Marco Scalabrino su Giovanni Formisano

Ripubblico il saggio di Marco Scalabrino su Giovanni Formisano in quanto il precedente post risulta mutilato di una parte consistente del lavoro.

Giovanni Formisano

poeta e commediografo

di Marco Scalabrino

“Catania, fra il 1880 e il 1920, pullulava di quotidiani (ben quattro) e periodici (più di cento) la gran parte dei quali umoristici. Alcuni ebbero una fortuna incredibile (vedi il D’Artagnan di Martoglio, La Tarantola di Corsaro, il Ma chi è? di Ruvolo e Boley, il Lei è lario, il Malanova a lei, eccetera). Fra essi si punzecchiavano di continuo, ma soprattutto prendevano di mira i personaggi più in vista; divertendosi e divertendo. Una goduria per i lettori che di tale pane non si saziavano mai. Non di rado avveniva che poeti-collaboratori della stessa testata si verseggiassero contro, alle volte in modo feroce, spesso in maniera leggera. Un esempio: il buon [F. Romeo] Corsaro e l’altrettanto buon [Gaetano C.] Gambino si prendono una cottarella per due sorelle [Elvira e Maria Catania] e dal loro giornale, La Tarantola, le omaggiano di due sonetti. Alle due poesiole ecco [per estratti] la pronta scuncicata di Giovanni Formisano; a Cicciu Romeu Cursaru: ora ca sacciu pricchì si’ malatu / ti dicu, frati miu, ca si’ minchiuni. / Po’ scriviri, si voi, pri ‘n annu sanu, / po’ fari puisii di nova mora, / ma t’arresta … la pinna ntra li manu; e a Tanu Cristaldi Gambinu: Ora ti visti, ccu ss’occhi nfunnati, / ssa facci fracca e ccu ss’aspettu tristu; / mancu t’arridducisti a na mitati / e cchiù ti vardu e cchiù mi pari ‘n Cristu. / È tempu persu ca fai lu scrivanu, / resti pinsannu a lu tempu passatu / e comu a Cicciu ccu la pinna a manu. Figuriamoci se il Cristaldi Gambino [se ne ripropongono solo due terzine] non rispondesse a tono e subito: Iù comu cugnu ‘i porta, frati miu, / dugnu sustegnu e appoggiu a tutti banni / e a tutti banni fazzu lu me Diu. / Ma tu c’ha’ fari, puviru Giuvanni, / tu bonu p’arragghiari ‘n puisia; / te’ cca, sta pinna ti la dugnu a tia.

Prima anche sotto il profilo cronologico (per inciso all’epoca di quella scuncicata e relativa risposta correva l’anno 1899), questa testimonianza di Aldo Motta, pubblicata nel numero di settembre-ottobre 2001 del periodico etneo Arte e Folklore di Sicilia, Alfredo Danese fondatore, è tratta da Quando i poeti si pizzicavano fra loro.

Ci affideremo, allo scopo di redigere al meglio questo essenziale studio, a talune testimonianze e memorie autorevoli; in aggiunta riporteremo qualcheduna fra le tante voci che, in questi decenni, si sono adoperate nell’intento di divulgarne la figura e l’opera. Quanto poi a un’agile esplorazione dei testi, faremo riferimento all’antologia in nostro possesso Campani di la Virmaria.

Salvatore Camilleri, in un pezzo (non firmato, ma a lui attribuibile) su Vincenzo De Simone, pubblicato sul numero di gennaio-febbraio 1996 di Arte e Folklore di Sicilia, ci aiuta a comprendere vieppiù il clima storico-culturale nel quale Giovanni Formisano, fra gli altri, si mosse. Vi si legge: “Dalla fine degli anni Venti alla seconda guerra mondiale, la poesia siciliana vive una realtà dovuta alla condizione dell’uomo costretto a rinunciare ai suoi più autentici valori, quali la libertà e la dignità, per cui essa si chiude in una torre d’avorio dove le passioni tacciono e il rifugio nella forma e l’indifferenza per il contenuto diventano fatti ineluttabili: Saro Platania non scrive più; Francesco Trassari rimaneggia ma non stampa; Alessio Di Giovanni continua a portare avanti la sua opera e non reagisce alla realtà che è venuta creandosi; Vito Mercadante [è] isolato e pedinato. La poesia siciliana di quegli anni rifà il verso a se stessa, ricalca vecchi moduli, non si prefigge traguardi. [E sono pagine] di armonia, ritmo sapiente, maestria dell’endecasillabo, versificazione luminosa ma esteriore.”

Di quei fuoriclasse Giovanni Formisano è stato, pertanto, coevo e con parecchi di loro è stato in rapporti. Che Vito Mercadante, il poeta di Prizzi (PA), sindacalista e antifascista, autore di Focu di Muncibeddu, e Giovanni Formisano si conoscessero di persona non è emerso dalla documentazione nella nostra disponibilità. Malgrado ciò, la dedica “A Vito Mercadante” della poesia di Formisano Campani (ricompresa nel volume Canzuni senza patri e senza matri del 1934 e dunque Mercadante, 1873-1936, in vita), reperita su Arte e Folklore di Sicilia numero di marzo-aprile 1983, dà atto di un qualche rapporto fra i due, per cui la circostanza della loro conoscenza non è inverosimile. Vincenzo De Simone ebbe i natali a Villarosa (EN) ma visse a Milano, dove esercitò la professione di medico odontoiatra. Autore del sonetto Lu me dialettu, tutt’oggi rinomato, nonché di svariate antologie fra le quali Bellarrosa terra amurusa del 1929, De Simone, come vedremo nel prosieguo, ospita Formisano in una miscellanea a sua cura; il Formisano lo omaggia del testo Nostra ‘gnura Matri, la Muntagna, incluso nella raccolta Quattru vampugghi. In questo caso, la loro conoscenza si evince distintamente dal contenuto e dal tenore del testo: ti vinni a circari / e ti purtai un vasuni di luntanu … mi paristi un Santu.

E la lista potrebbe infoltirsi con i nomi di Luigi Pirandello, di Vito Marino, di Carmelo Molino, eccetera. Ma anche di quello di Peppino Caleca, poeta e mecenate di Castellammare del Golfo (TP), autore della silloge Raciuppannu raciuppannu cu spasimi e dulura, promotore e organizzatore nella sua città, fra gli anni Cinquanta e Novanta, di frequenti gloriosi raduni regionali, a uno dei quali, peraltro, Giovanni Formisano ebbe a presenziare.

In un passo della sua tesi di laurea titolata Arte e Folklore di Sicilia nel secondo Novecento catanese, pubblicato sul numero di luglio-agosto 2008 della omonima rivista, Carla Grasso fra l’altro appunta: “A Catania, Giovanni Formisano, poeta noto e stimato, ottenne dal Comune dei locali nei quali fondò il Circolo Amici del Dialetto.”

Oltre ad essere testimoni diretti e fra i più ferventi delle vicende della storia della poesia dialettale siciliana dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, Salvatore Camilleri e Salvatore Di Marco ne sono stati e ne sono tutt’oggi gli studiosi fra i più accreditati. Del Circolo Amici del Dialetto, degli autori e degli eventi ad esso connessi, così ci narrano.

