Perché

Che insegnano i grandi ai piccoli?
Insegnano a guidare la macchina, come si fa il pane, a non dire parolacce, la differenza che passa tra fare l’amore e il sesso?
Insegnano le regole, le complicità, le trasgressioni, a come si scrive senza fare errori, ad essere onesti senza fregare il prossimo, a guadagnare senza strafare, ad accontentarsi del giusto necessario per vivere, più un piccolo surpluss per i piaceri dei sensi e per i figli?

Che cosa non insegnano i grandi ai piccoli?
Che cosa non insegnano più o continuano a insegnare?
E chi sono i grandi e chi sono i piccoli?
Che cosa imparano i grandi dai piccoli, se c’è da imparare qualcosa …

E i poeti, che insegnano i poeti ai poeti, agli uomini comuni, alla gente che di poesia non ne legge, ai letterati che dicono di leggerne tanta, ai filosofi che la pensano e ai musicisti che la suonano?

Che cosa stiamo imparando e che cosa stiamo insegnando?
Chi stiamo segnando?
Chi ci sta segnando o sognando?

E il tradimento, che vogliamo dire del tradimento?
E del silenzio?
E dello specchio, e della maschera?
Che vogliamo dire dello specchio e della maschera?
E perché io sono un piccino poeta e tu sei un grande poeta?
Chi lo dice?
Perché lo dice?
E se io sono un piccino poeta e tu sei un grande poeta, io che cosa ho imparato da te e tu che cosa hai imparato da me?
Lo dici che cosa hai imparato da me o lo nascondi perché non si sappia?
Lo dicono gli altri che cosa tu hai imparato da me piccino?
Perché se io piccino ho imparato qualcosa da te, lo dicono tutti.

E in quale scaffale della grande biblioteca è la mia parola?
Quanto vale la mia parola anche se non vale niente?
Dove sono andati a finire tutto il dolore, il pensiero, l’abnegazione che vivono dentro la parola?
Chi sceglieranno, i posteri, in questa gigantesca libreria?
Sceglieranno dagli scaffali ad altezza d’occhi, come al supermercato?
Saranno così miopi e facili anche i posteri?
Sceglieranno chi ha avuto un funerale nobile, chi era il più grande, ma proprio il più grande di tutti?

Perché amiamo essere conservati nella parola piuttosto che nella carne e nelle ossa?
La parola è partorire figli?
Figli che non muiono e che resistono al tempo?

Esistono figli venuti bene e figli venuti male?
Chi lo dice che ho un figlio venuto bene e uno venuto male?
Chi lo dice che tuo figlio è tuo e il mio è un bastardo perché l’ho comprato? Perché non è veramente mio? Perché non l’ho partorito io?
Chi lo dice che tu sei padre perché hai inseminato una donna e io non lo sono perché non ne ho avuti di figli inseminando una donna?
Chi lo dice che io di figli non ne ho avuti? Ne ho avuti a centinaia.
Chi lo dice che si è padri e madri solo perché si ha un apparato di riproduzione?
La violenza?
La forza delle parole?
La violenza dell’universo?

Chi decide di bruciarmi, di dimenticarmi?
Io, in classe, non giudico nessuno, osservo e nutro le differenze, ma non condanno nessuno all’oblio. Alla vergogna.
In classe le parole dei bambini sono tutte grandi o piccine in modo diverso.
Le parole non si giudicano, si fanno crescere, come il lievito. Se il lievito muore, muore il pane.

Chi rimane grande da solo è grande solo per se stesso. Ed è solo nella sua grandezza. Come un dio.

Io non ho figli.
Io non ho dio.
Io non ho casa, né terra.
Io sono terra di passaggio.
Non esercito poteri, nemmeno in me stesso.
Io sono un maestro.

Chi lo dice che i maestri non esistono più?
Chi lo dice che io non sono un maestro perché i maestri non valgono più un cazzo e non li ascolta nessuno?
Chi lo dice che i maestri non sono padri, né madri?
Chi lo dice che una volta i maestri esistevano e oggi non esistono più?
Chi lo dice che un maestro non è più necessario?

I poeti senza parola non esistono ma la parola non muore se non ci sono poeti.
La parola è lievito.
E’ anche virus.
La parola non basta.
L’azione non basta.

Noi dobbiamo essere Nessuno.
Non attaccati.
Non specchiati.
Andarcene.

I poeti devono parlare con pochi.
Quelli che amano.
Quelli da cui sono amati.
Quelli di cui si possono fidare perché non giudicano, perché non ci vogliono portare da nessuna parte ma ci accompagnano.
Il resto è il barocco del mondo.

I poeti devono abitare una classe dove tutti si guardano, sentono che nessuno è uguale all’altro, applaudono davanti alla grandezza, si abbassano umilmente davanti all’ultimo.
E la parola è di tutti.
Non del vate, del sacerdote, del politico ma dell’anima sperduta, disposta a cercarsi negli altri, disposta a riconoscersi nocciolo duro o seme allevato dalle mani di tutti.

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