Marco Scalabrino su Titta Abbadessa

TITTA ABBADESSA, di Marco Scalabrino

Ho incontrato Fina Abbadessa alcuni anni or sono a Trapani, la mia città, nelle circostanze di un concorso letterario. Quel pomeriggio lei conseguì il primo premio con un suo componimento in Italiano, la cui recitazione fu ben apprezzata. Io ero in platea, tra il nutrito e attento pubblico, e a fine cerimonia mi avvicinai e mi presentai a lei, sia per felicitarmi a motivo della meritata affermazione sia per parteciparle che tra le righe del suo testo, dal titolo ASPETTANDO LA MAREA, in quella “quercia possente, corteccia ruvida e fronde rigogliose, ghermita un mezzodì qualunque dalla Gorgone” io avevo ravvisato un lirico, tenero, affettuoso omaggio al padre.
Titta Abbadessa era scomparso di recente e quella evenienza mi fu perciò propizia per esprimerle il mio cordoglio per la immane perdita, per comunicarle che io avevo avuto modo di conoscerlo, che eravamo stati assieme in talune occasioni, che ne serbavo un garbato ricordo, che ne possedevo un paio di pubblicazioni. Da quella sera, in forza del legame che la Poesia esercita, i contatti epistolari, telefonici, per e-mail si intensificarono, e si consolidarono la reciproca stima e il rapporto umano.
Quando allora qualche mese fa, la mattina di un Sabato, Fina Abbadessa mi telefonò annunciandomi che la Città e l’Amministrazione del Comune di Camporotondo Etneo, di cui Piano Tavola – frazione nella quale Titta Abbadessa abitò, in via Nazionale 2, sin dal lontano 1960 – è territorio, nella persona del Sindaco Antonino Rapisarda, a dieci anni dalla scomparsa, avevano deliberato di intitolare una piazza al padre, fui entusiasta del proposito, felice per il nome e la famiglia di Titta, compiaciuto quale siciliano e quale poeta dialettale. Ma l’oggetto della telefonata di Fina Abbadessa non si esauriva in quelle notizie e lei altresì mi confidò che per quell’avvenimento stava personalmente allestendo un florilegio dei testi scelti del genitore e, oltre ogni mia congettura, che lo staff degli organizzatori e lei avrebbero gradito che io fossi il relatore della manifestazione che di lì a poco andava a realizzarsi. Superato l’iniziale attimo di sbigottimento, la ringraziai di cuore e mi dichiarai lusingato e disposto a onorare la memoria di Titta Abbadessa.

Ho conosciuto Titta Abbadessa…
I ricordi sono riemersi tumultuosi, irruenti, disorganici tutti insieme a seguito della amabile telefonata pervenutami da Fina Abbadessa e, dopo lustri di ovattato letargo, tuttora stentano ad assumere una precisa dislocazione cronologica. In ogni caso, correvano gli sgoccioli degli anni Ottanta e gli esordi degli anni Novanta allorché ebbe origine la mia iniziazione al Dialetto Siciliano. In quel periodo si susseguirono frequenti, in ambito di concorsi letterari, di recital, di convegni, le puntate nel catanese, nel ragusano e nel messinese: Misterbianco, Catania, Vittoria, Barcellona Pozzo di Gotto, eccetera. All’epoca peraltro, e per un buon frammento degli anni Novanta, si svolgevano nei mesi estivi, a Castellammare del Golfo, cinquanta chilometri circa da Trapani, a cura del compianto zu Pippinu Caleca, i rinomati raduni regionali ai quali partecipavano, in una sorta di gemellaggio in gloria della poesia, numerosissimi autori dialettali siciliani e fautori del dialetto siciliano, decine e decine provenienti dal versante orientale dell’Isola, che giungevano nella cittadina trapanese con autovetture e bus stracolmi di amici e di familiari per una giornata domenicale che di fatto si tramutava, volta per volta, in un festoso giubileo.
In una di quelle fortunate occorrenze il nostro incontro.
Un paio di dati sono tuttavia certi: un luogo, Misterbianco, e un anno, il 1991, posti, unitamente alla firma, in calce alla dedica fattami per il dono del suo libro SULI CA NON TRACODDA MAI, libro che ha visto la luce, per i tipi della Tipolitografia Gullotta in Catania, nel Marzo 1991.

