La scatola sonora n. 52 Principessa Falena

Oggi i bambini hanno fatto la lezione di canto con una vera cantante lirica. Il 13 di giugno si va a vedere Turandot, realizzata dall’ASLICO, un progetto benemerito per avvicinare i bambini all’opera lirica. Quasi un delitto non portarli.
I miei bambini si sono presi un sacco di complimenti, e io ne ero certo. Intonati, cantano a memoria, conoscono la trama, si esercitano e giocano durante le pause. Qualcuno possiede una voce bellissima e dovrebbe stare in un coro di voci bianche. Si commuovono alla morte di Liù, fino alle lacrime. Fanno i paragoni tra le due diverse versioni dell’opera che hanno visto; una, semplice, tradizionale e sfarzosa, l’altra, più complessa e stimolante, anche dal punto di vista simbolico. Scrivono i dialoghi. Scrivono i monologhi. Danno parole ai personaggi che forse sarebbero piaciuti a Puccini… E Turandot, per la seconda volta, diventerà uno spettacolo di fine anno.
Quando Kalaf chiede a Liù perché abbia seguito suo padre in esilio, e Liù, innamorata di Kalaf, gli risponde: Perché un dì, nella reggia, mi hai sorriso, il mio Samir non può fare a meno di alzare la voce e cantare facendo i gorgheggi. E i suoi occhi neri si accendono. 
Se non fossero dei matti, sarebbe una classe modello. Ma sono i miei bambini. E io sono il loro maestro. Abbiamo delle responsabilità reciproche.
Ecco: questa è la premessa della poesia. La premessa della poesia non sono le parole ma le cose. La poesia è una promessa di presenza, di cura, di affetto. Il resto sono ciance. Il resto sono povere parole e mi fanno ridere quelli che pensano di far scrivere poesie ai bambini utilizzando filastrocche fasulle e qualche tecnica a buon mercato. Non hanno capito, come, del resto, non capirà mai la scuola, che la poesia è vita, e le parole sono quelle che la vita esige, e proclama, nella bellezza della forma. Bisogna avere le spalle larghe per fare questo? Certo. Io le ho sempre avute, ma non sembra che questo faccia notizia nel variegato mondo della poesia.
Mi fanno incazzare gli artisti che, quando parlano dell’arte dei bambini, la idealizzano e poi la mettono in un angolino perché, scherzi, mica è arte, mica si può confondere il metapensiero, la poetica e bla bla bla… E mi fanno incazzare ancora di più quando l’infanzia diventa il terreno di abbordaggio per spillare soldi alle famiglie offrendo in cambio qualche saggetto di fine anno. E che dire delle cosiddette agenzie educative autorizzate dalla nuova legge a offrire servizi e cosiddetta formazione rilasciando qualche diplomino in carta di pessima qualità in cambio di chissà quali cifre. Così, con un pezzo di carta, siamo tutti autorizzati a considerarci competenti.
Certo, non è arte quella dei bambini, è molto di più e molto di meno. Guardate questo piccolo video, e vedete come la musica sublime di Puccini, quando impatta con le voci dei bambini, con la loro ingenuità, i loro cappelli in testa, diventa qualcosa che non si può descrivere, qualcosa che va oltre. E i bambini diventano lettori, lettori veri. E le loro parole entusiasmo e lacrime.
Ecco, io sono un maestro, un maestro, dico, non un insegnante. Non perché mi abbiano autorizzato gli adulti ad esserlo ma perché mi hanno autorizzato i bambini. E questo spazio, per quanto possa interessare a qualcuno, non è più solo uno spazio di poesia, ma qualcosa di più e qualcosa di meno. Come l’arte dei bambini, appunto. Per scelta. Per etica. Per pulizia intellettuale. Questo spazio è per chi comincia a sentire l’urgenza di non sentirsi solo un artista in carriera.

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2 Replies to “La scatola sonora n. 52 Principessa Falena”

  1. bello Sebastiano! io non conosco la lirica se non a sprazzi e non mi attira …. almeno, finora; ma il pezzetto che hai messo per farci ascoltare e intravedere è bellissimo! un caro saluto paola

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