“Con prefazione di Salvatore Camilleri – registra Di Marco nel numero di settembre 1993 del suo giornale di poesia siciliana le Edizioni Incontri di Catania hanno recentemente pubblicato una raccolta di poesie siciliane di vari autori, tutte inedite e datate tra il 1920 e il 1946, dedicate a Francesco Motta Tornabene, dal titolo All’amicu Cicciu. Camilleri parte dal 1944 allorquando fu fondata nella città etnea l’Unione Amici del Dialetto, della quale fu presidente Giovanni Formisano. A quel tempo – rammenta il Camilleri, alludendo agli anni Quaranta – erano viventi molti poeti della polis dialettale catanese che operarono nella prima metà del Novecento [e cita]: Giuseppe Nicolosi Scandurra, Vito Marino, Santo Battiato, Serafino Giuffrida, Ciccio Boley. Tra i poeti tradizionalisti e tra i molti appassionati di poesia siciliana vi era Francesco Motta Tornabene, spirito culturalmente raffinato, il quale divenne l’anima nobile dell’Unione Amici del Dialetto, amato e rispettato da tutti. Era quindi naturale che molti poeti dialettali, catanesi e non, gli manifestassero affetto e stima anche scrivendo per lui qualche componimento che egli usava conservare in un album. Alla sua morte, quest’album passò al figlio Aldo il quale, allo scopo di rendere omaggio alla memoria del padre, ne ha voluto pubblicare il contenuto in un volume, affidandone la cura a Salvatore Camilleri. In fine veste tipografica, esso raccoglie componimenti di vari autori fra i quali Giovanni Formisano.” “Fui introdotto – ci ragguaglia Camilleri nel pezzo La generazione del ’44, stampato sul numero di settembre-ottobre 2005 di Arte e Folklore di Sicilia – nel gruppo degli amici del Poetico Salone, una sala da barbiere al centro di S. Cristoforo, angolo via Testulla, di cui era titolare Giuseppe Gemmellaro. Lì conobbi, in un solo mese, Francesco Guglielmino, Giovanni Formisano, Serafino Giuffrida, Mario Biondi, Pippo Cacopardo, Enzo D’Agata. Per qualche tempo fu quello il nostro luogo d’incontro e di discussioni a non finire. Poi Formisano riuscì ad avere dei locali in via Carcaci e le riunioni divennero serali: fu fondata così l’Unione Amici del Dialetto.” E sul numero di marzo-aprile 2006 di Arte e Folklore di Sicilia prosegue: “La corrispondenza con i poeti palermitani si era fatta più frequente, soprattutto con Pietro Tamburello, Miano Conti e Paolo Messina. Le parole d’ordine che animarono le nostre lettere erano: svecchiamento e rinnovamento. Fu in questo periodo [il 1945] che l’Unione Amici del Dialetto, presieduta da Giovanni Formisano, invitò a Catania i poeti palermitani, guidati da Federico De Maria. Fu un incontro che ebbe un concorso di pubblico straordinario: ben cinquemila persone affollarono il Palazzo Chierici.” Tuttavia, precisa Camilleri: “Non si discusse pubblicamente dei problemi della poesia siciliana, anche perché l’Unione Amici del Dialetto non aveva problemi, seguiva ciecamente la tradizione. I problemi li avevano i Trinacristi e li discussero separatamente col De Maria, col Tamburello, con Paolo Messina.” I Trinacristi, per inciso, furono Salvatore Camilleri, Mario Biondi, Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri che già appartenenti all’Unione Amici del Dialetto se ne distaccarono.

Giovanni Formisano, è stato appena ribadito che “l’Unione Amici del Dialetto non aveva problemi, seguiva ciecamente la tradizione”, non ebbe dunque alcun ruolo diretto, non fu tra i paladini di quel movimento, formato prevalentemente da poeti catanesi e palermitani che, tra il 1945 e il 1958 circa, segnò la stagione appellata Rinnovamento della poesia dialettale siciliana. Per di più, non fosse altro che per motivi anagrafici (Formisano nacque nel 1878), egli non è annoverato fra i poeti della “generazione del ’90”: Saru Platania, Alessio Di Giovanni, Francesco Trassari, Alessio Valore, Nino Pappalardo e qualche altro, dei quali Giorgio Santangelo parlò quale “Nuova scuola poetica siciliana”. E nondimeno l’episodio della pubblicazione di una lirica di Paolo Messina, benché in verità da accreditare ad Aldo Grienti, si è rivelato, col senno di poi, un importante passo di collegamento fra il gruppo del quale lo stesso Formisano era il leader e quella incomparabile stagione.

Molteplici sono stati nel tempo i momenti di celebrazione della figura e dell’opera di Giovanni Formisano.

Turiddu Bella, nel pezzo Ricordando Giovanni Formisano, divulgato sul numero di gennaio-febbraio 1988 di Arte e Folklore di Sicilia, oltre a girarci la sua testimonianza, ci offre il destro per aprire una finestra sui modi di essere della poesia dialettale siciliana: “Il 20 dicembre 1987 [a venticinque anni dalla scomparsa], nel Teatro Ambasciatori di Catania, venne commemorato il poeta Giovanni Formisano. Il professore Santi Correnti ha rievocato le doti artistiche, le vicissitudini umane e la bravura poetica del Formisano. Sfogliando i giornali dialettali catanesi dei primi di questo secolo s’incontra spesso il nome di Giovanni Formisano, il quale, nel settembre del 1906, ebbe a proporre dei dubbi al popolarissimo Carmelo Messina, firmandosi con lo pseudonimo di Mennula amara.”

Dubbio definisce Giuseppe Pitrè quel “componimento popolare in ottava siciliana, con il quale un poeta propone delle difficoltà o dei quesiti a un altro poeta, da cui, in altra ottava, riceve una risposta quasi nelle stesse rime.” Per il carattere ludico e di arte enigmistica, soggiunge Maria Bella, i dubbi, come le sfide, i contrasti e le nniminagghi, erano di grande richiamo per il popolo e venivano recitati nelle piazze durante le feste, assumendo spesso forma di scontri per la supremazia poetica. Se ne trae un esempio dal volume Sfide, contrasti, leggende di poeti popolari siciliani di Salvatore Camilleri, per il quale i dubbi della nostra tradizione sono giocati tutti o sulla dilogia (doppio soggetto, uno reale e uno apparente) o sul calembour o chiapperello (da chiappare a volo, attraverso un qualsiasi riferimento o bisticcio); è il Dotto di Tripi che, fra l’altro, propone:

Dimmi cu’ vivi acqua e piscia vinu,

dimmi cu’ ti saluta di luntanu,

dimmi cu’ senza pedi fa caminu,

dimmi cu’ si currumpi e sempri è sanu.

E Petru Fudduni, a tono, risponde:

La viti vivi acqua e piscia vinu,

l’amicu ti saluta di luntanu,

la littra è senza pedi e fa caminu,

lu mari si currumpi e torna sanu.

Un esempio di calembour è quello legato all’incontro fra Antonio Veneziano e Lu Vujareddu di li Chiani. Domanda il primo: Cchi farriti, cchi farroggiu, cchi farraju? E risponde il secondo: Corda fa riti, ferru fa roggiu, suli fa raju.

Rientriamo, da questa intrigante digressione, con Vincenzo De Simone e Giuseppe Pedalino Di Rosa, a cura dei quali esce, nel 1937, il tomo Strenna della poesia dialettale siciliana. Dedicato “agli emigrati di Sicilia che in ogni parte del mondo si mantennero italiani per avere sempre parlato il caro idioma della materna terra”, esso riunisce i testi di circa trecento poeti allora viventi, tra cui Ignazio Buttitta, Alessio Di Giovanni e Giovanni Formisano.

Nino Pino Balotta cura nel 1977, unitamente a Biagio Scrimizzi, un programma settimanale trasmesso dalla Rai Regionale Siciliana sul tema L’Amore nel canto, nella poesia e nella letteratura siciliana. Nel 1979, “svincolata dalle esigenze del modulo radiofonico”, ne compendia la parte letteraria nel saggio Amori di Sicilia. In esso trova adeguato spazio il testo di Giovanni Formisano Scrissi lu nomu to, che Nino Pino introduce con questa premessa: “Quante delicate sfumature di sentimento nel compiuto lirismo di questo sfaccettato canto d’amore”.