Altri flashback sovvengono disordinati, spingono per essere celebrati e, volentieri, ve li giro.
Rammento una domenica d’estate, dopo una kermesse letteraria mattutina, il pranzo in un ristorante della splendida Ragusa Ibla e lì, in un gioioso clima conviviale, Titta Abbadessa recitò, con sommo gaudio degli astanti, il brano FRA DU’ VICCHIAREDDI PINSIUNATI, tratto dalla commedia atto unico in versi VERA, BRAVA VARVERA DI LU ME PAISI. Un ulteriore episodio risale alla prima metà degli anni Novanta: Titta Abbadessa venne a Paceco, località poco distante da Trapani, per ritirare, presso la Biblioteca Comunale, un premio attribuito alla sua poesia C’ERA NA VOTA, della quale conservo copia datata 1992. I consensi quella sera tributati alla poesia e alla persona sottolineano, ove ve ne fosse bisogno, i saldissimi longevi legami tra Oriente e Occidente di Sicilia, e il fatto che Titta Abbadessa ha avuto fervidi ammiratori, e amici genuini, non solo nei patri lidi ma anche nella Sicilia occidentale e a Trapani e in provincia in particolare.
Rimangono comunque, impressi nelle mie reminiscenze, l’uomo, le sue fattezze, il viso rotondo, lo sguardo leale, la “congenita” abbronzatura, i baffetti brizzolati, la rodata ars declamatoria e, ultima ma non ultima, la bonaria compostezza.

Titta Abbadessa, primogenito di sette figli, nacque, da una umile famiglia contadina, a Misterbianco il 30 Luglio del 1924. Le ristrettezze economiche lo costrinsero a interrompere (presto) gli studi e a seguire il padre nel duro lavoro dei campi. “La Natura ha voluto donarmi un bel pizzico di buonsenso e grazie a questa facoltà, che mi consente di elaborare l’arte con la fantasia, rappresento fatti, immagini e tutto ciò che mi circonda.” Sono parole vergate di suo pugno, che ho riportato al fine di una fedele, rigorosa, presentazione.
È tempo adesso, dopo averne delineato per sommi capi il contesto all’interno del quale sono maturate, di dedicarci all’opera e alla figura di Titta Abbadessa, le cui valenze, per le attitudini, l’agone socio-politico, il carisma che si ritrovò a esercitare, sono innegabilmente poliedriche. Privilegeremo, giacché questa sede e questo ruolo ciò richiedono, il profilo culturale del Nostro, appellandoci, per la “ricostruzione” di un sì sfaccettato mosaico, sia alle indicazioni scaturite dalla selezione operata da Fina Abbadessa, sia alla pluralità degli spunti che ci hanno sollecitato.
Per prima cosa ci interroghiamo: “Quando cominciò a scrivere Titta Abbadessa? E cosa ha scritto?”, con ciò fondatamente significando: cosa ha pubblicato?
Ricorro una volta di più a una fonte inoppugnabile: la sua propria penna. Annota Titta Abbadessa nel 1991: “È da una cinquantina d’anni che scrivo poesia. Amo la campagna e, mentre lavoro, mi viene l’ispirazione … e cantu la Natura e m’arricriu / pirchì mi sentu a cuntattu ccu Diu”.
La sua attività di poeta ebbe inizio nel 1947. Ecco, introduciamo una tra le peculiarità dell’opera di Titta Abbadessa: la “mascara”. La “mascara”, la cui etimologia deriva dall’arabo maskhara nel costrutto di buffone e per riflesso derisione, burla, consisteva nel rappresentare in pubblico, nel periodo del Carnevale, una farsa o commedia in versi, su fatti e accadimenti di vita sociale locale effettivamente verificatisi, opportunamente rielaborati così da scongiurarne l’individuazione dei reali protagonisti. Gli interpreti della “mascara” erano tutti uomini, in maggior misura contadini. Alcuni di loro si prestavano a ricoprire i ruoli femminili, per cui non c’era da stupirsi se, sui carretti, si vedevano recitare “donne” con tanto di baffi! La “mascara” scritta nel 1947, ripresa poi nel 1978 nella commedia in versi titolata CU’ PRIMA NON PENZA ALL’ULTIMU SUSPIRA, fu la sua prima creatura. Sia CU’ PRIMA NON PENZA ALL’ULTIMU SUSPIRA che VERA, BRAVA VARVERA DI LU ME PAISI, che le altre sue mascari, tutte rigorosamente in versi siciliani, sono state portate sulle scene nel Carnevale misterbianchese.
