Dell’effimero

DELL’EFFIMERO

I nomi sono cancellati dal tempo e con essi gli oggetti che si portano dietro. Ci sono due grandi musei: il museo istituzionale della storia, i cui reperti sono organizzati e catalogati per essere riconsegnati al nostro tempo e a quello dei posteri; il museo informale del mercatino delle pulci in cui gli oggetti, i nomi, vagano alla rinfusa in un non tempo, in una non storia. Noi solleviamo letteralmente questi oggetti con le mani facendoli splendere per un attimo come piccoli animali stanati, pietre disotterrate che improvvisamente ci espongono il loro mistero e mentre noi formuliamo la domanda: “chi siete? da dove venite?”, loro ce la restituiscono intatta, come se questa domanda riguardasse più noi stessi che loro.
Mi affascinano le vecchie foto, i libri pubblicati da autori sconosciuti, le dediche scritte a mano, i testi delle cartoline, le sottolineature e le glosse. Osservando questi oggetti, mi dico: ecco, è qui che finiremo, noi, a cui non è riconosciuta una dignità di pensiero. Perché non è vero che la morte è uguale per tutti: ci sono i cimiteri di prima categoria – i musei, le biblioteche – e poi ci sono i cimiteri dei poveri, dei senza nome, e questi sono i mercati di chincaglierie, fatti di cose preservate solo per essere s/vendute, riconsegnate: no, non per tutti, ma per chi vorrà sentire la loro voce segreta, riconosciuta per somiglianza o curiosità, nei frammenti di una storia che non esiste più.
Non esiste la grandezza assoluta, non esiste il diritto ad essere ricordati nel cortile del castello sforzesco, non esiste l’ingiustizia di essere dimenticati perché siamo piccoli, perché col nostro piccolo gesto ci siamo condannati alla marginalità.
Siamo tutti in un elenco alfabetico fatto di lodi e ingiurie, di squallore e splendore, tutti dimenticati e tutti ricordati.  Sì, a memoria ci saremo tutti, è vero, ma non per il mondo, perché finirà anche quello, ma per la memoria dell’universo che recupera il suo materiale primordiale.
Così leggo in uno di questi libri comprati al mercato di Bollate – La lettera a un giovane poeta, di Rilke, un’edizione del 1941 – le glosse del signor Augusto Pancaldi, il quale sottolinea alcuni passaggi della lettera, li commenta con brevi parole; soprattutto verga a mano, nelle pagine libere disponibili, alcune sue poesie.
Ho cercato il nome di questo signore in internet. Mi risulta a suo nome, un libro di alchimia, ma chiaramente non sono in grado di dire se si tratta di un omonimo.
Pubblico queste sue poesie qui, con alcuni dubbi circa la decifrazione di alcuni termini, che riporto con un punto di domanda.
Quello che veramente mi interessa, insomma, non è lo splendore – lo splendore è già sotto ai nostri occhi, non si nasconde – ma l’ombra e ciò che contiene, ciò che non riesce a sbocciare e rimane per sempre in una sua vita misteriosa. Ciò che splende, in fondo, non è eterno, ma sovraesposto alle mode del tempo, ai capricci dei nostri desideri, alle urgenze spirituali di un’epoca, alla sua necessità di auto rappresentazione nello specchio dell’arte.

SOLITUDINE

E così sia.
Sui tetti disperata sia la preghiera
siano fredde le cose e senza giorno
sventoli inchiodato alle cimase
un brandello di cielo.
Io sia col vento
solo e la verde paura degli alberi
e nessuno mi ascolti se il tuo nome
nella pianura (immacolata, ammutolita?)
grido.

5/11/45

*

VOCE

La tua voce
la sentivo nel soffio
degli alberi –
(?) venivo
dal respiro del vento
che la (?) nei campi –
Non la credevo necessaria
alla vita
urla questa sera che taci
sento qualcosa mancare
al mio  respiro.

*

LEGGENDA

Quando cresce (?)
infinita sfinita cadere sul molo
la voce dei rematori –
forse non eri
che una conchiglia dipinta.
Ho modellato il tuo viso
come creta fresca stasera.

Discreta luna cercava
le cime nere dei pioppi.
Era nei tuoi occhi
il ricordo di una mano primordiale.

*

PASTORALE

La nuvola fermi il suo corso
sulla vetta del pioppo.
Al pastore il viso si tinga di morte
Pan voce di vento
Pan soffia nella sua siringa.
Ora, come il sangue del serpe
fredda è la loggia della mia casa.
La pecora mastica l’erba
con rumore di pioggia.

*

ABBANDONO

In me fu la sera
che striscia sui muri
annaffiati dal sole d’argento
quando puri profili di donne
sostengono il cielo.
Il sangue ringhia come cane
che la notte spaura
sul letto disfatto
di te mi rimase
una frescura d’acacia.

10/10/45

*

MOTIVO

Non si queta la musica
triste del grammofono
che mi portò alla casa
dove ignorata vivevo.
Nelle note brevi del vento
la fiamma moribonda
si perde.

L’amore nostalgico
affonda nei fiumi del tempo
ove tu sei nella città brumosa
dove è (?) anno una luce
scialba l’inverno – impazzisce
la foglia

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