Nel giornale di poesia siciliana, numero di dicembre 1992, Francesca Romana Puglisi nel trentennale della scomparsa del Nostro dichiara: “Diverse sue liriche sono state accolte in antologie, di cui qualcuna assai qualificante quale L’isola del sole di Luigi Sorrento, filologo siciliano che insegnava all’Università Cattolica di Milano. Raccolte antologiche delle sue composizioni più significative sono state realizzate: ne ricordiamo una a cura di Giovanni Isaia, con prefazione di Gaspare Bosco, del 1968. Giovanni Formisano è stato una persona semplice e modesta; sconosceva la boria, la superbia e soprattutto non aveva il culto di sé”.

Il MarranzAtomo, bimestrale etneo diretto da Antonino Magrì, nel numero di novembre-dicembre 1992, pubblica una sobria nota dalla quale, fra l’altro, apprendiamo qualche cenno biografico su Giovanni Formisano: “Nacque a Catania il 24 ottobre 1878 da Lucia Platania e Davide Formisano, si diplomò al Tecnico Commerciale di Catania e svolse attività quale titolare di un negozio di edilizia sito in via Antonino di San Giuliano. Sposò Maria Polano di Cagliari e dal loro matrimonio nacquero Davide, Lucia e Alba. Fu vicedirettore del giornale satirico Lei è lario e scrisse anche per altri periodici, fra i quali Il Marranzano, Torcia a ventu, D’Artagnan, Po’ t’ù cuntu, eccetera. La sua poesia è chiara e limpida, dettata dal canto sincero dell’anima. Fu scrittore di canzoni siciliane tra le quali: E vui durmiti ancora, Luntananza, Taurmina, Prijeri persi, Varcuzza abbannunata, Lavannara, A me matri, Sirinata, Sacciu. [Le sue commedie] affrontano, in chiave satirica, temi sociali. È morto a Catania il 22 dicembre 1962”. La nota è stata, più tardi, integralmente ripresa nell’Antologia dei poeti siciliani, nel cui primo dei quattro volumi, a cura dello stesso Antonino Magrì per le Edizioni A.N.A.P.S. Catania 2010, Giovanni Formisano compare accanto a nomi illustri quali Nino Martoglio, Giuseppe Nicolosi Scandurra, Francesco Guglielmino, Vincenzo De Simone, Vito Marino e Antonino Bulla.

La sua produzione letteraria, per quanto concerne la poesia, si articola nei seguenti volumi: Mennula amara del 1905, Carizzi di tula del 1907, Jurnati senza suli del 1920, Canti di terra bruciata del 1927, Canzuni senza patri e senza matri del 1934, Setti lacrimi del 1941, Vecchi cicatrici del 1951, Campani di la Virmaria del 1955. Scrisse inoltre la raccolta di novelle Malati senza frevi del 1958 e, per il teatro, le commedie: Matrimoni e viscuvati, Abbasso le signorine e, postuma, Impiega servi.

“La vis comica che scorre nelle commedie formisaniane – puntualizza Francesca Romana Puglisi, nel numero di febbraio 1992 del giornale di poesia siciliana – non è fine a se stessa, bensì venata di sfumature dai toni ora dolci ora amari, che spingono alla riflessione. Per la prima volta nel teatro siciliano Giovanni Formisano affrontò i problemi della donna”; si era nel 1921 e Donna Pudda, in Matrimoni e viscuvati, rivendica i propri diritti di lavoratrice. “La compagnia teatrale di Tommaso Marcellini portò in tournée incessantemente la commedia Abbasso le signorine piuttosto che Matrimoni e viscuvati, che rappresentò con vasti consensi di pubblico”, assicura Giovanni Formisano jr. nel numero di settembre 1993 del giornale di poesia siciliana, e il Gruppo Teatrale Giovanni Formisano (siamo negli anni Ottanta e Novanta) ha riservato nel proprio repertorio un posto d’onore alle sue commedie.

Il 16 dicembre 1997, presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, Salvatore Puglisi legge una relazione dal titolo Poeti catanesi della prima metà del Novecento. Dopo un succinto proemio sulla poesia dialettale in Italia, da Carlo Porta a Giuseppe Gioacchino Belli, da Giovanni Meli a Domenico Tempio, da Cesare Pascarella a Trilussa, da Salvatore Di Giacomo a Ferdinando Russo, Salvatore Puglisi si sofferma su sei poeti di area catanese e fra loro Giovanni Formisano: “Il vero poeta dell’amore, e in tutte le sfaccettature, della prima metà del Novecento catanese è da ritenersi Giovanni Formisano. Sin dal suo esordio con Mennula amara, del 1905, il Formisano si rivelò poeta sentimentale, appassionato, schietto, ma anche amaro e, perfino, ironico. I temi da lui privilegiati sono quelli comuni alla poesia d’amore di tutti i tempi: l’esaltazione della bellezza ammaliatrice della donna amata, il duro cuore di lei, le indicibili pene che ella procura al proprio innamorato non corrispondendolo, le schermaglie amorose, la gelosia, lo sdegno, l’odio e il disprezzo per una donna infedele. Dal punto di vista dei contenuti e della tecnica, egli ci appare poeta monocorde, sovrabbondante, ripetitivo, ma dalla versificazione scorrevole e musicale. Il suo dialetto è semplice, immediatamente comprensibile e pressoché esente da ricercati arcaismi linguistici.”

E, quasi raccordandosi con la nota di apertura di Aldo Motta, nella relazione La poesia catanese in dialetto prima e dopo la seconda guerra mondiale del 20 ottobre 1999, parimenti letta nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, nuovamente Salvatore Puglisi registra: “Negli anni che vanno all’incirca dal 1929 al 1936, la poesia dialettale subì una forte battuta d’arresto. Il regime fascista, ritenendoli elementi disgregatori della raggiunta unità nazionale, intraprese una campagna contro i dialetti. In seguito a tale politica dialettofobica, negli anni Trenta, furono costretti a chiudere tutti i giornaletti che si occupavano di letteratura dialettale: a Catania, nel ‘33, Lu marranzanu di Serafino Giuffrida e, nel ’36, il Lei è lario di Nino Di Nuovo; uscivano entrambi il sabato sera con le poesie e i numeri del lotto. La stessa sorte toccò, a Palermo, al quindicinale Po’ tu cuntu, diretto da Peppino Denaro, e al mensile La trazzera, di cui era condirettore Ignazio Buttitta. Costretti a segnare il passo i poeti dialettali continuarono a scrivere versi pubblicandoli anche alla macchia. Nel 1945, nella nostra isola, da circa due anni liberata dagli anglo-americani, riappare il vecchio Lei è lario di Nino Di Nuovo. Questa volta però, la sua vita, dopo i primi entusiasmi, fu stentata ed effimera.” A tale argomento si rifà un passaggio del volume del 2000 Il filo dell’aquilone. Saggi su Ignazio Buttitta di Salvatore Di Marco: “Nel mese di giugno del 1944 usciva, con sede redazionale in Salerno, il primo numero di Rinascita, rassegna di politica e di cultura italiane diretta da Palmiro Togliatti. A pagina sedici di quel fascicolo si legge una lunga poesia in dialetto siciliano intitolata Primu Maggiu. Eccone i versi iniziali: Dopu vintiduanni / di duluri, di spasimi e di peni / torni cchiù russu / cchiù beddu e cchiù granni / nautra vota veni! Autore ne è il poeta catanese Giovanni Formisano. Si voleva dire forse in quel modo che era finito finalmente l’ostracismo contro il dialetto? Si voleva dire forse che nella poesia dialettale ritornava a cantare la voce libera del popolo? Qui preme soltanto di rilevare la circostanza come fortemente significativa per la letteratura dialettale in genere e per la poesia siciliana in particolare, laddove si consideri fra l’altro che il Formisano fu figura di spicco nella storia della lirica dialettale nella Sicilia del Novecento”.

