Alessandro Corradino su Compitu Re Vivi

Conosciuto su facebook, Alessandro Corradino, un giovane poeta, ha letto con cura questo mio Compitu e lo ha minuziosamente glossato, come dovrebbe fare ogni buon lettore. Ne risulta una lettura a tratti ricca di spunti inediti, con una bella provocazione finale:  “Riesce difficile pensare a delle nuove poesie ora che Sebastiano ha detto tutto…Parrebbe chiaro che l´unica possibile poesia che Sebastiano da questo momento potrá fare é una poesia dell´Incontro col mondo”.

Un vivissimo grazie.

*

Appunti su
COMPITU RE VIVI, di Sebastiano Aglieco, Il ponte del sale 2013
di Alessandro Corradino

compitu

“Compitu re vivi” E’ un quaderno di poesia che si apre con:

L’anima mi guarda, seduta
mentre scrivo le preghiere mattutine
– stare in questa misura, il giorno
sarà per tutti –

alla presenza, quindi, di uno sguardo dell´anima mentre si scrive; ed é solo in virtú di questa relazione che puó esserci la misura, il sentimento della misura che si traduce umanamente nel vivere il giorno solo se “sará per tutti”. Inizia subito Aglieco a delinearci una realtá non solipsistica ma vissuta con gli altri, attraverso lo strumento della parola poetica.
Il quaderno é diviso in nove sezioni, delle quali le prime quattro contengono tutte poesie in dialetto siciliano. La prima poesia in lingua italiana (Via degli Orti) la troviamo solo nella quinta sezione, che presenta anche poesie in dialetto. L´uso del dialetto é dovuto, secondo conferma dell´autore, a ragioni affettive. E´ grazie al siciliano che il poeta trova (per la prima volta ?) il mondo dell´infanzia, faccia a faccia con la madre, con il padre e con il paesaggio. L´uso del dialetto è dovuto sostanzialmente alla possibilitá linguistica di far rivivere, attraverso il ricordo, l´infanzia e di darle, espressivamente, una veritá che l´uso della lingua italiana non avrebbe potuto permettere. E poiché il poeta ricorda attraverso epifanie, il siciliano gli appare come la lingua “precisa” per comunicare un mondo intorno ad un “cuore visivo” alle prese con lo sfocamento.
Leggendo tutte le poesie dialettali gli effetti di vicinanza psicologica ed esistenziale con quel mondo dell´infanzia sono evidentissimi, con un fortissimo potere di realtá (sebbene la realtá venga solo evocata; la realtá é quella veramente vissuta dal poeta, che puó finalmente venir fuori solo a condizione di essere comunicata in quel modo).
Cosi`: cummògghia u pani re motti; (…) vattìnni, làssimi accussì/nun aju nenti; (…) Chisti èrunu i rasti sicchi/ri quann’èrumu nnichi;(…) Jucàunu ’n terra/– c’era n’aria ri mari – u piccirìddu/sintju na uci ca unciàva a stanza; (…) e u scantu ca mi pigghia a/uccalamma quannu si fa scuru; (…) a budda spuntàva nna carnàzza/a rrosa ciaurùsa si scunzàva; etc… queste e altre espressioni hanno una potenza evocatica che la traduzione italiana non puó rendere, così, forse, la traduzione in italiano che segue ogni poesia dialettale serve solo per orientare il lettore.

