrittura: (Alcune “ombre” in Ombre 2008, sono in versione “nihil”): una nota dell’autore.
Così leggiamo, in una prosa con margine giustificato, quindi, a suo modo, tonda e definitiva, il ritratto scultoreo del poeta, in perfetto stile terzo secolo:

essere il condottiero senza piumaggio ingigantito di conquiste e tempo, testa splendente di occhi veggenti e alle spalle ali di falco; per secoli ramingare sulle estese pianure di viscere: immagini di vermi di trionfi e di sparvieri.
p.55

Leggiamo di devastazioni e di montagne scalate, “conoscila scalandola passivamente e sbrègati la pancia…che la montagna scenda dal tuo vivaio”, p.56; “devastazioni, inquinamenti, alluvioni depositano sedimenti nelle arterie”…p.57.
“BANG!”, col significato di suono della deflagrazione e scoppio dell’inizio, un inizio che coincide con la fine. Tra inizio e fine, “l’estensione odierna dell’universo tra l’astrazione del nulla, dio, e l’astrazione tua che fisicamente annulla”, p. 58.
Queste riflessioni sul nulla si collocano nell’il/logico procedere di un pensiero che è, esso stesso, nulla, dentro le maglie di un tempo che queste parole dimostrano non avere una struttura cronologica: “dove sei, ed io, dove sono al mattino, con la mente che esplora la ragione di dover perire per il ritorno del nulla?”, p.60.
Ora è il tempo della frutta marcia e raggrinzita, della femmina che sembra aver perduto il suo potere erotico e salvifico, dello sperma che non genera più, “della novembrina precoce condizione con marciume di crisantemo nei vasi della follia funebre”, p. 65. Condizione, questa, del deperimento che attraversa il bios di un universo in contrazione che noi stessi, per mezzo della natura marciscibile del nostro corpo, profeticamente proclamiamo: “il nemico ti esorta ad abolire fauna, flora, e bellezza fluviale, sotto la tua immensa sottana luttuosa; oppure creativa?”, p. 66.
Questo nulla che ci abita e che ora si palesa, ci costringe a una lingua senza sotterfugi, brutale, come la parola dei vecchi e dei bambini. È, insomma la grande meretrice che ci osserva, “la gigante pipistrella”, colei che commissiona sacrifici “per sviluppare ignoranza e superstizioni”, p. 70, contro cui il poeta rivolge la consapevolezza di bestia sacrificale, nell’estremo tentativo di sottrarsi alla sceneggiata della Storia.
Sottraendosi, per non essere complici, non resta, ancora una volta, che la parola, diretta e frontale come la spina conficcata nella carne e bisogna leggerli uno per uno questi testi dedicati a Lei, questa “ultima sposa derelitta”, per capire che cosa sia la resistenza dentro noi stessi, contro le forze misteriose che ci abitano: “che tu sia adolescente o eterna sgualdrina, non temo di passarti davanti (…) ti strappo gli uncini dal lembo della camicia all’aria, la corsa che non blocchi sapendo che neanche penso che mi fermerai, sapendo della tua corrosiva vecchiezza”, p. 74.
Si tratta di una serie di epiteti e di immagini straordinarie che esprimono tenzone e resistenza, assai vicine, per brutalità e nitore, a certe meditazioni medioevali sullo spavento della morte, a volte riprese letteralmente, “il gatto che scappa drizza il pelo”, p. 78, altre volte costruite per abnormità semantica e paradosso: per esempio la morte incinta, col suo pancione pieno di carcasse, rigeneratrice. Sembra poi, ed è forse l’aspetto più conturbante di questo nulla, che sia proprio Lei ad assumere le sembianze stesse del femmineo, della femmina tellurica, una volta generatrice. Nella grande femmina, dunque, nell’erotico stesso, vive la stessa maschera della morte che un giorno si volterà, a mostrarci lo sberleffio del tutto. Ogni cosa, insomma, è solo per non dover essere più: “l’amore mio per la tua gloria sotterranea fulge di fierezza se ti palpa tra ciò che erano cosce”, p. 91.
In faccia a questa certezza, il poeta squaderna una serie di ritratti di un se stesso bastonato, indomito, “le costole crepate, endemica leucemia, e finalmente sfasciato dalla tua danza nordica”, p. 90.
Alfredo vuole dirci, in questo libro estremo e commovente, che l’olocausto è quotidiano e che la sua, la nostra pietà, nulla può contro il dolore delle creature, contro il silenzio degli innocenti. Che “morte è dio, il dio-morte, l’umano evoluto a perfetto predatore”, p. 100.

la mente non mi lascia un attimo…mandrie spinte con terrore nei macelli; giornalmente compi l’obbrobrio, la profonda fatica di squartare, sangue a torrenti che cela il felice supplizio; potessi abbracciare ciascuna vittima, gorgogliare con il mio sangue la definizione del loro iniquo olocausto
p. 82

Sebastiano Aglieco

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