E vui durmiti ancora

Lu suli è già spuntatu di lu mari

e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,

l’aceddi sunnu stanchi di cantari

e affriddateddi aspettunu cca fora,

supra ssu balcuneddu su’ pusati

e aspettunu quann’è ca v’affacciati.

Li ciuri senza vui non ponnu stari,

su’ tutti ccu li testi a pinnuluni,

ognunu d’iddi non voli sbucciari

su prima non si grapi ssu balcuni,

dintra li buttuneddi su’ ammucciati

e aspettunu quann’è ca v’affacciati.

Lassati stari, non durmiti cchiui,

ca ‘nzemi a iddi, dintra a sta vanedda,

ci sugnu puru iù, c’aspettu a vui

pri vidiri ssa facci accussì bedda,

passu cca fora tutti li nuttati

e aspettu sulu quannu v’affacciati.

E vui durmiti ancora, lirica alla quale il nome di Giovanni Formisano è indissolubilmente legato, musicata da Gaetano Emanuel Calì, merita una esclusiva ribalta.

Sergio Sciacca la definisce “trobadorico deferente rispetto della signora amata” e Salvatore Puglisi, nella menzionata sua relazione del 1997, così ne discorre: “E vui durmiti ancora apparsa intorno agli anni Dieci, sul giornaletto dialettale catanese Lei è lario, diretto da don Licchittino (Nino Di Nuovo), e finita in mano al giovane musicista catanese Gaetano Emanuel Calì, il quale si trovava a Malta dove dirigeva un’orchestrina d’intrattenimento dei militari inglesi, venne da lui rivestita di note musicali non meno cariche di sentimento di quello che si sprigionava dai nudi versi. Portata in giro in Italia e all’estero, essa divenne una delle più rinomate e appassionate romanze del repertorio popolare siciliano”.

Nel 1910 – leggiamo altrove – Gaetano Emanuel Calì ebbe modo di leggere i versi del suo concittadino, mentre era di ritorno da un viaggio di lavoro a Malta. La bellezza del testo lo colpì a tal punto che nella sola durata del viaggio, una notte, ne compose lo spartito per musicarlo.

Indicazioni circa la genesi e l’evoluzione del brano si possono peraltro desumere dal testo che Formisano dedica “A Gaetano Emanuel Calì”. La musicasti cinquant’anni arreri, afferma il poeta. I componimenti della sezione del libro nella quale questo testo è contemplato, Quattru vampugghi, sono sottotitolati nisciuti di lu chianozzu pocu tempu arreri. Appurato che del volume Campani di la Virmaria questa è l’ultima sezione, che la sezione appena precedente attiene alla produzione fino al 1951, che la prima edizione del libro è datata 1955, volendo intendere l’espressione cinquant’anni arreri con un certo margine di oscillazione, troviamo la conferma di quanto asserito da Salvatore Puglisi, ovvero che la poesia è apparsa “intorno agli anni Dieci”. Apprendiamo, inoltre, che la musicasti in terra furastera, come appunto detto a Malta, o nel tragitto da o per Malta, che quel canto ebbe grande successo e diffusione, vulò pri munti e mari, / vulò luntanu, che infine, in sintonia col suo animo, essa vinni duci e vinni amara, / comu a sti lochi daccussì ‘nfatati, / comu a stu focu astutatu, sta sciara, / comu lu ‘ncantu di sti matinati.

Santi Correnti, nella Rivista Storica Siciliana, cita un singolare fatto: “Sul fronte della Carnia, durante la prima guerra mondiale, una sera, al chiaro della luna, un giovane soldato siciliano intonò la canzone. Il silenzio che aleggiava dava voce solo alle note della mattinata. Al termine dell’esecuzione si sentirono le espressioni di apprezzamento degli avversari austriaci: non arrivarono a capirne il senso, ma rimasero incantati dalla bellezza della musica”.

Malgrado tutto ciò la versione musicata rimase solo un progetto e dovette attendere il 1927 per essere finalmente incisa a Firenze, presso lo studio Mignani. Una sera, al Teatro Sangiorgi di Catania, la soprano Tecla Scarano chiese al musicista (che in quel tempo era il direttore artistico del teatro) di potere cantare quel brano. L’esecuzione della Scarano fu tale che il pubblico entusiasta si innamorò subito della canzone.

Catania ha voluto onorare il suo insigne figlio dedicandogli una via cittadina e un monumento bronzeo in piazza Angelo Maiorana. Questo, realizzato su progetto degli architetti Ivo e Marco Celeschi da Giancarlo Giunta con la collaborazione di Camillo Sapienza, è a forma di libro aperto: vi campeggia il busto del Formisano e vi vengono riprodotti di fronte il testo di E vui durmiti ancora e sul retro, a destra, il testo di A la me muntagna e, a sinistra, quello di Quann’è ca la vasati.

E giungiamo, dopo questo ampio preambolo che ha sondato fattezze e temi della personalità e dell’opera di Giovanni Formisano, allo specifico di Campani di la Virmaria, volume del 1955 che riunisce una selezione delle sue poesie già edite nei lavori dal 1905 al 1951, nonché un esiguo drappello di altri componimenti.

I testi, a breve apprenderemo, sono stati scelti personalmente dallo stesso Formisano, il quale, classe 1878, all’epoca ha già settantasette anni. Pur gradevolmente conscio della fama acquisita, mi tegnu st’onuri ca ci haju, egli si rende ben conto che i suoi anni aggravaru e che è giunta l’ora di lasciare lu postu a li picciotti. Posto che anche il titolo sia stato frutto di sua scelta, in una sorta di autoritratto in età avanzata, lo stesso Giovanni Formisano ci svela di prima mano il suo animo, quella di uomo retto, genuino, sognante:

sugnu tuttu di ‘n pezzu e senza spini, / sugnu a la fini di lu me viaggiu / e sugnu fattu di chiddi latini / ca non sunnu ‘nzitati a lu sarvaggiu. / Pri la svintura mia sugnu pueta, / campu di sonni duci e sonni amari … ‘n cozzu di pani duru, na chitarra, / ‘n bummuliddu ccu l’acqua appisu ‘n chianu, / lu mari di vicinu ca mi parra, / la luna ca mi vasa di luntanu. / Na casa a crudu, ccu du’ cammareddi, / accarizzata di tutti li venti, / in cumpagnia di ciuri e di l’aceddi, / luntanu di la fudda e di li genti … su’ tutti li ricchizzi di lu munnu / su’ tutta la me vita!

E, in tutta umiltà e senza reticenza, allontanandolo da sé, demanda ogni merito della sua creatività alla fata janca:

Iù scrivu e nenti mettu di lu miu, / ci mettu carta, pinna e calamaru / e poi sta fata janca, ca non viju, / mi fa duci l’amaru … E scrivu a longu, scrivu comu un pazzu, / scrivu pri ‘ngnornu sanu / nzoccu m’addetta sempri sta carusa / ch’è mannata di Diu / ca li pueta chiamanu la Musa!

