Un ricordo di Walter Infelise

Oggi, 26 aprile, così Lilia mi ha comunicato la morte di suo fratello Walter Infelise:
Walter all’alba è partito finalmente sorridente, dopo una settimana di atroci sofferenze. Di mattino presto, in una giornata di primavera che ha vestito le sue colline quasi a festa, per accompagnarlo.
Qui sotto una scelta di testi che Walter Infelise aveva pubblicato nella raccolta Il tempo veloce del pane, edito nell’ottobre 2015 quando la malattia ormai si era manifestata in tutta la sua gravità.
E, a seguire, tre testi di Corrado Bagnoli dedicati a Walter Infelise in periodi diversi della loro lunga amicizia.
Buon viaggio, Walter.

***

Sette marzo novantasette

Al mattino, velata d’umido,
illuminata da un unico
raggio di sole, fra tante
foglie d’ alloro una vibra.
Un segno soltanto, un annuncio:
la primavera.

*

Le nebbie del Crati

Proteso alla meta, correndo
lungo la sponda del fiume,
non bado ai miei passi
contemplo la riva, le onde
che fingono lingue d’acqua
che s’alzano al cielo
come cirri nebbiosi
ora distesi ora ansimanti
velando di bianco
il letto appena lasciato.
E le verdi pendici
si sciolgono alla luce,
quasi evanescenti,
leggere lasciano la terra
nel fresco, sereno mattino.
Anch’io come loro risalgo
i colli del mio pensiero,
guadagno con loro il cielo.

*

Avvento

Ho giocato con la vita
e i suoi sogni nell’attesa
di Te, eppure nulla è stato lieto:
le cose di ogni giorno, anche
le più belle, mi annoiavano,
avevano il sapore di qualcosa
di già visto, ripetuto,
sono state un pianto.
Ora, invece, rido e riderò ancora:
sono già alla Tua presenza.

*

Quattordici marzo duemilaquattro

Le cose da non dire, quelle
di cui, poi, pentirsi di averle
dette, io te le scrivo come
a un angelo, una luce di vita,
una casa d’amore dentro cui
forse già chiedeva il mio spirito
spento di essere accolto.
E tu mi hai accolto
non ti accorgevi nemmeno
come cambiavano i giorni,
le cose, io: era la tua presenza.
Mi hai fatto forte, ora sono
pronto, mi smarrirò ancora
per poi ritrovarmi in te.

*

Il respiro giusto della vita

Una veglia di una sola notte
è la nostra vita, ci guardiamo
e pensiamo secoli come anni,
come mesi, come giorni.
Puoi fare tanto con poco tempo
o poco in tanto tempo, comunque
sarà breve e lieve questo soffio,
appena percettibile, eppure
così buono e necessario per chi
ci vive dentro: siamo doni strani,
regali di gioia e di sorrisi, di pianto
e di dolore. Come questi giorni
di febbraio, trapuntati da un varco
di caldo improvviso, con il cielo
di sole sopra a te che ti addormentavi.
Noi a fatica siamo saliti sul colle
per vederti partire, ridiscesi
in fretta con il gelo di nuovo nel cuore.

*

Il pescatore

Calmi e pazienti i suoi gesti,
retaggio del tempo in mare.
Rigira fra le mani non più
le reti strappate dai pesci,
ma gli oggetti del suo affanno:
questi ancora gli danno qualche
speranza e non i suoi sospiri,
da marinaio chiede tempo.
Che basti, anche se di dolore,
anche se ormai inerme
con la sofferenza del petto
che non si apre neppure
per un piccolo respiro.
Quel poco pane che mangia
è tanto, non chiede l’ora, sta già
scontando, poi ci sarà l’Eternità
come il mare che oggi gli sta davanti.

*

Don Adelchi

In aprile la terra è una culla
che ci dondola e ci intenerisce,
e con i suoi germogli ci regala
la speranza della buona estate,
del raccolto ricco. Oggi, in aprile,
percorro la via che porta alla vecchia
fornace dell’Adelchi, intorno
la siepe dalle cento flore si beve
gli ultimi istanti del sole.
E’ il crepuscolo, sorge Venere,
so la sera imminente, l’umido caldo
trattiene i rumori che si fanno più lontani.
Io sono questi uccelli che abitano la siepe,
che intonano l’ultimo canto prima
del sogno, prima delle stelle.
Il cuculo monotono dà l’ultimo
rintocco, saluta il giorno che
chissà dove va a dormire;
le creature della siepe hanno bisbigli,
forse gli ultimi segreti da raccontare.

*

Ventinove luglio duemilaquindici

Il cielo è terso quasi da non crederci,
il vento soffia sul mare blu e gonfia
vele d’acqua, onde che s’infrangono
ai miei piedi sulla battigia assolata.
L’estate scivola via e s’apre
una stagione nuova con tutti i suoi
segreti: l’acqua dal cielo grigio
ci sommergerà? O questo cielo
secco e azzurro sarà ancora
il colore del mondo di novembre?
Raccoglieremo l’uva che già
sembra volere essere matura?
E le olive ci daranno un olio buono?
Che ne sarà del mio tempo?
Rimangono segreti i segreti:
intanto le montagne sono lì, ferme,
onde verdi che non s’infrangono
ai miei piedi, al sole, al tempo.