Rotto il ghiaccio, ritengo semplicistico, superficiale, delittuoso liquidare la pratica Titta Abbadessa limitandoci al mero inventario di titoli e di anni delle pubblicazioni. Sappiamo sì, che suo malgrado, egli ha dovuto rinunciare agli studi regolari; ma parimenti sappiamo che la lettura – libri, giornali e quant’altro – è stata sua fedele compagna in ogni istante in cui il gravoso lavoro dei campi glielo ha consentito, in ogni stagione del suo itinerario terreno. E nondimeno ciò, da solo, non sarebbe stato allora sufficiente, né fornirebbe oggi la risposta adeguata. Quale è stato quindi l’evento scatenante, la contingenza che ha liberato le latenti sue inclinazioni, il punto di non ritorno? “Un giorno del 1942 – rivela Titta Abbadessa – mia madre, rientrando da Catania, mi portò un libro che aveva acquistato in una bancarella.” Il libro si titolava IL GIRO DEL MONDO DI UN BIRICHINO DI PARIGI; ma questo non è essenziale. Conta piuttosto che egli, avendo raccolto per giorni e giorni chili e chili di radici di saponaria (scippannu ervi a corpa di zappuni, è detto nel testo ‘U MAESTRU che più avanti richiameremo) e avendo rivenduto le radici a una signora di Paternò, racimolò la bella somma di Lire 200 e ordinò alla Casa Editrice Sonzogno, tramite il cedolino allegato al libro appena menzionato, i seguenti due volumi: il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana e il Poliglotta Moderno: Francese, Inglese, Tedesco e Italiano; volumi che puntualmente ricevette dopo una ventina di giorni. Lo studio delle lingue, lo si apprenderà scorrendo il tomo LE COSE SACRE NON SI DISSACRANO, gli sarebbe stato provvidenziale in quei frangenti perigliosi di guerra e di invasioni militari.

Ma cos’è stata per Titta Abbadessa la Poesia? E cosa il Poeta?
“La poesia – riferisco testualmente – è l’arte di rappresentare fatti, immagini, sentimenti, con parole disposte secondo un determinato ritmo; e poeta è colui che, per felice disposizione d’ingegno, mosso da forti passioni e da fervida fantasia, manifesta pensieri e sentimenti in forme vive e armoniose. Nella mia vita – prosegue – ho preso e prendo tutto con la massima serietà. Ho letto tutti i libri che ho comprato o che ho avuto in omaggio dai poeti e me ne sono fatto un buon profitto culturale.”
Poeti, con i quali Titta Abbadessa ha coltivato autentici rapporti di amicizia o di devozione, che rispondono ai nomi di:
Turiddu Bella: “tutti li Musi jocunu ccu tia / facennu festa ccu li canti toi. / Turiddu, tu si’ granni, cridia mia: / in Arti si’ sublimi, si’ ‘n-eroi”;
Pippinu Caleca: “onuri a d’iddu di cori curtisi / ca teni la puisia a primavera. / È lu Caleca l’omu di li ‘mprisi / pirchì a tutt’oggi porta la bannera”;
Guglielmo Castiglia: “vurria cantari senza lassa e pigghia / un gran pueta, omu di campagna. / A vuci ‘ranni, Guglielmu Castigghia / è comu si cantassi cosa magna”;
Giovanni Formisano: “spissu sinteva ‘nta li sirinati / palori ca ‘ntunavunu accussì: / “Lu suli è già spuntatu di lu mari / e vui bidduzza mia dormiti ancora …” / Palori ca parevunu ‘nfatati / miludiusi e chini di virtù.”