La copia in nostro possesso, sulla quale procederemo a formulare alcune schematiche notazioni in ordine alla prassi, agli esiti, all’ortografia della poesia di Giovanni Formisano, ne è la ristampa Edizioni Greco – Catania 2000. Francesca Romana Puglisi e Sergio Sciacca la corredano di preziosi commenti. Dice Sergio Sciacca: “Non sono molti i poeti che hanno posto mano alla propria produzione lirica per raccoglierla in una breve silloge, escludendone i componimenti non consonanti con la tonalità dominante dell’ispirazione e solo conservando quelli che meglio la fanno trasparire. Giovanni Formisano è tra i pochi e a conclusione della propria carriera poetica, nel 1955, mise assieme un denso libretto delle proprie cose cercando per esso una continuità di ispirazione, una tonalità predominante che ne costituisse la chiave di interpretazione autentica. Essa si condensa nel titolo Campani di la Virmaria. Formisano ritrae la vita semplice, anzi, spontanea che non si pone intellettuali dilemmi, ma ama lo scorrere della stessa conformazione delle cose, non per questo superficiale o stupido: il gesto ripetuto per secoli è accompagnato dalla profonda consapevolezza degli affetti: Sintennu dda campana, / ognunu ca si trova pri la via / si leva la burritta, / si fa la cruci, isa l’occhi ‘n celu. Idilli privi di svolazzi letterari, quadretti di vita quotidiana colti dal vero, attenzione per la dignitosa povertà dei protagonisti: ecco la tonalità della silloge. Ma accanto alla tonalità dominante c’è una tonica che si lascia cogliere in tutti i componimenti: l’amore per la propria lingua; la lingua della quotidianità che rifugge dagli idiotismi e dagli arcaismi, ma [che è] sempre pronta ad accogliere neologismi. L’amore degli animali è una delle note dominanti, come nelle liriche A lu me canariu, A lu me cani, Storia di ‘n cardiddu, con estensione sentimentale alle cose, come La me vecchia casa, che acquistano anima e vivono nel ricordo dei giorni di vita che lì sono stati collocati. Ti prende un nodo alla gola perché sono i gesti di una quotidianità serena che vorresti fissare e che invece trascorre, sono gli affetti buoni che vorresti eterni e invece rimangono solo un ricordo del passato. Ecco la poesia che Formisano ha scelto per il suo lettore: uomini e cose legati dal cuore, la vita e il suo ricordo annodati dal verso. Una scelta che vuole la poesia come dialogo con gli altri e sensibile ascolto del cuore, che rifiuta l’artificio di solenni coturni e di pose studiate. Una scelta da cui resta escluso molto che non armonizza con le profonde ragioni del cuore; la satira pungente, gli affetti chiassosi, stanno fuori dal libretto che rifugge dalle partizioni scolastiche e dalle esibizioni artistiche e solo mira al dialogo dell’anima.” Dal canto suo, Francesca Romana Puglisi afferma: “Nel 1955 nacque Campani di la Virmaria, compendio di liriche scelte dallo stesso autore. Giovanni Formisano cantò il mondo affettivo dei siciliani: la famiglia, gli amici, la terra natia, con accenti sentiti, talora venati da pessimismo che sfocia nella malinconia; ma il superamento del dolore trova note limpide nel canto della speranza, trova accenti teneri nella musicalità dei versi. I suoi pensieri tradotti in poesia creano immagini nitide e schiette, rientrano nei canoni della poesia solida, tutta essenza pura di vita cantata attraverso le corde più vibranti del cuore. Poesia che esclude circonlocuzioni, inutili perifrasi, contorsionismi linguistici, che rivela il suo stile di vita, la sua umanità, il suo sapere ascoltare la vita nelle sue manifestazioni semplici o complesse. Tratteggiando il profilo artistico di Giovanni Formisano non è possibile scindere del tutto il poeta dal commediografo. Sia in Matrimoni e viscuvati quanto nelle altre sue commedie, Abbasso le signorine e Impiega servi, l’autore precorre i tempi, delineando il personaggio della donna lavoratrice che rivendica i propri diritti e che trova eco nella donna di oggi. Attento osservatore, di sicura dimensione veristica, egli si guardava attorno, osservava uomini, vicende e cose, per raccontare poi le storie di vita attraverso i suoi versi e le sue commedie. Caratteristica della sua arte fu di mantenersi aderente alla vita, perché quanto più verità ci sarà nell’opera d’arte, tanto più ci sarà poesia.”

Il libro, sottotitolato versi siciliani, riproduce in copertina una bella foto di Giovanni Formisano e si apre col rituale testo dedicato A li litturi: stu libriceddu è l’ultimu ca fazzu … mi fermu nna stu puntu e mi ni vaju … sti quattru scaravagghi ca vi lassu / su’ tutti scritti a comu vosi Diu … tuttu sonnu pirdutu, tanti notti / ccu l’occhi stanchi e senza vuluntà, al quale segue una stringatissima introduzione. Questa, sostanzialmente, ripete uno strabiliante episodio.

Nel 1922 Il Messaggero di Roma bandì un concorso nazionale per dieci poesie in dialetto siciliano atte ad essere musicate. Ne arrivarono, da tutta Italia, cinquecento. Giovanni Formisano inviò dieci canzoni e riuscì vincitore sette volte. In quella occasione Luigi Pirandello, che presiedeva il concorso, ebbe a certificare: “Sette volte dunque emerge un nome: Giovanni Formisano; quando, messe da parte le buste col motto corrispondente alle canzoni prescelte, le abbiamo aperte, siamo rimasti meravigliati da quel ritorno dello stesso nome sette volte; meravigliati e lietissimi, poiché avevamo così la prova che il nostro concorso scopriva un poeta, appassionato, malinconico, amaro, un vero e schietto e personalissimo poeta che, essendo catanese, compensava la sua città natale della recente perdita fatta nella persona di Nino Martoglio”.

A chiudere questo segmento la riproposizione di quelle sette fortunate canzoni, che sono state tutte musicate da Gaetano Emanuel Calì: Canusciu na ‘gnunidda, Com’è c’a’ fattu tu, Siti cuntenti ora?, Non ni videmu cchiù, E spezzu la chitarra, Varcuzza abbannunata, Scumunicata.

Seguono altre otto sezioni: le prime sette, con estratti dalle rispettive originarie pubblicazioni: Mennula amara con dieci testi, Carizzi di tula con sedici testi, Jurnati senza suli con venti testi, Canti di terra bruciata con diciassette testi (più due di altri autori), Canzuni senza patri e senza matri con quindici testi, Setti lacrimi con tre testi, Vecchi cicatrici con diciotto testi; l’ottava, Quattru vampugghi, con testi rispetto agli altri più recenti, nisciuti di lu chianozzu pocu tempu arreri, per un totale di ventidue (più due componimenti di altri autori). Il tutto per complessivi centoventuno testi (ai quali vanno aggiunti gli otto della introduzione).

Il metro dell’intera silloge è quanto di più classico vi possa essere: si va dalla quartina all’ottava toscana, dalla sestina all’ottava siciliana, passando per il canonico sonetto. L’ottava siciliana, otto endecasillabi tutti a rima alternata con schema strofico abababab (che si distingue dall’ottava toscana, otto endecasillabi i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata con schema abababcc), apparsa in Sicilia nella seconda metà del Quattrocento, altresì definita canzuna giacchè accompagnata dal canto essa ebbe straordinaria diffusione in tutta l’Europa, e il sonetto, breve ed amplissimo carme, notoriamente d’invenzione della scuola poetica siciliana e tradizionalmente attribuito a Iacopo da Lentini che lo inventò nella prima metà del Duecento, universalmente conosciuto e adottato, sono tuttora in auge nello scenario della poesia popolare dialettale siciliana. L’endecasillabo di conseguenza, che di queste forme è il verso per antonomasia, la fa da padrone; ma parimenti vi spicca il settenario che, specie nei testi di più lungo respiro, con l’endecasillabo felicemente si accorda.

Ciò detto, constatiamo che, fra le duecentocinquanta e più facciate, il libro consegna alcune foto nelle quali, oltre al Nostro con bastone e caratteristico papillon, sono fra gli altri riconoscibili: Peppino Denaro, Luigi Pirandello, Turi Ferro, Pietro Guido Cesareo, Turi Scordo, Carmelo Molino e Peppino Caleca.