Vini e cuntu é il titolo della prima sezione del Libro: ammonizione e invocazione.
Vattiàtu, la prima poesia, ha come elemento dominante non la perdita, ma il senso profondo di una distanza che nella seconda poesia si fa senso del niente per chi disperatamente respira in un angolo dimenticato di casa, dove i volti sono rigati da “un muro di plastica”.Distanza e assenza di protezione.
Ed ecco, ma dopo, la perdita (della madre) i versi: ca nun si pò parràri sinza ’n patri.
La voce inizia la sua fase di persecuzione e si é giá avanti nel tempo, con fatica, con il terrore del buio, (scuru é aggettivo che ha molte ricorrenze, come anche altre parole: sangue ad esempio), in una serie terrificante di non so senza quiete, nell’attesa della pioggia, della nebbia.
C’è giá la consapevolezza di un torto disumano se la prepotenza é piú forte dell´amore. E si rinasce da una colpa. E inizia il canto. E´, forse, l´ultima poesia della prima sezione, Curpa e cantu, se non la piú bella, la piú importante: lo sguardo al passato diventa immagine che non si dimentica. E` vero che sono presenti nella prima sezione alcune poesie al tempo presente, ma é un presente ancora mitico, rivissuto come una favola (non nella forma del triangolo ma del quadrilatero: madre, padre, nemico e alleato), tanto che viene da pensare a Morfologia della fiaba di Propp, mentre in Curpa e cantu (testo scritto tutto al presente) l´io del poeta rinasce (e rinasce da una colpa).
Aglieco mi precisa: “L’Io rinasce da una colpa che è quella di un’infanzia complicata che può essere riscattata solo con la poesia, col lavoro assoluto dell’artista. Se la vita non funziona o non ha funzionato, abbiamo il compito di farci qualcosa, non di maledirla.”
La seconda sezione s´intitola Jancu e russu.
Egli giá vede. Ritornano l´imperfetto indicativo e la terza persona che si alterna con la prima lá dove il dolore é insostenibile, (incomprensibile?). Il dolore e la solitudine si presentano, ancora una volta, ossessivamente, come assenza di sguardo (in particolare nella poesia Fjùra ri patri ca manu isàta). L´ossessione del cuore ritorna nella poesia Orbu, datata Murano -Venezia, 2 aprile 2005 (con tutta la conseguenza psicologica che ció comporta).

Terza sezione:Tri ficúri
Sebastiano, Madre nera (Assisi, 27/03/2005), Tondo Doni.
Le tre icone sono momenti alti in cui l´io del poeta si vede, (si specchia) nell´”arte religiosa” come momento conoscitivo comportante serenitá che, nell´atto percettivo del ricordo, si fa, peró, delusione:
Làssimi e fogghi sicchi, all’occhi mmucciàti
spidduti rintr’a terra.
Làssimi passàri unni u ventu s’astùta
e tu ti fai ùmmira, e tu nun si chiù nenti.

Quarta sezione: E me matri.
La prima poesia si apre con la visione della madre nel ricordo. L´ossessione dello sguardo materno nella seconda. Partenza, nella terza.

Quinta sezione: Marunnína re lácrimi.
Nella prima poesia il poeta si interroga:
Ju, chi cos’a gghià fari?
Comu pozzu, ju
fari crìsciri u pani pi tutti?

Leggiamo in questa sezione la prima poesia in italiano: Via degli orti, una delle piú belle di tutto il libro. Stupenda pure Madonna del Carmelo, poesia della rinascita. Ora che il poeta ha superato la propria morte – un vero viaggio negli inferi – ora puó abitare il mondo.
Il poeta é vivo, (nel senso che il poeta, ora, puó scrivere con parole precise). Ci sono in questa poesia due versi in corsivo:
Forse per questo pagherò:
per la chiarezza.

Che cosa dovrá pagare il poeta per la chiarezza? Se la colpa da scontare é quella della scrittura poetica, forse pagherá la sua appartenenza a una letteratura minore (e forse ci chiederemo, piú avanti, che cosa bisogna intendere per letteratura minore: i fratelli esiliati nella terra minore? vedi la poesia dedicata a Milo De Angelis):

Ho creduto di essere giudicato
per la sola parola, all’osso della
carne e della letteratura
la certezza della giustizia
dei fratelli maggiori.

Sesta sezione: Compitu re vivi, (Compito dei vivi).
La maggior parte delle poesie di questa sezione è in dialetto siciliano.
I tempi di questa sezione: infinito, presente, e un futuro.
E´ l´elaborazione interiore del lutto nella condivisione straziata con l´Altro, alla ricerca di una parola sorella e chiara, odorosa

Settima sezione:´Stati.
In nota Aglieco scrive:
Il poemetto ’Stati è stato scritto in classe nel corso del mio ultimo anno di insegnamento a Monza (2007), ed è il racconto fedele di un’esperienza di abbandono; vuole essere un mio testamento spirituale.