E ancora di Alfio Naso, Tano Petralia, Nunzio Petralia, Nino Sava, Neddu Bruca, Pasqualino Caruso, Nitto Santonocito, Pasquale Santonocito, Giovanni Scuderi, Turiddu Malerba, Pippinu Anfuso, Ciccu Vitanza, Nina Giardinaro, Saro Ragusa, Attilio Celi, Angelo Santonocito che Titta Abbadessa ricorda assieme con Turi Scordo, il quale durante le prove della “mascara” spesso consigliava agli attori come meglio declamare e rispettare la rima. Accanto a costoro, Titta Abbadessa non manca egualmente di annoverare alcuni concittadini, Mustarianchisi sperti e puliti, che hanno onorato il proprio paese, mettendo i loro talenti a disposizione della collettività, col primario intento di divulgare l’arte, la scienza, la fede: Nunzio Caudullo, Angelo Belfiore, Pippo Giuffrida, Nunzio Ferrara, Paolo Citraro, Giuseppe Di Prima, Pippo Caruso, Mimmo Santonocito, Padre Vincenzo Cannone e Padre Giovanni Condorelli.
A partire dall’anno 1970 Nino Giuffrida Condorelli introdusse Titta Abbadessa nei circoli catanesi ARTE E FOLKLORE DI SICILIA, SOCIETÀ STORICA CATANESE e altri, ed egli conobbe i poeti al tempo in auge, quali Giovanni Isaia, Enzo D’Agata, Pippo Cacopardo, Antonino Bulla, nonché Vincenzo Di Maria. E nella antologia, I POETI DELL’ETNA del 1973, e nel Cenacolo denominato “Centro d’Arte e Poesia Antonino Bulla” si trovò fianco a fianco di autori del rango di Nino Gringeri, Giancarlo Interlandi, Carmelo Molino, Alfredo Danese, Tino Scalia, Giuseppe Pisano, Giovanni Formisano jr, Santo Calì, eccetera. Nel 1978 esortato da Micio Agosta, pittore di San Giovanni Galermo, e tramite Nino Marzà partecipò al Raduno dei Poeti Siciliani organizzato da Peppino Caleca. Tanti anni prima, nel 1950, aveva sentito dire che Turi Scordo, di Misterbianco, e Peppino Marchese, di Piano Tavola, erano andati assieme ad un raduno in un luogo lontano. Quella volta realizzò che luogo e raduno erano quelli di Castellammare del Golfo. Il 7 Giugno 1987, per volere di Peppino Caleca, si tennero a Misterbianco i festeggiamenti in occasione del suo 85simo compleanno. I poeti del catanese, Titta Abbadessa in testa, offrirono a Peppino Caleca una targa in argento, grande abbastanza da contenere incisi i 124 nomi dei promotori dell’iniziativa. Nel 1993 Titta Abbadessa redasse la prefazione della silloge di Peppino Caleca titolata: RACIUPPANNU RACIUPPANNU CU SPASIMI E DULURA. Ma, chiudiamo questa pure avvincente e bella pagina umana, rimandiamo quanti volessero sviscerare il fraterno rapporto tra Caleca e Abbadessa alle fitte facciate dedicate in LE COSE SACRE NON SI DISSACRANO, facciamo un passo indietro e torniamo a occuparci più da presso del Nostro.
Ha scritto e pubblicato: LI TRICENT’ANNI DI MUSTARIANCU, opuscoletto in versi del 1969, nella ricorrenza del Terzo Centenario della fondazione di Misterbianco; MUSAICU DI VERSI, liriche dialettali siciliane del 1976; LA FRUMMICULA E L’OMU, poemetto in dialetto con traduzione del 1976; CU’ PRIMA NON PENZA ALL’ULTIMU SUSPIRA, commedia in versi del 1978 derivata dalla famosa mascara; LA SIGNURINA VOSCENZA, commedia in tre atti del 1980. L’ultimo lavoro di Titta Abbadessa, LE COSE SACRE NON SI DISSACRANO, venne pubblicato alla fine del 1996, pochi mesi prima della morte avvenuta il 15 Febbraio 1997.
