Una lettera e un romanzo

Rosa Salvia mi scrive questa lettera, che non commento perché si commenta da sé. La ringrazio molto.

salvia_rosa

***

Caro Sebastiano,
ho letto sul tuo prezioso blog “Compitu re vivi” della tua decisione coraggiosa e ‘controcorrente’ di uscire fuori da spazi digitali quali facebook e twitter.
Ne sono rimasta piacevolmente sorpresa, forse perché mi pare di intuire che questa tua scelta, credo sofferta e meditata, nasca dal profondo impegno poetico di chi come te è in grado di vedere ‘oltre’, di cogliere che nel cuore di tutte le epoche che ci hanno preceduto vi era nelle varie espressioni dell’arte un nucleo vitale di immagini, nozioni e storie.
Queste avevano il potere di parlare al corpo e alla mente. Oggi non è più così. Una scatola nera, posta al centro del mondo, che sia lo schermo di un computer o di un televisore, spersonalizza tutto ciò su cui si opera. I grafici, gli algoritmi e le funzioni hanno sostituito le parole e le icone, custoditi più dai manager, dai banchieri, dai politici che dai ‘profeti’.
A ben guardare non sono poi tanti coloro che come te considerano la poesia una fonte di innocenza piena di risorse rivoluzionarie perché del tutto inconsapevoli che nulla ti gira intorno se giri attorno a te stesso, versi di FEDEZ che Michele Serra cita nel suo nuovo romanzo Ognuno potrebbe, edito da Feltrinelli nell’ottobre 2015.
Conosciamo la penna affilata e pungente di Michele Serra il quale ci trascina in viaggio con Giulio, il protagonista del romanzo, vero e proprio eroe della insofferenza, un viaggio senza partenza e senza arrivo che tocca molte delle stazioni di una società in piena crisi, una voragine parassitaria ed affaristica che il narcisismo digitale non basta a riempire, anzi asseconda.
Gli egòfoni (come Giulio definisce i maniaci digitali) sono “il puntiforme, brulicante esercito che si è impadronito di noi penetrando, via occhi e orecchie, fino alle nostre anime, o se preferite fino alle nostre più recondite budella[…]” pag. 109.
O ancora: […] “(Passano i digitambuli, nel vasto mondo attorno, a migliaia, a milioni, assorti nei loro rettangolini di luce fredda, così fredda che neppure gli si riverbera sul viso. Lo sguardo rivolto in basso rende la loro fronte piana; le palpebre a mezz’asta fanno schermo alle pupille, nascondendo anche il colore degli occhi. Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non adesso. Adesso tutto è solo e sempre in corso, e soprattutto non è qui che è in corso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto.)” pag.25.
Ecco a mio avviso il nucleo centrale del romanzo; quanto alla trama asciutta, diretta, a tratti surreale, lascio ai lettori il piacere di goderne.
Tanti gli interrogativi, le provocazioni, i dubbi aperti a indispensabili confronti dialettici in queste parole, nell’enorme quantità di piani che si accavallano continuamente. La frammentazione dell’Io di Giulio rappresenta la forma totale del punto di vista sovversivo nel contatto con una realtà omologata e fabbricata su misura. Si intravede l’estremismo dell’utopia, una viscerale ribellione a stereotipi e mode che non portano da nessuna parte, se non a gonfiare le star del momento, persino in poesia, la capacità ‘folle’ di acquisire uno sguardo ‘superiore’ e demistificatorio rispetto ai criteri dominanti che allontanano l’uomo dalla sua interiorità, dall’ascolto degli altri, dal contatto con la natura, inducendolo ad una miriade di relazioni virtuali in cui ciascuno appare come vorrebbe essere, un dialogo fra sordi direbbe Ionesco, un parlarsi addosso facendo a gara ad accumulare pseudo-amici con il super gratificante “mi piace,” s‘affacciano stanotte / A Monaco, obitorio che sta fra Roma e Parigi, / Nudi e spogli nelle loro pellicce, / Lecca-lecca all’arancio su stecchi d’argento, // Insopportabili, senza sentimento. […]”, citando versi di Silvia Plath.
Certo, Michele Serra sa perfettamente che il suo Ognuno potrebbe è un romanzo, non un saggio critico sull’uso indiscriminato delle nuove tecnologie e del web. Per la qualcosa può permettersi voli pindarici, allegorie, giochi sottili, può persino profetizzare con ironia che l’ipertrofia mediatica nel tempo si svuoterà a causa delle sue stesse contraddizioni. Ma il problema rimane aperto, l’utilizzo di Internet ai tempi d’oggi è indispensabile ai fini di una comunicazione più veloce e di una conoscenza alla portata di un numero sempre maggiore di persone. Dipende dall’uso che se ne fa. Una cosa è promuovere un libro di poesia ad esempio, un’altra è gonfiarsi come pavoni nella fattoria di George Orwell. Forse bisognerebbe evitarne l’uso ai minorenni, offuscare i siti di propaganda che tanto favoriscono il terrorismo fondamentalista, i siti di pedofilia e via discorrendo.
Certo non tutti possono permettersi di fare una scelta così radicale come quella di Sebastiano Aglieco, il quale decide di ‘essere’ fino in fondo fuori da trappole e meccanismi controproducenti. Ma, io domando, trastullarsi nell’erba di un parco, visitare un museo, leggere un buon libro, guardare un bel film, non ci arricchisce molto di più che trascorrere intere giornate su Internet? Peraltro sono fermamente convinta che chiunque abbia veramente talento e tenacia in ogni campo, debba porsi l’obiettivo primario di incuriosire, di farsi apprezzare spontaneamente, fuori dalle torbide logiche nepotistiche, dal cinico “do ut des”, dal meccanismo compulsivo dell’‘apparire’ ad ogni costo. Non si può camminare “tra macerie di valori” e il petrolio di Pier Paolo che ancora e sempre brucia dentro le nostre case…
Grazie Sebastiano di avermi dato l’opportunità di scrivere questa lettera, ti saluto con un pensiero affettuoso e un piccolo omaggio: due mie poesie che credo siano in sintonia con quanto scritto.
Rosa Salvia

***

Due poesie

*
Nell’insensibilità si annida
il caos –
così la parola innocente appare
stolta
e una ragnatela acceca la finestra
sino al millimetro; lentamente,
lentamente.

dalla raccolta Il dolore dei Sassi, puntoacapo-editrice, settembre 2015

*

Rivolgi un pensiero
profondo
guardando in faccia
il dolore
là dove agisce la gravità
delle forze pure
all’ombra dei rami del noce,
nel giardino pervaso da echi,
in cui tutto ha foce,

in cui aspetti sillabe,
parole di memoria antica
prima che il nuvolo ancora rosso
del tramonto sia svanito,
senza scampo,
dietro il campanile

nell’autismo invernale.

dalla raccolta inedita Il giardino dell’attesa

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