La prima poesia, che si apre nel tempo di una decisione senza ritorno ( scritta in corsivo!), é:

Ho deciso:
aprimi, se vuoi, come
una melagrana, e guardami
tutto è nel petto, qui
che trema della sua gioia
della sua veloce spina.

La seconda poesia, (il poeta sta per lasciare la sua scuola a Monza per trasferirsi a Milano):

Leggerete nel mio quaderno
un titolo provvisorio
e chiederete ancora di me
della voce di un maestro
che vi ama come la prima volta.
Voi passerete in me, nel mondo
e io resterò in questa terra natìa
Ascoltate il terribile:

Prendete tutto di voi, degli altri
sputate in faccia
uccidete, per favore
il bambino che già chiede di morire in voi.
Giungete velocemente al mondo.
L´ultima poesia di questa sezione é scritta, come la prima, in corsivo:

Dono è restare qui
comunque qui, nell’attesa
del nome.

Ottava sezione: Binario 21

Bellissima la poesia dedicata a Milo De Angelis, nella quale (ma anche in Sguardo dal ponte) Aglieco ci dice il dovere del poeta verso la parola e verso i lettori: Io so che per ogni parola sprecata saremo i congiurati…; (…) Voglio che le parole siano come un taglio…Il poeta, ora, conscio che la ferita esiste e che resta per sempre, si apre all´Altro e alla Storia:
Credo a una piccola luce custodita nelle cose
alla litania degli umiliati
contro le porte della Storia.

In questa Storia, il rifiuto di ogni forma di potere é evidente se, appunto, Aglieco crede in ció che umilmente si conserva nella minima luce dell´umiliazione (e si deve leggere tutto il libro per capire che non si tratta di vittimismo, ma di coscienza dello scarto. A partire da questo scarto vengono poste tutta una serie di domande in cui nemmeno pietá e legge salvano e dove non resta che la poesia).
Si sente, nelle poesie di questa sezione (ma, in fondo, in tutto il quaderno) la lotta tra due “ideali”: da una parte si ha un credo nella pietá, nella legge, negli ultimi, senza, però, salvezza garantita; dall´altra un credo nella poesia, nel restituire la parola alla musa – entità sentita come l´unico modo per arginare il male, malgrado, anche in questo caso, permanga nel poeta il senso della colpa -. Infatti egli dice: liberami di me, da me stesso, dalle mie parole…
La contraddizione è superata? Non lo so. Se il destino del figlio é di essere nel tempo, in una distanza incolmabile, resterebbe, nonostante la colpa, il dovere della parola, che è forma del resistere. Pare che il poeta teorizzi l’utilità del Mito, e, quindi, della Ripetizione attraverso il rito del Sacrificio, se, appunto, egli scrive, Altrove è il mondo nella pienezza della fine; o ancora, (e siamo nell´ultima sezione, Mmernu): Andremo tra i fiori, te lo giuro. Senza la carne. Spirituali.

E ancora:

E tuccàti, pi favùri tuccàti ’sti me palòri
e rusicàtili, spalancàtili o nenti.

Ma a cosa crede Aglieco? Ce lo dice un testo, intotolato appunto Credo, che così inizia:

Credo
Credo alla richiesta di un nome
affisso ai muri come un vessillo
una spada che ferisce il tempo della
consunzione, tre sillabe pronunciate
all’altezza del petto
aperte come i figli quando muoiono.