CUNTEGGI CAMPAGNOLI, edito nel 1977, è un cospicuo volume di 300 pagine in cui viene ricreato il tessuto economico e sociale nelle campagne misterbianchesi dagli anni Trenta agli anni Sessanta: un succedersi di vicende reali, di vite vissute, di testimonianze di gente tenace e laboriosa. Un libro – asserisce Titta Abbadessa – di pura, nuda e cruda verità. La prefazione, che abbiamo ben valutato e di cui riportiamo rapidi stralci, è di Giovanna Giuffrida: “Titta Abbadessa si fa portavoce della realtà umana di una sofferta generazione che ha visto i soprusi del regime e gli assurdi della guerra e che ha patito gli inganni di una politica violenta e le miserie della terra spesso avara. Il clima rarefatto di un momento della nostra evoluzione salvato dalla dimenticanza. La verità dell’uomo che crea per sé e per gli altri quella dimensione astorica propria della rievocazione. Un abbraccio commosso e spontaneo di Abbadessa ai suoi contemporanei, ai sacrifici, alle sofferenze, ai costumi, alle tradizioni di un’età al tramonto, di una generazione di umili eroi che nelle pagine hanno un riscatto morale, il giusto posto d’onore in una galleria a loro dedicata.”
Per un processo di accumulazione, funzionale alla loro classificazione in quanto mezzadri, “persone semplici, umili, analfabeti o quasi, nostri avi che, fino a vecchiaia inoltrata e senza pensione alcuna, lavoravano i terreni degli altri”, compaiono, tra le pagine 192 e 296 del volume, una serie sterminata di soprannomi, di nomignoli. Ma, come del resto fa Titta Abbadessa, rivolgiamoci a essi chiamandoli coi lemmi di peccu o nciuria, ché “naturalmente” tale lessico è integrato in quel mondo in dissolvenza, in quel ritaglio di società in disgregazione, in quella corte culturale all’epilogo. Endemici in passato e oggi pressoché scomparsi, li nciuri, che sovente venivano ereditate dai discendenti di coloro che ne erano stati per così dire titolari, consentivano l’identificazione immediata e indubbia di un casato e di una persona. La loro tipologia è assai variegata e sarebbe prolisso (e spropositato) rivangarne le origini, legate all’attività, a una speciale caratteristica fisica, a un distintivo atteggiamento, a una località, eccetera. Ne elenchiamo, solo mo’ di esempio, le più “colorite”: Ninu causilenti, Petru ‘nsalata, Puddu acquafrisca, Angilu cacaligna, Giuvanni funciazza, Ninu bunaca, Natali cosciajanca, Micalangilu cingalenta, Matteu mattiddina, Ninu manazza, Ninu uccastotta, Cammelu pulici, Pippinu mustazzu, Miciu favisquadati, Vicenzu pisciafinocchi, Neddu micciastotta, Cammelu cicireddu, Affiu masciuscia, Mariu uccad’aneddu, Nunziu menzuculu, Peppi urrocamotti, Turi babbaleccu.
L’universo di Titta Abbadessa, pregno di ragguagli storici, di personaggi esclusivi, di allusioni alla Natura, di esortazioni al bene e alla pace, di coefficienti affettivi, si perfeziona di emozioni, di suggestioni e di parole. Parole, ovviamente, siciliane. E ciò ci offre il destro per soffermaci, stringatamente, sulla questione che direttamente lo ha investito e tutt’oggi ci investe: la Poesia e il Dialetto. “La letteratura dialettale – registra Gian Luigi Beccaria in LETTERATURA E DIALETTO, Zanichelli Editore 1983 – non conosce eclissi salvo che nel Rinascimento. L’esperienza storica più complessa è negata a quella letteratura. Ciononostante non è affatto letteratura subalterna di interesse locale. Coesiste, con pari diritto, accanto alla nazionale con la quale forma cordiale e ricca unità, feconda di scambi.” Eppure la concezione del dialetto quale codice dei parlanti di un ristretto consesso sociale, un codice sinonimo di sottocultura, è sostanzialmente tuttora diffusa. Concezione fondata sul pregiudizio, su una visione assai approssimativa di quanto invece c’era – c’è – di bello, di prezioso, di antico nel nostro dialetto.