La notazione che immediatamente risalta, su Campani di la Virmaria, è che non ci sono traduzioni in italiano, né glossario, né altro; plausibilmente non se ne è ravvisata l’opportunità. Il dato, a nostro parere, è da ammettere nel senso della piena cognizione, da parte dell’Autore, della solidità, della espressività, della validità del dialetto siciliano, della dovizia, della poliedricità, della bellezza del suo lessico. Lessico che, sorretto da lemmi di derivazione greca, latina, araba, eccetera, sappiamo mirabilmente versato per la poesia. Lemmi che tuttora noi adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, con i quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione, che compiutamente si attagliano all’odierno, nostro, consueto conversare. Orbene, quantunque pregni di vitalità, di attualità, quei lemmi sono antichi di secoli, quando addirittura non di millenni; ma di ciò non abbiamo coscienza perché, presumibilmente, forse mai ci siamo interrogati in tal senso. Il siciliano infatti, le cui radici (diciamo così ufficiali) affondano nel lontano 424 a.C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, “Noi non siamo né Joni né Dori, ma Siculi”, è un organismo vivo, palpitante, un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, primigenie fondamenta. E così in età successive si avvicendano il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma in definitiva sempre una lingua, una sola: il siciliano.

Tra le considerazioni su questo lavoro di Giovanni Formisano è, pertanto, imperativa quella afferente alla scelta lessicale; scelta che, nell’estrarre dall’incommensurabile patrimonio del nostro dialetto voci, espressioni, soluzioni distintive, concorre ad esaltarne la pregevolezza. Tra la miriade offertane, ne enunciamo taluni acconci esempi, con a fianco l’equivalente termine italiano: asciari / trovare, rastu / impronta, guardatintrignu / guardate fissamente, atturrari / abbrustolire, attruzzari / urtare lievemente, micciusa / lumino da notte, cudduruni / focaccia, marredda / matassa, spicari / spuntare, sgruppiddu / fuscellino, ringanera / fila, accuffulatu / accovacciato, priu / contentezza, cuttunata / coperta imbottita, tabbutu / cassa da morto, pinnulara / palpebre, spijiari / domandare, strabburuta / smarrita, stranchillata / sbilenca, nichìa / dispetto, trìspiti / cavalletti in ferro o in legno su cui poggiavano le tavole del letto, cannarozzu / gola, nsalanutu / intontito, scaffi / buche della strada, puddira / farfalla, ciaramiti / tegole, mazzacani / grossa pietra, muccaturi / fazzoletto, arrappata / avvizzita, lammicusu / piagnucoloso, ammattiri / capitare, truscia / fagotto, caramma / fenditura, bardascia / persona che non dà affidamento, murabitu / astemio, stracanacchi / dispetti, scuzzetta / copricapo, ammuttuni / spintone, rubbuni / giacca da lavoro.

Talune espressioni idiomatiche: parrava latinu, parlava con franchezza, ciaramuni li mussi tutti dui, mettiamoci d’accordo segretamente, s’arricogghi li pupi, muore, contribuiscono ad impinguare il timbro lessicale, oltre che ad imprimere agilità dialettica e a dispensare aromi autenticamente siciliani.

Al contempo, a statuire quasi un contrappasso, si riscontra un ingente influsso dell’italiano. Salvatore Riolo ha osservato il fenomeno in relazione alla poesia di Turiddu Bella: “L’influsso dell’italiano ha un grande ruolo nella dinamica linguistica inerente ai testi poetici, caratterizzando marcatamente la facies dialettica della raccolta.” Per tale “interferenza” della lingua nazionale nel dialetto siciliano, ribadisce Riolo, “il tessuto linguistico è quindi caratterizzato dall’intreccio, a diversi livelli e con diverse sfumature, del dialetto con l’italiano, che affiora massicciamente sotto la superficie dialettale.” E prosegue: “Riferendosi molto probabilmente a questa vistosa peculiarità linguistica, Vito Mercadante, autore della prefazione al libro [Turiddu Bella, Diliziu di picciuttanza, 1933], scrisse: I poeti dialettali della nuova generazione testimoniano – sia pure con qualche eccesso – di questo periodo di transizione del dialetto; ciò non è né bene né male: semplicemente è.” Recepito l’assunto di Mercadante, estendiamo la superiore osservazione a Formisano, nel cui ordito compositivo reperiamo: finimenti, bizzarru, fugliettu, suffucari, statura, arsura, rumuri, spusatu, oggetti, angustiati, purticatu, fatali, pirgulatu, spizzari, bugia, adattari, cicluni, spingi, oduri, venerdì (sebbene subito appresso venniri), spavintari, gula, abbusu, purificata.

Fra le occorrenze di ricorso a forme mutuate dall’italiano emerge inoltre, copiosa, quella di rendere il futuro dei verbi, materia della quale si è già detto. Formisano dall’italiano adotta: murirò, saremu, saprà, truvirannu, durirà, sarò, ristirà, starà, che sono forme del futuro estranee al dialetto, benché ugualmente utilizzi le corrette forme in siciliano: dumani torna, dumani agghiorna, dumani vegnu.

Per vincolo di metro e/o di rima, Formisano altresì ricorre, reiteratamente, a vezzeggiativi e diminutivi, che costellano tutta la crestomazia; solo pochi esempi, in alcuni dei quali accostiamo il corrispondente termine di rima: acidduzzi, facciuzza, vuccuzza, arvuliddi / stiddi, patrozzu / cozzu, muddichedda / castagnedda, cannistreddu / passareddu, picciuttedda, furficidda / picciridda, risatedda / astedda, Davideddu / caruseddu, littuzzu, nicareddi / puddireddi, sunnuzzu / sigghiuzzu, crisiudda / fudda.

Nsinu a quannu la terra fa li ciuri, / nsinu a quann’è ca tremanu li cori, / nsinu a quannu c’è sdegnu e c’è l’amuri / la puisia to svampa e non mori! / Nsinu a quannu c’è gioia e c’è suspiri / c’è cuntintizza e guai, / pri ’nfinu a quannu si chianci e si riri / la puisia to, non mori mai!

Giovanni Formisano dedica tali versi a Vito Marino, appellandolo Mastru di la puisia; ma sono versi che, stiamo via via verificando, si confanno perfettamente allo stesso Formisano, versi che egli avrebbe potuto avere scritto per sé o che altri, a mo’ di omaggio, avrebbero potuto indirizzare a lui.

, la forma del pronome personale alla prima persona singolare, segna spiccatamente la scrittura di Formisano e ne scopre l’origine. Iù, ìu, èu, , ièu, sono alcune tra le svariate tipologie, qua e là usate in Sicilia, per esprimere il pronome personale io e ognuna di esse gli esperti hanno attribuito a un determinato distretto geografico. E così, per dirla con Giorgio Piccitto, Giovanni Tropea, Salvatore C. Trovato e il loro monumentale Vocabolario Siciliano, la voce appartiene preminentemente al circondario “TP 20”, ovvero, accertiamo nel reticolato della cartina inclusa in quei tomi, alla punta occidentale della Sicilia, alla provincia di Trapani. Alberto Criscenti, in un suo articolo uscito sul numero di gennaio 2010 del periodico trapanese Epucanostra, Nino Barone Editore, argomenta che la voce è diffusa nell’area della Sicilia nord-ovest, area rappresentata dai comuni di Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Favignana, Paceco, San Vito Lo Capo, Trapani e Valderice. Per contro – si veda ancora detto Vocabolario Siciliano –, la voce è localizzata nelle circoscrizioni “CT I” e “CT II”, ovvero Catania città e l’area etnea.

