Pasquale Di Palmo: Ricominciamo, tienimi…

Pasquale Di Palmo,TRITTICO DEL DISTACCO, Passigli 2015

Ancora un testo sul distacco e sugli addii. Ed è ossimoro scontato, ormai, porre la parola addio come perno della massima scarnificazione, del massimo denudamento per la storia di ogni poeta; l’ho detto a proposito di molti altri testi di questa natura ma probabilmente occorrerebbero parole a parte per testimoniare gli esiti di simili scadenze.
In questo libro di Pasquale Di Palmo aiutano a capire le ricorrenze dello stile e dei temi, tutti focalizzati da Maurizio Casagrande nel suo studio introduttivo e da Giuseppe Pontiggia nella prefazione, testi rispetto ai quali risulta difficile aggiungere altro: rigore formale, asciuttezza del verso fino a coincidere con la prosa – col racconto della prosa – milieu paesaggistico perfettamente delineato, epifanie, apparizioni…Quanto basta a identificare una poetica, che è poi un modo di cogliere, e a volte sciogliere, i nodi della vita utilizzando il proprio armamentario di retorica e di immaginazione.
In questo libro, rispetto a quelli precedenti di Di Palmo, il quadro si arricchisce attraverso l’introduzione del racconto e del parlato, elementi strettamente correlati alle occasioni della vita “vera”.
Inoltre Di Palmo ci propone, per la prima volta, il dialetto come dispositivo spiazzante, antieroico. Si tratta, in effetti, della lingua parlata dal padre, semplicissima e comprensibilissima, che, proprio per questa immediatezza, raggiunge esiti di grande commozione, summae di un’operazione di smascheramento, antiretorica e antieroica, sul filo delle più sconvolgenti deposizioni pittoriche del plancto, della laude.

Papà, adesso che no ti ghe xe più,
vorìa dirte
quelo che no so mai riussìo a dirte
co ti geri vivo
co ti gavèvi bisogno
de na parola, de un gesto de affetto
dai to fioi, dal to fìo più vecio.
p. 48

L’altro elemento ha a che fare col paesaggio di un’infanzia splendente, bruciata sotto il sole che colpisce a picco le terre inquinate di punta Sabbioni – tema, del resto, assai ricorrente in Di Palmo, sintetizzato in dichiarazione di poetica, quindi musa:

Portare la poesia in dono sullo scheletro delle labbra a chi non interessa la poesia. Camminare incontro alla chiglia del giorno con il sole che ti brucia la faccia, in esso riconoscere la felicità degli ebeti. Stendersi in un prato, sedersi sulla panchina di un parco suburbano contro un cielo sereno.
Rialzarsi nel vento senza i soliti mulinelli in testa, essere lieto della neve, dei detriti, degli aghi di ghiaccio sulla carotide. Penetrare nella cordigliera del sonno senza voce, finalmente muto, in spregio alle nuvole che ti burlano.
p.61

Gescal

Sogno ancora di essere l’adolescente
che gioca interminabili partite
sulla piattaforma in cemento della Gescal,
con il vento che affila volto e fianchi,

la palla servita
al compagno più imbranato
che spreca l’occasione imprecando
nel sole allucinato delle due e quaranta.
p. 17

Ora leggiamo anche di presenze larvali; le persone comuni, marginali, portatori di un’umanità franta e fragile, descritta coi tratti manzoniani della migliore letteratura:

Avevo l’età di mio figlio, la stessa sfrontata allegria.

Dopo le partite giocate in cappotto
andavo con gli amici in una pasticceria
che risaltava appena nella foschia
di pomeriggi invernali
strappati all’ignominia della vita.

Sarà stato il ’71, il ’72.

Il pasticciere era un vecchio fiorentino
che si chiamava Marino.
Unica specialità il castagnaccio.
(…)
p. 25

La pressione straniante dell’espressionismo, però, finisce per risultare tecnica necessaria a incidere i tratti del corpo fino a stravolgerli, a mostrarcene una nuova natura…in ricordo, forse, o reinvenzione, della figura di Gregorio Samsa trasformato in scarafaggio, altro dall’umano, o forse profondamente radicato nella natura archeologizzata, superstite, di fossile, incuneato nella materia bruta dell’origine. E’ il modo estremo con cui Pasquale Di Palmo restituisce il testimone della parola al padre malato, fermato in quadri degni di un Francis Bacon:

Dal carapace della carrozzina
tendono un volto senza più espressione
nella grande sala dove uno schermo
riproduce immagini di scherno.
(…)
p. 35

Libro da aggiungere a un elenco ristretto di libri, per il catalogo di un nuovo e più libero umanesimo, da collegarsi alla storia di un novecento umile, appartato, predisposto più al rispecchiamento della condizione umana che allo splendore di una parola falsamente salvifica.

Sebastiano Aglieco

 

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