Non stiamo più, qui, a reiterare che, dopo il disfacimento del Latino, il Siciliano divenne la prima lingua letteraria italiana (Dante, nel De Vulgari Eloquentia: tutto ciò che gli italiani poeticamente compongono si chiama siciliano; e il Devoto: la Sicilia a partire dal XII secolo, nel periodo delle due grandi monarchie, la normanna e la sveva, ha elaborato la prima lingua letteraria italiana); che l’epopea del XIII secolo, la rinomata Scuola Poetica Siciliana, fiorì a Palermo alla Magna Curia di Federico II; che nella Sicilia del Cinquecento operavano due Università, quella di Catania e quella di Messina; che già nel 1543 il siracusano Claudio Mario Arezzo propose di istituire il siciliano come lingua nazionale; che per la presenza di Vocabolari, non ultimo il monumentale in cinque volumi di Giorgio Piccitto, di testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, eccetera, nonché di Autori di levatura planetaria, il Siciliano potrebbe essere considerato – se davvero esigessimo impuntarci su questo termine – lingua, ma che il designarlo Dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo diminuisce. E nondimeno non possiamo sottacere che, al pari di ogni altro idioma, esso è un organismo vivente, una struttura articolata i cui elementi, le parole, sono in continua correlazione e trasformazione. Trasformazione dovuta al variare della società, connessa alla evoluzione filosofica, scientifica, tecnologica, e bensì allo stravolgimento dei tempi, del costume, della prassi quotidiana. Trasformazione che vieppiù, ahinoi, va connotandosi quale sinonimo di impoverimento, abbandono, agonia. Le parole, rilevano gli studiosi, hanno una vita. E in questa loro vita, esse nascono, si evolvono, si ammalano, invecchiano, muoiono. Oggi i fax, le e-mail, i messaggini … sono mutati il mondo, lo scenario ambientale globale, la pratica della vita e per conseguenza sono mutati i codici di comunicazione. La Poesia è ricompresa nel novero dei codici sociali, un codice invero speciale giacché, è giusto il caso di ribadire, essa è interiore urgenza, combinato esercizio di spirito e di intelletto, ufficio il più serio della vita del Poeta.
Il linguaggio utilizzato da Titta Abbadessa è il dialetto di tutti i giorni, permeato dalla sofferenza della storia e delle idee. La scelta dialettale è motivata dalla impellenza di palesare sentimenti e concetti nel modo più conforme alla propria sensibilità.
Il MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, a cura di Salvatore Camilleri, pubblica due componimenti di Titta Abbadessa, QUANNU SCRIVU PUISIA e MORU SI NUN FAZZU PUISIA, e una stringata chiosa: “Al sentimento doloroso della povertà e delle ingiustizie sociali si accompagna la gioia del vivere in un continuo contatto spirituale con la natura, colta nella sua bellezza smagliante e generosità di frutti elargiti all’uomo. È una poesia dal timbro forte, grazie a numerosi gruppi consonantici in un’ebbrezza di toni e di notazioni, varianti in una dinamica lirica assai vigorosa.”
SULI CA NON TRACODDA MAI, che ha visto la luce nel 1991 ma i cui testi spaziano tra gli anni dal 1970 al 1990, fu così intitolato dall’Autore perché era suo convincimento che la poesia, e nel dettaglio la poesia popolare, tradizionale, rimata e ritmata, “finché c’è l’uomo che la coltiva, come il sole, non tramonterà mai.” In quei versi Titta Abbadessa “immortala” (immortalare, in tutte le forme della sua declinazione, è una nozione che egli adopera con insistita frequenza) tanti episodi visti e vissuti di persona, benché arricchiti o addolciti dalla fantasia. E soprattutto viene consacrato, in una impronta indelebile, Misterbianco, il suo paese natio. “La storia di Misterbianco – appunta Titta Abbadessa – è storia di tormento fisico e morale. Il tormento fisico è quello della sua distruzione totale causata dall’eruzione dell’Etna nel Marzo del 1669, la sua più grande e disastrosa eruzione. Allora il vecchio casale di Monasterium Album era nei pressi ove oggi si possono ancora vedere i ruderi del vecchio campanile denominato Campanarazzu, in zona Madonna degli Ammalati, l’unica testimonianza di ciò che ci è rimasto di quella catastrofe. Il tormento morale è quello della prepotenza che l’uomo fa al suo simile.”
“Ammalati” è una frazione di Misterbianco, dove si svolge, nel periodo estivo, una processione religiosa annuale che ricorda il miracolo della chiesetta risparmiata dalla lava dell’Etna che l’aveva ormai circondata durante una delle tante eruzioni. Lungo il raccordo con la strada provinciale S.P. 12 si trova l’antico il sito di Campanarazzu.