Parimenti tipici del versante ionico dell’Isola sono le desinenze in unu dei verbi alla terza persona plurale; ne scorriamo una variegata passerella: diciunu, vulevunu, passunu, mancavunu, arrestunu, dormunu, chiamunu, venunu, guardunu, sdirrubbunu, pigghiunu, parunu, scordunu, sonunu, ridunu, ncontrunu, stringiunu, tremunu, cogghiunu, junciunu, natunu, luciunu, nasciunu, soffrunu, morunu, lassunu.

Peculiarità del dialetto siciliano, degna di essere messa in luce, è il raddoppiamento e/o la ripetizione dei termini: sgrusci sgrusci, aneddi aneddi, janca janca, peri peri, forti forti, ‘gnuni ‘gnuni, vozzi vozzi, lenti lenti, mari mari. “Il raddoppiamento o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) – dichiara Luigi Sorrento in Nuove Note di Sintassi Siciliana del 1920 comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa nel momento, nell’istante in cui si parla, nudu nudu è tutto nudo, assolutamente nudo. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del siciliano. Strati strati indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “estensione” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. Cui veni veni intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente”.

Capita persino nelle migliori famiglie, e manco stavolta vi si è sfuggiti, di imbattersi in qualche svarione. Convinti come siamo che con un pizzico in più di diligenza vi si sarebbe potuto ovviare, rileviamo nondimeno l’incongruenza riguardante il pronome relativo cui, chi: non sapia cu è, cu’ havi cchiù dinari, cù a livanti e cui a punenti.

Disuguali criteri ortografici attengono all’aggettivo possessivo nelle sue articolazioni: li to lacrimi, lu to spasimu, lu tò dutturi, li mè duluri, li me carni, lu me modda e tira, me matri, mè sorti, li sò duluri, la sò risata, lu so distinu, li so quattru ciuri, e intaccano la terza persona plurale del presente indicativo del verbo essiri: sù farina, su scuntenti, su’ chiamati. Qui, assodata l’inequivocabile caduta di una consonante (su’ sta per sunnu, sono), una opzione più netta in favore dell’apocope sarebbe stata da preferire.

Da Salvatore Riolo una aggiuntiva interessante deduzione, che ci consente di estendere le nostre riflessioni: “Nei dialetti siciliani il gruppo consonantico ns si trasforma in nz, poiché la s nel dialetto parlato viene pronunziata sempre come z, per il principio della fedeltà alla pronuncia effettiva”. In Formisano ritroviamo sia l’una sia l’altra modalità, spesso l’una accanto all’altra, nella stessa pagina: li pensu stasira, non penzu a nenti, pinsari a stu cori, senza pinzari, mi penza lu me ciatu, mi pensa lu me amuri, penzu a ssi nuzzinteddi, pensu a sti svinturati.

In dirittura d’arrivo una masculiata di ulteriori notazioni:

le dediche, e fra esse qualcuna sapurita: A na signurina arripidduta ca na vota fu la me zita; il punto esclamativo a chiusa (quasi) di ogni periodo/poesia; il vocabolo giugnettu, derivato dal francese juillet, che sta per luglio e non, come a prima vista parrebbe, per giugno; la citazione della frevi spagnola, che a lungo restò impressa nella memoria di quelle generazioni; la preposizione “di”, nisciuti di lu chianozzu scrive Formisano. Il siciliano, considera Lionardo Vigo in Canti Popolari Siciliani del 1857, manca del segnacaso da: “vengo da Palermo, noi dicamo: vegnu di Palermu, il segno del genitivo, di, vale per l’ablativo”; il verbo essiri che, come del resto è avvenuto in altre lingue, ha perduto, in favore del verbo aviri, le funzioni di verbo ausiliare, per cui diciamo aju statu, aviti statu, eccetera (anche se in Formisano incontriamo, a pagina 131, è statu fora tutta la jurnata); l’articolo indeterminativo “un”, il cui uso, se corretto nel dialetto siciliano davanti ad esse impura e zeta: vi cascau un spinguluni, cumanni un statu, un zeru tagghiatu, è, viceversa, biasimevole qualora apostrofato: ‘n’omu, n’abitinu, ‘n’aneddu, n’altaru, n’amuri, n’occhiu, ‘n’avvucatu; il complemento oggetto che, laddove si tratta di oggetto animato, viene preceduto dalla preposizione a: vidu a na donna, vedo una donna, pregu a lu Signuri, prego il Signore, o, nella Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni con testo da Giovanni Verga, il famoso urlo ammazzaru a cumpari Turiddu, è stato ucciso compare Turiddu, mentre nel caso di oggetto inanimato la preposizione non va usata: vìu la luci, vedo la luce, e nell’ordinario colloquiare accattai lu pani, ho comprato il pane; l’impiego della forma vidu, vidu genti nnamurati, ma anche in maniera disinvolta: viju tuttu ddu mari, vìu la luci, li vjiu ccu l’occhi, nonché di cchiù, li cchiù prizziusi, ‘cchiù di vui, non ricivissi chiù, ‘cchiu’ nudda, e di jornu, ogni ghiornu, ‘jornu a pani schittu, tutti li jiorna, pringnornu sanu, ‘n’jornu vi putissi, doppu tri jorna, passatun’ ghiornu.

E inoltre: pigghia du’ stiddi, tutti dui, erunu pazzi, e ancora: haju la frevi, jaiu du sordi, matri non nn’aju, e perché no: grattari li pedi, mi la fazzu a peri, lenta agunìa, stissa agunîa, ntra l’agunia; e circa i verbi: pari na cosa di mangiari, ammucciu na cosa di manciari, facennu canciu, cangia lu ventu, vaju in cerca, vaiu luntanu, vurrissi jri luntanu, jiri accussì spirduti, un tristu jornu ti ni jsti, ti ni jisti mancu n’ura, che spigliatamente rinveniamo.

Questa babele ortografica suggerisce, come già nel 1990 Carmelo Lauretta fra i tanti propugnava, “il bisogno di un ordine di scrittura”. Frequenti, per di più, sono i refusi di stampa. Essi denotano un difetto di revisione delle bozze, una cura quantomeno approssimativa. Se ne elencano, fra i più marchiani: vocchiu in luogo di vogghiu, chianu per chiamu, sili per suli, ghirna per ghiorna, faicissuru per facissuru, mintmu per mintemu, lu ma per lu fa, chiantiutu per chianciutu, manum per manu. Le superiori derive ortografiche non pregiudicano il lavoro; beninteso, una più accurata vigilanza sarebbe stata auspicabile.

In procinto dell’epilogo, residue incursioni:

certi versi talora ripresi tali e quali, ad esempio nei testi alle pagine 55 e 84: iù sugnu la nuttata e tu la stidda, talora in maniera assai simile;

Nostra ‘gnura Matri, la Muntagna. Così, senza tema di fraintendimento e senza appello, i nostri conterranei dell’area catanese chiamano affettuosamente l’Etna, la Muntagna per antonomasia, la “loro” Muntagna. Diversamente essa è denominata Mungibeddu, vocabolo che assomma in sé la radice latina di mons (monte) e quella araba di gebel (monte). Il vulcano, infatti, era ritenuto dalle credenze popolari il padre di tutti i monti e di tutti i vulcani;

il toccante capitolo che attiene a Chiddu, la cui vicenda, che ha esercitato in noi una genuina commozione, a iniziare dal testo, fugacemente ricostruiamo.

Chiddu

Ogni matina pri jiri a lu scagnu

fazzu sempri na via

e davanti na porta, di luntanu,

sempri vidu a na donna ca talia

dunn’è c’haju a passari

e quannu passu la sentu parrari

ccu lu so picciriddu:

Spicciti prestu, è tardu, passa Chiddu,

oggi fora m’arresti!

E ddu carusu, c’ancora si vesti,

pigghia la vurza e si ni va a la scola.

