La poesia lasciata sola

In Italia si pratica ancora una poesia che ha forti riferimenti alla tradizione delle forme e delle poetiche. Tutti questi modi sono preceduti dal prefisso neo, ad indicare le appartenenze; tutte, probabilmente,vanno collocate nel grande calderone del postmoderno che le legittimizza e le fa convivere.
Ogni poeta, quindi, può dirsi poeta non valutabile per la qualità della sua scrittura ma semplicemente perché è più o meno abile a manipolare le forme e le retoriche.
Se tutte le forme sono ammesse e se al critico è dato il compito di testimoniare queste scritture – il giudizio spetta ai posteri, e per ri/conoscenza – oggi, chi legge, non può sottrarsi a  due considerazioni inevitabili: il livello tecnico medio della forma si è alzato, proprio perché abbiamo a disposizione tutti gli stili, li sappiamo riconoscere, sappiamo come funzionano, li possiamo riprodurre; chi legge, opera, volendo o non volendo,una scelta di campo perché egli stesso è già iscritto dentro uno stile.
La lettura rimane dunque, per sua natura, un atto discriminatorio ma la scrittura lo è ancora di più. Una volta che si è formato uno stile, partendo, sia chiaro, dalla bottega necessaria della formazione, questo si ritrova prima o poi a fare i conti con una sorta di negazione di se stesso;  con una epurazione. È poeta, forse, chi, dopo la fase di rappresentazione delle proprie ossessioni, capisce che deve bruciarsi, non più attaccato alla parola ma consumato, distanziato. Consunto in una sorta di ascetismo etico più che estetico, che consideri la pochezza di tutte le cose che si affacciano nel teatro del mondo.
Noi, dunque, leggiamo una poesia transeunte che i posteri, forse, non leggeranno più perché non più necessaria. La parola è l’ultima foglia autunnale ancora attaccata al ramo che resiste alle intemperie e quando si sarà staccata contemplandola nel suo essere stata, noi vedremo finalmente noi stessi.
Forse la poesia va lasciata sola, fertile per chi la vorrà veramente ascoltare.
Sebastiano Aglieco

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