Mustariancu, sempri mi rammentu / la carusanza passata ccu tia, / scausu e ti sigueva in ogni via … / Quannu ci pensu a chiangiri mi mentu. / Mustariancu miu, Terra natia, / accetta chistu elogiu in puisia!;
Lu quadru ca si gira nto paisi / fu votu fattu ccu fidi riali, / fidi di cori mustarianchisi / cumbattenti di l’Africa Orientali. / Mustarianchisi, di lu cori ‘ranni, / ca siti nta stu Chianu radunati, / gridati assemi a mia, picciotti e granni: / “Evviva la Madonna d’ ’i Malati!;
Lu tempu passa … havi tricent’anni, / quannu ppi ‘n-capricciazzu di Natura, / ca Mungibeddu vosi fari ‘u ‘ranni: / dannu a sti lochi eterna sipultura. / Campanarazzu, lu to nomi è granni, / la radica si’ tu di stu paisi. / E iù p’alliviari ‘i toi malanni / eternamenti cantu a toi difisi.
Si situano altresì bene, in questa cornice, i riferimenti correlati alla festa di Sant’Antonio Abate, Patrono di Misterbianco: Sant’Antunuzzu di virtù divini, / scansatini d’ ‘i guai e di li peni, / faciti quantu stamu a Diu vicini / ppi quantu ni vulissimu chiù beni; / faciti ca rumpemu li catini / e godiri la vita chiù sireni, / mannatini la Binidizioni / e nui gridamu “Viva Sant’Antoni!;
alla Natura: Viniti a la campagna, cittadini, / viniti a visitari la Natura / ca offri paisaggi ginuini / e suggirisci maggica pittura. / Ccà non ci sunu aceddi abbassamati, / mancu ci su’ di plastica li ciuri, / ccà ogni cosa sana la truvati: / ccussì comu la fici lu Signuri;
all’Etna, il nostro vulcano, amorevolmente anche chiamato Muntagna o Mungibeddu, locuzione quest’ultima che assomma la radice latina di mons (monte) e quella araba di gebel (monte): Mungibeddu autu e supranu / ca eternamenti fa la so fumata.

Circa la Madonna d’ ’i Malati, come pure su Sant’Antoniu Abbati, chi lo desideri potrà approfondire consultando il volume IL MIO PAESE, del misterbianchese Antonio Belfiore.
LE COSE SACRE NON SI DISSACRANO è il capitolo conclusivo della saga associata al marchio Titta Abbadessa. Nomi, cartine, foto, immagini, quietanze, bollette, articoli di giornale, mappe, contratti di mezzadria, tessere di partito, atti pubblici, delibere, sentenze, lettere, copertine di libri, date, annotazioni le più disparate, addirittura un “caldo” discorso – nella stesura integrale, letto sul palco di Piazza della Repubblica a Misterbianco la sera del 6 Giugno 1980 – che la dice lunga riguardo ai suoi travagliati rapporti con il mondo della politica e dei padroni. Un libro che nelle sue dimensioni, la testimoniale, la documentale, la storica oltre che la fisica e l’affettiva, ci consegna uno spaccato che eccede i confini di Misterbianco da cui scaturisce e diviene esemplare di una realtà corrente all’epoca nell’Isola. Scampoli di storia sotterranea, o come qualcuno l’ha acconciamente definita “carsica”, per quella singolare caratteristica, dei fiumi della regione del Carso appunto, di emergere per effimeri spazi in superficie e sottrarsi poi per lunghi tratti alla vista. Un dossier inestimabile, unico, che si spinge fino al 1994, che restituisce cinquant’anni quasi di vicende storiche, politiche e sociali di Misterbianco e dintorni, in cui molti Siciliani avranno potuto rispecchiarsi, e che stimo potrà essere in futuro oggetto di studio da parte dei ricercatori.
I temi sono la memoria, gli avvenimenti, la testimonianza, la nostalgia, il destino di uomini e di donne la cui attrattiva insiste sulla amarezza della loro condizione sociale. Famiglie, persone, individui per i quali le vicissitudini indotte dal conflitto bellico sono andate a sommarsi alle già precarie situazioni socio-politico-economiche, all’atavica sudditanza culturale e psicologica.

