Una lettera e una replica

La poesia e facebook
Accade.

di Alessandro Corradino

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Facebook è uno strumento e va saputo usare. Permette, attraverso scelte avvedute, di scegliersi gli amici che  uno vuole. Nei casi peggiori (la maggior parte) sara` un´amicizia  costruita sulla banalita` dei ” mi piace” o nel seguire cio` che gli altri pubblicano.

Questo discorso vale pure per i poeti che, una volta accettata la tua amicizia, si eclissano da comunicazioni private. Puoi seguire le loro pubblicazioni, puoi mettere il “mi piace”  alle pagine che loro ti propinano. Non c´è altro.

Molti spiegano questo fatto dicendo che lo spazio privato non permette un effettivo dialogo perché per discutere bene ci vorrebbe qualche ora, o che “digitare nel piccolo box di Messenger non  permetterebbe mai di essere esaustivi e corretti nelle  annotazioni “. C´è anche chi inizia un´ombra di comunicazione che interrompe presto con ingenue scuse. C´è persino chi ti chiede se conosci bene la sua poesia.

Nei casi piu` belli (il 5%) inizia un discorso. Si inizia a conoscersi. Non è  lo stesso discorso che si fa in presenza, è chiaro, né lo stesso conoscersi. Non è questo l´importante. Conta il tipo di comunicazione che ne viene fuori, anche in quel “piccolo” spazio che è il box. Ciascuno potra` usarlo come meglio crede.
Su mia richiesta ho ricevuto un testo poetico da un poeta (…), un inedito che ho letto con molta partecipazione, senza riuscire però  a centrare l´immagine fondante: una poesia difficile. Anche sapendo di fare una cosa non gradita, ho chiesto all´interessata di darmi delle spiegazioni su determinati versi, su determinate parole. Il poeta mi ha scritto: “potrei anche commettere errori rispondendo…” .

La mia risposta e` stata questa: “io credo che l´idea di pensare di commettere errori é un´idea sbagliata: non si possono commettere errori. Rispondere a quelle domande, per me, vuol dire vivere quella poesia con qualcun´altro. Capirla insieme”.

Sebbene in quella risposta io sia stato in buona fede, non avevo ancora ben capito a quali errori il poeta si riferisse. L´ho  capito, presumo, dopo: intuendo che si poteva trattare di dare spiegazioni tali da rovinare la poesia. Ma mi pare una risposta assurda: la poesia c´era già e non poteva rovinarsi. Ho pensato subito a Saba il quale diceva (mentendo), che le ultime versioni di certe poesie (soprattutto delle prime raccolte) corrispondevano all´originale: non si trattava solo di un fatto personale, ma di qualcos´altro: ovvero di non poter poi più proseguire bene il suo gioco poetico: non quindi di rovinare le poesie scritte, ma quelle da scrivere (presumendo che ogni poeta, nelle poesie che ha scritto, scrive e scriverà, ruoti attorno a uno, due temi centrali e ossessivi le cui variazioni saranno solo nell´ambito della forma).

A quali errori il poeta, dunque, si riferiva allora? Dopo la mia risposta, egli ora fornisce le risposte a tutte le mie domande, senza fuggirne una: risposte brevi e brevissime, ma tali da mettermi, forse, sulla buona strada.

Rileggo più volte la poesia e riesco a penetrarne il senso.

A questo punto il discorso si farebbe un po´ complicato, perché non so affatto se un poeta ami che si colga davvero tutto il senso della poesia (ammesso che ciò sia poi davvero possibile).

A cosa è servito tutto questo? A molte cose, senza dubbio; è servito, soprattutto, a creare un particolare legame tra l´autore della poesia e il lettore. Ed è un legame che può, qualche volta, anche ferire: la ferita del poeta procura una ferita al lettore, come se ci si potesse dividere non solo il bene, ma anche il male. Io non so se questo sarebbe potuto accadere in quei luoghi addetti alla lettura di poesia, con il pubblico che ascolta; ma non credo che in simili occasioni il lettore-ascoltatore avrebbe fatto le mie domande e non credo nemmeno che qualora le avesse fatte il poeta avrebbe risposto.

