Annalisa Manstretta: così miserevole era l’astratto

Annalisa Manstretta, GLI OSPITI DELLE STAGIONI, Atì editore 2015

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Il tempo evocato in questo libro è quello circolare delle stagioni, tempo non asettico, da misurare rispondendo a incombenze burocratiche, ma per i richiami dell’anima.
Si potrebbe dire che questo incedere di immagini e di presenze costituisca la cartina di tornasole dei cambiamenti umorali, l’occasione di un rispecchiamento delle forme nella soggettività della parola.
La parola accoglie e si fa contenitore; persino là dove l’indicibile si adombra nelle sue trame oscure, la parola lo riporta allo splendore dell’immagine, alla concretezza delle cose.
L’ascolto interiore si fa apparizione, segni, (gli ospiti) in un bilanciamento, tuttavia ben adombrato, tra sommovimento e conservazione. Dal punto di vista letterario questi due termini potrebbero essere accolti nella forma dell’elegia – ho pensato all’ode, ma verrebbe a mancare quella malinconia panica di fronte ai fenomeni naturali che l’elegia, soprattutto nella sua forma moderna, “destrutturata”, è più in grado di accogliere – .
Inoltre, a volte, si percepisce una “gratia” in queste poesie, soprattutto nelle chiuse, una larvata preghiera capace di considerare il dono di ciò che è rimasto, che stiamo sperperando. In effetti, queste descrizioni “naturali”, sembrano fotografie tattili, scattate dalle finestre di un contesto antropizzato, quindi cultivar, cespugli sfoltiti, tappeti di prato in cui gli uccelli provano a immaginare la propria casa. Altre volte lo scenario si sposta decisamente verso paesaggi naturali dove i segni e le apparizioni si fanno più intensi.
Il libro, dunque, potrebbe essere immaginato come un canto che percepisce il rischio del perduto, che vuole scarnificare la parola non per sottrazione ma per intensificazione di senso, per contatto.
Ché, in fondo, la scrittura è un’arte che affascina i sensi, li proietta verso l’altro, l’inascoltato.
Sebastiano Aglieco

*

Lo sguardo e le stagioni, dunque: ovvero lo spazio e il tempo. Con queste categorie, modulate attraverso le rappresentazioni della natura, Annalisa Manstretta disegna quadri mobili, ne cattura le inquietudini più interne, lascia affiorare da sotto l’apparenza del bozzetto, della sua pennellata ora diretta, ora impressionistica, il piccolo, ma significativo affresco delle tensioni che rendono vivo ed essenziale il suo rapporto con il mondo dell’esperienza. Un mondo che «ha dentro gli occhi della gente e non ci vede». La descrizione non resta mai, in ogni poesia di questo libro, un tentativo fine a se stesso. Il cambio delle stagioni, l’apparizione di un animale o di una nuvola, l’accendersi di un tramonto, le fasi della luna compongono nel loro insieme una vera e propria fenomenologia della percezione visiva, dominata però dall’impossibilità, dalla chiusura, dalla mancata reciprocità tra l’osservante e l’osservato: una «solitudine corale». Lo sguardo, proprio laddove sembra abbracciare una porzione ampia di realtà, è già imploso nei territori ambigui delle metafore e dei simboli, guarda al propr io interno, retroflesso tra i fantasmi. Questi paesaggi non hanno for ma, simili alle nuvole cangianti che l’immaginazione legge come draghi; o meglio, la loro forma è il movimento, la metamorfosi, il superamento della forma stessa. Anche il tempo è invertito, non è quello convenzionale che procede dalla primavera: la rinascita, la rigenerazione non sono qui il punto di partenza, ma una tappa nel percorso alterno tra luce e ombra, tra giorno e notte .

dalla postfazione di Roberto Deidier

***

15 FEBBRAIO

Hanno di nuovo cantato gli uccelli,
questa mattina prima dell’alba
dopo i mesi del silenzio,
nonostante faccia ancora freddo
ci siano tracce di neve in giro
dalla terra non spunti niente.

Così, senza aspettare il sole
quando tutto è ancora buio
si è posata la prima solida pietra
per costruire la nuova stagione
e il luogo scelto per cominciare
è stata l’aria.
p. 38

*

PRIMO MARZO

Non pensavo di dover usare l’astrazione,
non mi si confaceva, non l’amavo.
Questo fin quando mi si aprivano crinali di colline
e vigneti, alberi, ombre, voli,
canti di merli, cince, cardellini.

Così miserevole era l’astratto
mentre annusavo per ciglioni ombrosi,
dopo un inverno freddo,
l’odore sorprendente delle viole.
Ma quando ti passano selve elettriche di paure,
gioie, confusioni, bestiacce che guardano
– perché tu glieli fai vedere –
l’albero, il fiore profumato,
l’acqua del disgelo dentro il fosso,
guardano e non trasmigra niente,
si cerca, nell’urgenza, un nuovo attrezzo.
Le bestie non muovono a nuove amicizie,
mano nella mano, allargandosi
per questi campi aperti e chiari;
restano scapoli e nubili,
spargono, rintanate, forze storte, vuoti,
piccole scosse, artigli e ringhi
e poi un andirivieni di carretti, carrozze,
carriole e biciclette con portapacchi
che portano sensazioni e sentimenti
in orizzontale, in verticale e di traverso.

Urlano vetturini e ciclisti,
abbaiano spaventati i cani.
p. 39

*

ARIA

Ci sono le parole e ci sono le figure.
Quando non si capisce sono meglio le figure,
si caricano in spalla le emozioni e se le portano.
Sono grandi avventuriere, portano quel che non conoscono
pesi eccezionali, merci esplosive,veleni.
Le parole sono più codarde, scappano.
Solo quando tutto è tranquillo,
– il lavoro di fatica fatto fare a quelle altre –
arrivano fresche come rose a sistemare.

Gran lavoratrice, per esempio, è la figura dell’aria
che mi compare sempre se perdo l’orizzonte,
gli occhi vanno a lei che non si vede,
che si respira solamente.
Lei informe, mai stanca, ti avvolge
e ti rivolge al cielo che le sta adiacente,
senza lati, imboccatura o fondo.

L’aria ti porta a ciò che si spalanca profondo
mentre la testa, sola, senza appoggi
si volge in su, poi scivola
è contagiata da questa faccia oscura universale
che la fa cadere rotolando.
p. 52

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