Ma ampia fetta del lavoro, la più suggestiva, vibrante, è votata alla rievocazione dell’anno 1943; alle vicende che hanno ruotato intorno a quell’anno e di cui Titta Abbadessa si fa puntuale, elettrizzato ermeneuta. Per il 19nne Titta Abbadessa, il 1943 ha costituito l’anno di snodo, un cardine della sua esistenza. Un carosello che, a saperlo cavalcare, salva la vita, e regala esperienze, gesta e maturazione imperiture. “Quando nella mattinata del 4 Agosto 1943 le avanguardie delle truppe inglesi entrarono a Misterbianco nel mio animo si accese una sensazione come se tutto dovesse cambiare”. Un “albero rosso” da cui avrebbe dovuto scaturire la tanto sospirata giustizia sociale; la speranza di una nuova alba presto naufragata.

La figura di Titta Abbadessa, poeta, autore teatrale e di mascari, appassionato cantore di storie, quelle minute, quelle con la esse minuscola, quelle che nessun testo di scuola mai narrerà, merita di essere commemorata, magnificata, tramandata come convenientemente ha fatto la città di Camporotondo Etneo. E ciò nel tentativo di confutare l’asserzione di Antonino Cremona che, a proposito del poeta niscemese Mario Gori in una lettera del 21 Aprile 1997, aveva sconsolatamente osservato che “la Sicilia è un cimitero di dimenticati”.
Titta Abbadessa è stato uomo che malgrado, diremmo oggi, il gap iniziale causato dalle modeste condizioni socio-economiche, malgrado le congiunture imposte dall’impossibilità a seguire studi regolari e dalla guerra, malgrado talune avversità e angherie subite da politica e padroni, ha trovato in sé, nei propri valori e virtù, nella fede, la tempra di elevarsi nella cultura, nella dignità umana, nella facoltà critica rispetto alle cose del mondo (laddove criticare, dal greco “krinein” intende scegliere, discernere, e contempla un atto di libertà). A ciò vanno aggiunte le qualità umane che in lui tutti hanno riscontrato: generosità, disponibilità, integrità morale, carisma, eccetera.
Ben oltre la fattispecie del “poeta dialettale” si staglia dunque la sua statura! Perché la prosa, le mascari e le commedie e precipuamente i volumi che hanno vagliato la storia, che hanno scavato nella società e nel costume, con le ricerche negli archivi notarili, con la riproposizione di interi atti, con sentenze, contratti di mezzadria, con testimonianze raccolte a viva voce, con dossier a riprova di quanto sostenuto, fanno del suo un lavoro che resterà nel patrimonio memoriale di quelle comunità di cui egli ha trattato.
“Non mi fermerò di scrivere, perché è mio espresso desiderio lasciare una traccia della storia del mio paese natio: Misterbianco.” Don Titta però, come si divertiva a chiamarlo la figlia Fina, ammucciannu l’affettu sutta ‘u sghezzu, cascò ‘n terra all’improvvisu e ha dovuto fermarsi il 15 Febbraio 1997.
Alla sua scomparsa gli amici, quegli amici che egli “aiutò a scrivere la poesia nella giusta metrica e nel giusto modo di comporre: la terzina, la quartina, la sestina, il sonetto”, con gratitudine e affetto lo hanno chiamato Maestro.

‘U Maestru.
Non ghisti a scola ch’eri puvureddu / e travagghiasti ancora picciriddu, / ma gran disiu avevi di ‘mparari / e lu facisti cu tuttu lu cori / senza vardari fatichi e suduri. / Li primi libbra ti li procurasti / scippannu ervi, a corpa di zappuni, / e pi campari nta ddi tempi tristi / ti facevi abbastari ‘n-muzzicuni. / Alacri era lu to studiari / e pi la puisia forti l’amuri / e cu custanza la meta giungisti, / di pueta anuratu e di scritturi. / Eri urgugliusu di lu to valuri / ma non gneri gilusu do misteri / e a cu vuleva cu gioia sincera / nte sinteri di l’arti lu guidavi. / Ora ca non ci si’, ca ni lassasti / tanti pueti ca lietu accuglisti, / grati do tempu ca ci addidicasti / e rimimbrannu li to versi e l’estru / cu rimpiantu ti chiamaru ‘u Maestru.

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