Nino De Vita: dove nessuno ha mai sentito un silenzio simile

Nino De Vita, A CCANCIU RI MARIA, Mesogea, 2015

Il racconto è un genere letterario che esige chiarezza di struttura, stacchi puliti da un blocco all’altro, caratteri ben individuati, sottotesto in forma portante di poetica.

Si tratta di elementi che appartengono alla forma realistica tout court, si potrebbe obiettare, la quale, però, non è l’unica forma del racconto. Certo, è vero che il realismo è ambiguo e io sono propenso a considerarlo come un contenitore piuttosto che una maniera. Il realismo è declinazione della Storia, è vero, se non fosse che la Storia, tempo finito di Crono, deve a volte immergersi nel tempo infinito degli dei e sperimentare un disastro ricorrente. Il tempo degli uomini si interrompe spesso e per questo occorre ricordare, mettere in fila gli anni. Così l’avvento di un tempo circolare è espressione della parola terrorizzata, tragica, la parola che non può raccontare ma evocare, tornare sempre indietro all’origine e sintetizzare il balbettio nella lingua misteriosa della poesia.

Quella cornice che chiamiamo realismo, dunque, ha il potere di accogliere anche le espressioni più ambigue e misteriose dell’agire. Il realismo può contenere tutti gli espressionismi, ma in genere non è vero il contrario. Dentro le maglie del racconto si muove l’incommensurabile dell’esistenza, le stanze buie del minotauro così come lo splendore dell’età dell’oro. Racconto è sia il tempo dell’epos, sia  il dato spicciolo della cronaca, l’intonazione lineare o sghemba della prosodia.

A proposito di questo racconto di Nino De Vita, si può intendere la narrazione proprio come intonazione e ritmo, tempo della parola e tempo del silenzio. Il verso è, in genere, un settenario senza accentazioni rigide, vicino, piuttosto, a un parlato che sposa la parola in presa diretta. E’ la forma, come è noto, del cantare popolare, qui non scandito per assonanze ma filtrato dalla consapevolezza diacronica. Il “cuntu” e il suo contenuto vengono consegnati al nostro tempo, alla domanda dell’accadere e al deperire della narrazione.

Questa storia di rapimento e di violenza, o di rapinoso sommovimento, a seconda dei punti di vista, pone la questione di che cosa s’intenda per attualità. Il problema non riguarda la consegna della narrazione ma della lingua. La lingua veicola il mondo e il senso del mondo. Si veda come in questo “cuntu” i personaggi si muovano in un contesto “naturale” descrivibile solo con le parole esatte della nomenclatura: gli animali, le piante, i paesaggi. E’ come se De Vita, raccontando in viaggio, stesse costringendo il suo calesse a fermarsi di tanto in tanto per guardare le cose, per cercare il loro nome. Quando la donna rapita viene condotta di notte nel dirupo sperduto, dentro le mura della piccola casa, noi sappiamo già dal prologo che quella casa ha resistito agli assalti del tempo in quanto sorge in un luogo “dove nessuno ha mai sentito un silenzio simile”; un anfratto primigenio, come l’inizio dei tempi e l’inizio della nominazione.

Dentro al realismo di De Vita, dunque, noi leggiamo gli archetipi del racconto, la struttura rovesciata del nostos; nessuno ritorna e ogni cosa è sempre rimasta al suo posto. Persino le azioni degli uomini non sono la conseguenza di niente, sono e basta, così come le cose esistono e non vogliono nomi. Così come ogni nome è una chiave per sondare l’incommensurabile ignoranza del tempo. Il progetto della nomenclatura totale in Nino De Vita, è vero, coincide con la poesia, una forma razionale e sorvegliata di poesia, ma cosa sarebbe la poesia senza quella carezza, ruvida o delicata non importa, che noi chiamiamo compassione? Il racconto di Maria, custodito per anni del segreto della censura sociale, viene consegnato alla voce del poeta per essere raccontato, appunto; evocato. La dura cronaca ne avrebbe esaltato solo gli aspetti osceni, di violenza sociale; il poeta, invece, ne coglie l’anima, la portata irrazionale dei sentimenti sottoposti al caos e alle responsabilità personali. Così come nei racconti verghiani, i personaggi fanno i conti col paesaggio, con gli uomini e con la lingua. Questa, lungi da qualsiasi espressionismo neodialettale, appare radicata proprio nella coerenza dell’appartenere; riesuma, piuttosto che scombinare gli oggetti dello scavo, e così recupera ciò che la modernità ha sperperato per sempre.

ALCUNI TESTI QUI

Sebastiano Aglieco

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