Il compito dei vivi, Aglieco ce lo restituisce in tre parole dialettali:
unùri, pascïenza, piddùnu

E´ difficile scegliere una o piú poesie da Compitu re vivi per leggerle separate dall´intero corpo del libro. Forse la prima poesia in italiano (Via degli orti)… In realtá, peró, sarebbe sbagliato. Compitu re vivi é un racconto, infatti. E da subito, giá dalla prima sezione. Anche se é possibile incontrare l´io del poeta in prima persona, ció accade solo nel tempo del presente. Il libro usa spesso l´imperfetto e la terza persona singolare, (soprattutto nelle prime due sezioni, poi inizia, piano piano, la presenza dell’io e del suo rapporto con la realtá).
Come avrebbe potuto il poeta raccontare e donare la sua infanzia nella distanza del tempo se non scegliendo la terza persona, la quale permette di raccontarsi fedelmente – ma ad una certa distanza, appunto – ed evitare, cosí, anche la retorica e il sentimentalismo?
Per essere piú precisi ascoltiamo una comunicazione personale di Sebastiano Aglieco:
“L’ “Egli” è…diciamo memoriale. L’Io è al presente, l’Egli è al passato. Ma il riferimento è sempre autobiografico. Quindi, sì, ricordo, ma anche della lingua, che prima di questo libro non ricordavo e a cui non riconoscevo dignità letteraria. Tieni conto che questa lingua è affiorata dopo la scomparsa di mia madre. Tante scene sono “favole”, ricostruzioni dell’infanzia e ricordi che si mischiano.”
Compitu re vivi é una preghiera e nasce dall´assenza di uno sguardo. Questa preghiera si nutre di immagini fortemente archetipiche che vivono della dimensione religiosa; per esempio:
Andate verso il gesto che vi ha
battezzati, tornate indietro nel
seme, trapassate il mondo
le trame del tempo e del giudizio.

Da questo punto di vista il rischio del poeta consisteva nel dare un messaggio consolatorio. Nel libro, invece, non c´é nessuna consolazione:

vedete le mani come tremano alla
luce, ciò che si salva di noi
ciò che giunge al tempo violento della spina.

(…)

Moriamo tutti al tempo, moriamo a noi stessi.

(…)

Perché questa pietà o questa Legge non ci salvano?

E laddove appare il segno d´una luce di salvezza, esso é sempre contenuto all´interno della dimensione terrestre:

bestèmmji ca/ ’ncùcciunu petra e celu…

Non custodirmi nella memoria
spalanca queste sillabe
ferite nella Storia.

Anche il perdono non é visto alla luce del cristianesimo. Le domande semplici e vertiginose che il poeta si (ci) pone, lasciano intravedere il senso della fragilitá e del niente; il perdono del poeta si presenta, addirittura, come perdono di questa idea del perdono:
e perdonate se vi ho insegnato il perdono
anche quando l’amore era
un frutto marcio

che idea non é, dato che tutto il libro si concentra non sulle idee, ma sul sentimento della vita; ma anche in questo caso senza consolazione: perché la vita si muove dentro la ferita, dentro la morte. Il poeta é riuscito a conciliare gli opposti: Eff come
fuoco / come padre e madre.

I dubbi iniziano in alcune poesie della penultima sezione, ad esempio in questi versi:

ora che si addormenta il tempo
ora che chiamano i nomi, i Nominati
nella scena finale del giudizio.

o in questi:

Altrove è il mondo nella pienezza della
fine, nei suoi lamenti contro il grande sonno.

La penultima sezione é vertiginosa. Vive, mi pare, di contraddizione e anche molto forte. Cioé: da una parte parrebbe non esserci salvezza (non bastano né Pietá né Legge) se non nella Musa poetica. Dall´altra, la poesia é vissuta con un certo senso di colpa. Solo che, ad un certo punto, arriva il salto:

ora che chiamano i nomi, i Nominati
nella scena finale del giudizio.
Ma questo è per la divisione
ancora la divisione.

