Roberto Bertoldo: chi sa amare ha anche il dono della vergogna

Roberto Bertoldo, IL POPOLO CHE SONO, Mimesis Hebenon 2015

Roberto Bertoldo, al centro della foto
Roberto Bertoldo, al centro della foto

Roberto Bertoldo è sicuramente uno dei nostri poeti drammaticamente più necessari. Certo è da chiarire questo termine – “necessario” a chi? perché? – Io risponderei molto semplicemente citando per intero il testo che dà inizio a questa nuova raccolta.

Io parlo poesie

Io parlo poesie come i fabbri schegge
e festuche i falegnami,
amo per quel diluvio
che non potete dimenticare,
vivo come i veggenti,
scrivo da passatore.
Ho spade di legno
e l’arca di ferro,
una pagina di idee
e altri materiali sul ceppo.
Conosco la morte
perché è stata una penna,
che ha scritto ‘bambini’,
conosco le mani disonorate
perché il vento vi ha inciso
le sue folate,
so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto.
Ma io ho, dentro di me,
il popolo che sono.

p. 7

E ancora:

Al popolo

Mi sono accorto di amarti
quando sei stato il mio corpo
e io la sua contingenza.
Ho scoperto il viatico della tua insania
quando i fogli della povertà
sono stati strappati dalle mie poesie.
Oh popolo che ho amato
perché l’amore è questo stronzo grido
che mi porto sempre dietro
nella faretra colma di versi.
Non avere paura della lapide,
non avanzare pretese assurde,
chi sa amare ha anche il dono della vergogna.

p. 20

E’ chiaro, dunque: il tono sovversivo appartiene al contesto di una poesia che non riesce a stare totalmente dentro i meccanismi retorici della forma; ma neanche dentro le maglie elitarie di una sperimentazione fino a se stessa, che sconquassa la forma della lingua illudendosi di sconquassare i meccanismi sociali del mondo.
Siamo dentro l’ombra della rivolta di Rimbaud, di Majakosky – non dentro la loro rinuncia, però – probabilmente perché la società in cui abitiamo, avendo affinato le armi della persuasione e della rettorica, consente al poeta al massimo l’illusione di alzare la voce senza avvertirne un rischio e un pericolo, riconoscendo così alla poesia al massimo lo statuto di un’arte confinata e privata.
E’ questo il motivo per cui l’espressionismo assai spinto, spesso confinante con una eloquente retorica, è strumento diacronico praticato da Bertoldo nella totale coscienza della necessità di una retrocessione storica, direi fino a Dante, a significare l’avvenuta standardizzazione e conseguente sordina di tutti i codici espressivi, incapsulati negli “ismi” del postmodernismo.
Bertoldo è dunque un poeta che può infastidire od essere frainteso perché il suo non è un metalinguaggio temprato dalle sperimentazioni del novecento, ma una lingua tonante e savonaroliana – sapendo la contraddizione a cui abbiamo accennato, però… e cioè il fatto che agisca in un’epoca in cui il museo consente tutti i linguaggi e non è interessato a distinguere – .
Il tema del libro è dunque frontale – non ci sono capitoli, suddivisioni interne alla raccolta –. Bertoldo individua nel rapporto con “il popolo” la centralità del fare poesia oggi:

Poema delle folate (il popolo tradisce)

Si sono riaperte, dentro, le note della malinconia
per il perdersi dei giorni
forse qualcuno capirà questa spesa di emozioni
e avrà carezze per i marmi
ma le notti di solitudine nascondono la pelle
come fosse mille volte dietro i ceri
e file di pellegrini dalle mani bacate
non risparmieranno d’amore la cesta dove crolla il mio capo.
Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.

p. 10

Occorre capire di quanto amore e disperazione siano impregnate queste invettive contro il popolo – quindi contro noi stessi – perché non ci può essere amore senza disperazione e la parola non si può vestire di alcun abito regale. Bertoldo riconosce alla poesia, al poeta, il compito di fare da tramite tra la responsabilità di dio e il popolo: folla, massa … quando siano portatrici di complessità, quando siano causa e necessità di canto, di pietas.
La stato della poesia e del poeta, ci dice Roberto Bertoldo, sono questi: la poesia è parola barbara e schietta, capace di nutrirsi di tutte le contraddizioni, di tutte le lingue. Il poeta, modernamente, è l’essere tragico che nessuno ascolta, che urla dalla sommità di un piedistallo sbeffeggiato e deriso; peggio, ignorato dal popolo. E’ ancora il Rimbaud in combutta col cristianesimo, Osip Mandel’stam imprigionato – “Parlo a nome di tutti / e con tale vigore che si muti la volta / del palato in volta celeste” –. E’ il Majakosky radicale fino al suicidio.
La poesia, allora, è proclama, invettiva, sberleffio, dolcezza e rancore, parola tesa e storpiata. E’ volontà di potenza e titanismo, ma anche debolezza e solitudine, monito, frantumi.

Oh poeti, poeti, quale emblema
il mio osso di popolo vi estorce
quando la bocca avete sulla platea
per la tenia degli applausi?

p. 8

L’indignazione plebea

Se pure in me si fosse raccolta, come fuliggine,
solo l’indignazione plebea, avrei parole immortali
sulla madia e voi, stinchi di poeta, dovreste
comunque accogliere il mio pane.
A morsi, a fatti, a briciole
resta un corpo di uomini miseri
che spezzeremo per i nostri discepoli.

p.9

La poesia è anche le ragioni del privato, che, come nei migliori poeti, sono anche ragioni pubbliche e interessano lo stato ontologico e sociale dell’individuo, la propria solitudine in una collettività alienata.
A Bertoldo non interessa una poesia pulita, conforme. Gli interessa una poesia smascherata e che smaschera, bruciante, urticante, a rischio e che rischia, non pacificata, non in linea. Al limite del masochismo, si vedano i temi dell’amore e della vecchiaia.

La violenza

Dite violenza di ogni parola
perché non sapete che la morte è un agguato
e agguanta anche le vostre pretese
perché l’umano è questo preambolo
che dilegua la sostanza oggettiva
perché ci siete nemici con le vostre sarte
e i cuochi e i voti che assumete sulle schede
voi e il vostro pudore di ricche sgualdrine
la censura dei vocabolari perché il cielo
ha notti di tempeste e scalpiccii
allora temete l’enfisema dei versi
perché i poeti portano nelle scarpe
i venti e le piogge, i tuoni e i fulmini
come la vostra sorella morte che accende i ceri
dove la bocca è più voluminosa
e stravolge a verbi il nero dei tramonti.

p. 17

Ho letto questo libro aspettando sotto un gelido nevischio un traghetto per Burano. Le mani gelide, gli occhiali appannanti, contornato e sorretto da una massa nera, accogliente, indifferente. Forse è questa la condizione di lettura che questo libro richiede. Ogni libro dovrebbe conoscere una condizione di lettura per essere amato o disprezzato.

Sebastiano Aglieco

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