Tanti voti, pri strata,

qualchi amicu si duna di parrari,

ma iù ca penzu ad iddi e a dd’aspittata

ci dicu a chiddu ca haju chi fari,

ci truncu la parola

e lu salutu e avanzu lu passu

pricchì non vogghiu ca perdi la scola.

E daccussì ccu sta passata mia,

matina pri matina,

sempri a la stissa ura di dda via,

n’avemu fattu amici!

Idda non mi saluta e non mi dici

mancu menza parola

e non sapi cu’ sugnu, sapi sulu

ca passu sempri a l’ura di la scola,

sapi ca sugnu Chiddu,

e iù sacciu sultantu

ca è la Mamma di ddu picciriddu.

Tanti voti iù penzu:

suddu cascu malatu,

su moru e non ci passu cchiù di ccà,

dda mischinedda, poi, comu farà?

Sa’ quantu voti lu so picciriddu

a’ perdiri la scola,

sa’ quantu voti aspittirannu a Chiddu

ca passava matina pri matina

e chi non passa cchiù!

Ora accattu na sveglia e ci la dugnu

e ci dicu accussì: Bona Signura

sarvativilla; nsina ca ci sugnu

passu e vi portu l’ura,

ma suddu tramuntassi la me stidda,

su non passassi cchiù,

datici corda e vi la dici idda.

Su voli lu me nomu, su mi spijia,

ci dicu: Iù sugnu Chiddu,

iù sugnu lu passanti di sta via,

l’amicu di lu vostru picciriddu!

Il testo, che superbamente ha saputo ricreare l’atmosfera che lo ha generato, non abbisogna di postille. Premesso che compare nella silloge Canti di terra bruciata del 1927 e che quindi è verosimile che la sua composizione sia anteriore, l’aspetto sorprendente è che esso ha avuto, oltre alla suggestiva genesi, uno struggente proseguimento. Trascorrono un bel po’ di anni. Quel picciriddu, ritrovatosi come tanti nostri conterranei in quel periodo a dovere emigrare negli Stati Uniti, viene a conoscenza della duci puisia della quale è il soggetto. Turbatone, prende carta e penna e, in omaggio a quel pueta granni, confeziona un testo nel quale egli si riconosce come quel picciriddu, annuncia di essere ormai lontano da quella stratuzza per la quale il poeta passava ogni matina a la stissa ura, comunica che nel frattempo la matri è morta, confessa che egli, Mario Di Filippi, mai ha smesso di ricordare e di onorare quel divinu vati sicilianu. Il testo di Mario Di Filippi, stampato sul n°17 del periodico La Torre (di Canicattì AG) del 10 novembre 1974, perviene, per le vie misteriose della poesia, nelle mani di Giovanni Formisano jr. Questi, pur nella trepidazione che lo ha investito, na lacrima mi scinni amara e duci, sente, a nomu d’Idduoramai sutta la cruci, di dovere ringraziare e risponde con un suo partecipe testo, mi trema la manu mentri ti scrivu, che verrà ospitato sul proprio libro Ala di luci del 1979. Entrambi i componimenti, quello di Di Filippi e quello di Formisano jr, ambedue come l’opera prima titolati Chiddu, hanno trovato, per ineccepibile affinità, collocazione in chiusura della sezione Canti di terra bruciata;

le epigrafi sulle lapidi al cimitero di Catania; per il fratello Pietro: O genti chi passati di sta via, / firmativi davanti a stu tabbutu, e per se stesso: Spostu a l’acqua, a lu ventu e a lu risinu, / na quattru ligna di na rozza manu, / dormi lu sonnu so senza matinu / lu pueta Giuvanni Formisanu! Sergio Sciacca ne assimila l’atteggiamento a quello dei poeti della classicità. E allora vediamo, nella traduzione in dialetto siciliano fattane da Salvatore Camilleri, le sorprendenti corrispondenze con Callimaco, poeta, erudito, catalogatore della Biblioteca di Alessandria d’Egitto: per il padre: O tu ca passi … / ricordati ca sugnu … patri / d’un Callimacu natu nta Cireni, e per se stesso: Passanti, tu si’ accantu di la tomba / di lu figghiu di Battu, / bravu comu pueta;

la liricità e alcuni esiti di eccellenza. “In non pochi frammenti e, compiutamente, in alcuni testi, egli riesce a raggiungere un buon livello poetico”, ammette nella prima delle due relazioni menzionate Salvatore Puglisi: tu si’ rigina ca cumanna un statu / mentri iù sugnu ‘n simplici suldatu; na sira vi cascau ’n spinguluni / e iù mi lu pigghiai, era d’azzaru … e ntantu iù lu tegnu accussì caru / ca mancu lu darria pri ‘n miliuni!; sta canzunedda … mi vinni china di malincunia / e amara comu amara è l’arma mia; Mintemu ca tu fussi na funtana / e iù mortu di siti senza lena … Mintemu ca tu fussi un cucciddatu / e iù mortu di fami, senza aiutu … Mintemu ca tu fussi ‘n scogghiu a mari / e l’unni si facissiru cchiù feri; guardaru tanti ma nuddu capiu / la nostra storia dulurusa e muta! … nuddu lu sappi ca un amuri mortu, / risuscitau e morsi nautra vota. / Tu sichitasti pri lu to caminu, / iù sichitai la strata opposta a tia; Ogn’annu veni, ogn’annu fai ‘ncantari, / veni vistuta di tanti culuri, / l’aceddi a coru venunu a cantari, / squagghia lu jelu e sboccianu li ciuri; Nna ddu mumentu ti visti malata, / visti ca mi guardavi di luntanu, / jisai lu vrazzu di dda svinturata / e ci vasai la manu; Pri tantu tempu la me picciuttanza / fu nna li manu to’, mmenzu a li spini / fu ‘n pupu ca mungennuci la panza / movi la testa e sona li piattini;

l’astrattezza. Alcuni sostantivi siciliani – osserva Corrado Avolio in Introduzione allo studio del dialetto siciliano, del 1882 – derivano dal participio dei verbi: “Il dialetto siciliano, per dare a queste forme un senso di generalità e di astrattezza, ha attaccato ad esse la desinenza “ina” e ne ha fatto: abbruciatina, fuitina, scurciatina, eccetera. Questa desinenza si applica pure a sostantivi astratti per renderne più generale il significato.” In Formisano: siritina, ammazzatini, sparatini.

L’ultimo testo della raccolta, dedicato a li pueti di Sicilia nichi e granni, si intitola Cungedu:

Stu poviru pueta, frati Vanni, / s’arricogghi li pupi e si ni va! / Malatu, stancu, carricatu d‘anni … Prima ca partu, amici mei pueta, / iù vi dumannu scusa … siddu, senza vuliri, / cchiù di na vota aju statu pisanti / cuntannu li me’ peni e li suspiri … Ed ora mi ni vaju, vi salutu, / ogni tantu pinsati a stu pueta / ca vivu campò sempri strabburutu / ccu la testa cunfusa e sempri ‘ncheta.

Il passaggio ogni tantu pinsati a stu pueta sembra diretto giusto a noi.

Confidiamo, con l’odierno omaggio, di avervi adempiuto.

A Giovanni Formisano

E vui durmiti ancora, caru Vanni,

o siti vigghiu a fari puisia?

Vi spercia chi passaru cinquant’anni

o lu riloggiu, ddocu, nun firria?

Cca jusu ognunu curri comu zanni

persu allallatu di tecnologia

travagghiu e acqua comu sempri smanni

la crisi d’eurozona … ci vulia!

Ma oggi no! Chì oggi è sulu festa.

Oggi Catania è centru di lu munnu.

Oggi c’è un versu e unu nna la testa:

E vui durmiti ancora, Furmisanu?

E nna ssu nomu, stritti tutti ntunnu,

ricordi, larmi, rimi, battimanu.

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