Anche in questo caso non c´é risoluzione se, appunto, “ancora la divisione“.
Ho chiesto a Sebastiano di chiarirmi questo punto. Ecco la risposta:
La poesia é in parte voce a se stante, da capire anche da chi la scrive. Bisogna sentirsi in pericolo quando si scrive, le contraddizioni non vanno sanate ma accolte.
Parla un credente senza fede. Il giudizio é il presupposto della divisione. Nel senso che dio, avendo presupposto la divisione, ha messo in conto anche il giudizio, quindi il male del mondo. La poesia non salva, non sana proprio nulla ma deve dire.”
Ma ció che sconvolge di piú delle ultime due sezioni sono certi passaggi, che vorrei riportare. L´ultima poesia della settima sezione é Dono è restare qui, poesia bellissima per tanti motivi. Si giunge a Binario 21, titolo che é tutto terrestre,
agganciato alle cose…..con forte senso della pietá:

Non passare prima della pietà
se questa è l’altezza delle parole
allora non sono capace
allora non c’è salvezza

Poi, piano piano, si arriva a Ossa humiliata, e il primo colpo giunge dalla citazione:

Fammi sentire letizia e gioia,
esulteranno le ossa che hai umiliato.
(Salmo 50)

Il colpo prosegue:

Dio che custodisci questo
mistero nel tempo della Storia
(…)

Poi il colpo definitivo:

Altrove è il mondo nella pienezza della
fine…

Infine:

Questo hai chiesto ad Abramo.
L’avremmo fatto.
Avremmo ubbidito.

Di che dio sta parlando Aglieco?
“E’ un dio distantissimo da noi, quindi io lo percepisco negli effetti, non come esistenza. Nei miei libri c’é sempre questa presenza assenza, l’esilio, il male, l’origine. Condizioni realissime, che si calano nell nostra esistenza. Altra prova di un mascheramento, di un’ambiguità. Fare poesia, insomma, é anche pensare e pregare.”
Ma Aglieco non é un poeta cristiano; per lui “ il cristianesimo é solo un sostrato antropologico“. Se il quaderno ruota, soprattutto nelle ultime due sezioni, intorno a una molto forte sentita dimensione religiosa, e se , a detta dell´autore, siamo fuori dalla fede nella religione cristiana, quale puó essere il senso di certi versi (in Ossa humiliata, in Agnus dei….e In paradisum)?
Probabilmente si tratta di un quaderno di iniziazione…
Da quale elemento partire? Forse dal legame tra il sacro e la religione. Girard ci ricorda che: ” Il sacro è la violenza”, e il poeta ci ha avvisato sul come arginare questa violenza:

Custodisci tutte le cose
abitale nel tempo dell’altezza
misurata.

Ci ha detto che l’origine della cultura é religiosa.
All’origine della società umana Girard individua infatti un assassinio sacrificale, la cui vittima, uscendo dalla sua passività, proclama la sua innocenza e “diventa l’Agnello di dio” che sta dalla parte delle vittime (qui le vittime sono gli umiliati della Storia).
Ricordo ancora che per Girad il desiderio umano é sempre mimesis (viene subito da pensare a Mimesis dell´Auerbach e alla Divina Mimesis di Pasolini).
Girard ha anche teorizzato che il desiderio fa nascere un altro desiderio e una violenza fa nascere un’altra violenza (amore per la madre, amore per la poesia; rabbia per il padre, uccisione del padre); e tutto questo oltre Freud. Il quaderno di Aglieco, allora, si presenta come un´opera poetica di iniziazione antropologica.
Ma come ci si libera da quel circolo vizioso? Attraverso il sacrificio: prendi un fazzoletto per asciugare il sangue; (…) aspetta una giovane morte dentro al letto; (…) Come posso, io / moltiplicare il pane per tutti?
Il sacrificio come “una violenza senza rischio di vendetta”, (leggere tutta Agnus dei); sacrificio dell´uomo innocente: nessuna sudditanza / nessuna colpa in te, (La resa delle foglie, II); farsi seme della terra; (…) Questo il canto delle foglie che ascolto
mentre muoio al tempo senza rimpianto, senza pianto.
Riequilibrare ciò che il mito rende squilibrato, (Tondo Doni): La madre si gira, tutta piegata / per bruciare le mani, per dare senso al padre.
Aglieco ha non solo ripreso autobiograficamente la propria infanzia, ma l´ha trasfigurata; egli sa quanta violenza esista nell´uomo e che é proprio l’infanzia il pericolo supremo. Attraverso un racconto che si fa antropologia religiosa, Aglieco fornisce una risposta alla violenza: le tre parole dialettali già citate.
Ricordiamo ancora che il pensiero mitico ritorna sempre a ciò che è accaduto la prima volta (prima il mito, poi il rito) = uccisione del Padre: e il figlio già sapeva
della / legge sconosciuta / il vero peccato che non si può spiegare; (Per mio padre, dopo); Immagine di padre con la mano alzata; il padre è accanto a te, tagliato nella testa; (…) e il figlio proclamerà / l’uccisione del padre.
Ancora una volta Compitu re vivi come quaderno di iniziazione: lacerata la rabbia della bestia che affannosa respira – e poi e attraverso vari passaggi – la forza umana sta nell´operare contro il male (non come semplice male sociale), ma contro quel male che ci possiede come passato mitico originale.
Per rompere questa maledetta persecuzione del male, Aglieco insiste sulla ricerca del Nome, gesto che si concretizza in quelle tre bellissime parole dialettali: unùri, pascïenza, piddùnu.
Ma anche con la pietá:

Non passare prima della pietà
se questa è l’altezza delle parole
allora non sono capace
allora non c’è salvezza.

La ricerca del Nome é cercare, come diceva Rimbaud in Hortensia (e cioè il Nome del Padre al femminile). Non so ancora / distinguere padre e madre” (…); Qual è il tuo nome, adesso che ti ergi / sulla nostra fragilità? (…) ; e il nome sarà detto
sarà fermato il nome contro il tuo/ viso, il nome, nella retina dell’occhio… (ma si legga tutta Via degli Orti).

Sta tutto qui il male:
nella pronuncia di un nome al contrario

Dono è restare qui
comunque qui, nell’attesa
del nome.

Riesce difficile pensare a delle nuove poesie ora che Sebastiano ha detto tutto. Ma non é cosí, naturalmente. Il poeta ha fatto i conti con se stesso muovendosi tra molteplici emozioni (rabbia, senso dell´abbandono, assenza di sguardo, solitudine, orrore, terrore, paura…) che risalgono all´infanzia. Si é bruciato, il poeta ha saputo morire. Ora e solo ora sará possibile vedere nell´Altro non una proiezione psicologica del proprio male, anzi il contrario. Avendo il poeta vissuto il male dentro la propria carne, ora sa come addomesticarlo. Parrebbe chiaro che l´unica possibile poesia che Sebastiano da questo momento potrá fare é una poesia dell´Incontro col mondo. A partire dai bambini (si legga tutta la sezione `Stati). Libro come offerta: un’offerta alle piccole/bocche del mistero. Libro come fedeltá ad una parola che sappia cogliere la nudita´ delle cose:

A volte invoco la
liberazione da questa parola
il segno restituito
un tornare alle cose
nella loro nudità

Una poesia, per concludere, che sa di pane e divino; la poesia di un Rimbaud adulto…il negro Rimbaud …con la differenza che Aglieco non ha mai avuto il coraggio definitivo del “poeta dalle suole di vento”: la forza ultimativa e scandalosa del silenzio.

Alessandro Corradino

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2 Replies to “Alessandro Corradino su Compitu Re Vivi”

  1. Una lettura ricca e approfondita, che in quanto tale rilancia la discussione su questo libro. Per esempio sulla questione del silenzio e del coraggio. E della parola da cui liberarsi per entrare nelle cose, per tornare nella loro nudità. Che è come dire ancora interrogarsi sul compito dei vivi. Che non è mai dato una volta per tutte, che non è mai svolto per sempre. Il compito è sempre dentro l’istante, avendo probabilmente come orizzonte l’eterno. Il compito, la sfida è vivere.

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  2. consideri che il sacro é ormai considerato un feticcio, qualcosa da cui liberarsi quanto prima.ci si trova di fronte, cosí, molta poesia(?) come gestazione della realtá, sia visivamente sia linguisticamente.che cosa sia poi questa realtá i poeti non osano dirlo o lo dicono attraverso un linguaggio inservibile.e pochi sono,invece, i poeti che il rischio se lo prendono tutto, quello del dire e, soprattutto, quello del fare.e, naturalmente, fuori dai palazzi.

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