E` probabile che non sia riuscito a chiarire bene quello che veramente volevo dire. Forse volevo dire che mi piace quel poeta che si prende i suoi rischi anche fuori dai circoli: se li assuma anche in uno spazio come facebook, usato come strumento per comprendere e, paradossalmente, ma poi mica tanto, per capire anche chi è poeta vero e chi no (frase forte lo so, forse falsa o forse no).

E per  creare, persino, un legame, nel tempo, tra poeta e lettore.
Accade.

***

Condivido questa riflessione; anzi, ultimamente mi sembra centrale, tanto che sto pensando a una critica come “corrispondenza”, fuori dalla quale ci può essere solo “critica”.

Leggere i libri delle persone che si conoscono è diverso che leggere poeti incontrati per caso. Più facile rivolgersi ai poeti/amici, capire le loro ragioni di scrittura più urgenti e necessarie, confutare, persino, senza apparire arroganti; osservare, e a volte succede, come le nostre riflessioni abbiano causato dei cambiamenti positivi nella stesura finale dei loro scritti. Leggersi è diverso che leggere. E’ una forma di corrispondenza, appunto, anche letteralmente, visto che ” ci si scrive”… e l’amicizia permette una maggior libertà di pensiero.

Quindi letture fra amici, crescita fra amici. Non so più se mi interessa essere letto da uno sconosciuto; almeno che questo sconosciuto non voglia avvicianarsi, interessato non tanto a scrivere una recensione ma a capire le ragioni dell’opera, cogliendone meriti e difetti; più che altro chiamerei questi ultimi “discordanze”,  – nessun artista, quando crea qualcosa, pensa di creare un’opera minore, anzi, esattamente il contrario. –

Questi i motivi che mi hanno portato a abbandonare facebook: essenzialmente il fatto che si tratta di un mezzo di comunicazione troppo facile, troppo a portata di mano. Cerchi e trovi, metti un “mi piace” ed hai esaurito il tuo pensiero – spesso neanche hai letto bene ciò che “ti piace”.

Sei amico di qualcuno e si tratta semplicemente di un indirizzo in rete, di un volto. Scrivi qualcosa di piacevole e tutti mettono faccine che ridono.

Scrivi qualcosa di spiacevole, ti esponi, e ti arrivano messaggi privati che ti dicono “ma chi te l’ha fatto fare”, e nessuno mette faccine piacevoli per paura di esporsi!

Io ho bisogno, invece, di essere cercato; per necessità. Cercare esige fatica, desiderio. Motivazione, soprattutto. Chi mi vuol cercare veramente deve compiere una strada, deve fare un’indagine. Deve capire perché gli è necessario cercarmi, altrimenti perché ne dovrebbe sentire il bisogno?

Ecco: L’incontro tra le persone deve essere come con i libri: si trovano per caso quando meno te lo aspetti. Li cerchi disperatamente, non li trovi e li desideri. Magari ti deluderanno quando li avrai trovati ma non importa; ora sono lì, sulla tua scrivania. Hai scritto una storia insieme a loro, hai fatto anima. Anche se ora li perdi, l’incontro è già accaduto.

Tutto troppo facile su facebook, troppo banale, troppo superficiale. Nessuno si conosce veramente, nessuno è interessato a conoscersi veramente.

Tu sei un’agenzia, la cassetta della posta in cui depositare un invito, un proprio book di pubblicazioni, una collana di successi. Tutti ti chiedono se hai letto la loro opera, pochissimi  hanno letto la tua.

Voglio essere cercato, desiderato, letto e ascoltato solo se necessario. Voglio esistere solo per chi ha interesse a farmi esistere. Non per me ma per se stesso. Per il suo desiderio di corrispondenza. E quindi, di conseguenza, perché un poco esista anche io.

Sebastiano Aglieco

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