*

Vento

Il vento è compagno di oggi, fischia
e bussa alla finestra qua sulla Serra.
Non so da dove viene o dove andrà,
so che mi sento lieto, non temo
il suo freddo: mi è compagno e credo
che porta via da me la calda,
la temuta malattia, il dolore fermo.

*

Il felice Carletto

Guarda: già mi vedo fluire
con il vento tra gli alberi del bosco,
poi a stormire le fronde
già con le foglie gialle e marroni
che a folate s’allontanano dai rami
in turbini con cui mi diverto
come in un gioco da bambini.
La mia anima già la vedo:
si fa piccola, piccola e
vuole essere abbracciata,
cullata dalla vita, berne tutto
l’affetto, il bene che mi ha dato.

*

La piada

Ora impastato e subito mangiato.
La piada che la Rosa ha preparato
sta sulla pietra lavica in cottura,
l’ardente fuoco sotto cova,
mentre la brezza d’ottobre
con folate ruba pugni di cenere.
E’ veloce la vita di un pane di casa,
poco tempo dobbiamo aspettare
per consumarlo, per capire
quello che davvero era essenziale:
acqua, farina e sale.

Walter Infelise è nato nel 1956 a Cosenza; nelle Marche, dove più tardi si è trasferito, ha compiuto studi di agraria, al termine dei quali torna nella sua regione, a Tarsia, dove tuttora vive con la sua famiglia. Pur non avendo compiuto studi accademici, intraprende ricerche scientifiche e filosofiche, e si confronta con autori e poeti della tradizione letteraria. Il suo impiego come cancelliere presso i Tribunali di varie città della Calabria contribuisce a formare in lui un’ulteriore disposizione all’attenzione dei particolari e consolida la sua inclinazione verso la scrittura che, sia in prosa che in versi, rivela quella stessa cura dei dettagli. Il tempo veloce del pane costituisce il suo libro d’esordio in poesia.

 

***

Tu parli da lontano.

Ma io riconosco,
nel secco risuonare
delle consonanti, la foglia
che avevamo strappato
all’estate nel pomeriggio
in cui la luce aveva odore
d’eternità languente,
oltre le imposte
di ferro marrone
come soldati stanchi
a difenderci dal caldo.

Tu parli con un tempo
scolpito nelle parole.
Gli anni sono giorni
lenti e uguali, eppure
ognuno ha il suo colore:
ognuno una stella nuova
in un cielo calmo
che non è nostro,
che ha un padrone buono
e conosce, lui, quello che fa.

Tu parli da dentro un paese
d’acqua dove le vite,
che svaporano in nuvole
leggere o in cumuli di dolore,
tornano ancora a noi,
siedono sul divano buono
e aspettano. Vere come te,
come noi, come la puntura
odorosa del rosmarino
al figlio che si lascia leccare
il caldo e la polvere,
via, da un cane magro.

Tu parli dalle cose,
dallo svanire loro
e in loro del persistere
di un coro che risuona
eterno nella nostra voce.

Da Nel vero delle cose, Book Editore, 2003

***

Qui il corpo è quello abitato
dal male, da un altro; martoriato,
sondato con raggi e rumori,
fotografato, sezionato
su lastre in bianco e nero, a colori,
pronto per essere scartato,
rivoltato, stracciato, bucato
da aghi, bisturi, spilli elettronici.
Qualcuno già aperto si porta
su ruote, su un’asta incollata
alla carne, la vita che suona,
che manda luci, verdi segnali:
certezze, per qualcuno, speranze
che brillano al posto degli occhi
che vuoti galleggiano invece,
qualche volta a tradire un destino
a cui non vogliono credere,
altre volte a luccicare del niente
a cui ancora s’abbracciano.
Qui la voce decisa non chiede,
né implora, ma esige impetuosa,
comanda, dando del tu al crocefisso
come a un compagno di strada,
una resurrezione dovuta
per oggi, per sempre; un piegarsi
ancora più giù, in uno strazio
ch’era forza e bellezza schiantata,
solo incolpevole, ingenua
parvenza d’eterno finché
non ti tocca la madre scura
la spalla, il cuore o la mano.
Sulla mensola grigia, senza
tovaglia, nulla ricorda una mensa,
il pane e il vino sono il pane
e il vino, coppa e bicchiere
che si alzano nudi. Qui il corpo
e il sangue è il corpo e il sangue
di ognuno, di ognuno il corpo
e il sangue diventa un Cristo
sfolgorante e sconfitto,
glorioso, terribile e vivo;
– sia fatta la tua volontà –
scintilla dura che brucia in gola.

Da La scatola dei chiodi, La vita felice edizioni , 2008

***

Adesso che mi dici
da dove viene questo
fuorigiri del cuore,
mi sembra di capire
meglio anche il silenzio:
questo depositarsi
lento e inesorabile
di chiodi, terra, paglia,
aria che s’infila senza
alcun bisogno di bussare,
o giorni che s’annunciano
con rintocchi grevi
e voci sorde e cupe,
impasto che si anima,
nascosta alterità che cresce,
preme, vuoto autoalimentato
che reclama spazio, infine
esplode dentro il corpo
fragile, assediato ancora
d’altre lame fuori, velo
sottile, inerme, che si sfibra,
che si slabbra, che si lascia
andare all’urlo dell’ingorgo,
alla frusta del dolore, cede.

Da La scatola dei chiodi, La vita felice edizioni , 2008

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