Il nuovo libro di Piero Marelli

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 Sabato 28 novembre ore 21
presso la Biblioteca di Verano Brianza
anteprima del nuovo libro di Piero Marelli
APOCALIPSIS CUM FIGURIS
di prossima pubblicazione presso La Vita Felice

presenta Corrado Bagnoli

***

Cosa ne sappiamo/ dell’incauto trascinante torrente/ che concede a tutti/ le stesse possibilità, lasciando/ qualche isola di ghiaia/ per le nostre impronte: in questi versi è forse rintracciabile la domanda che presiede alla stesura di questo lungo poema di Piero Marelli. La voce poetica, infatti, nasce come risposta ad un appello, ad una chiamata, in questo caso a un’interrogazione che la storia continuamente pone sul suo stesso significato e sul significato di chi la abita. Ma nei versi citati non compare il punto di domanda, sembra invece affermata l’incapacità per ciascuno di noi di trovare il senso di questo torrente impetuoso che trascina tutto con sé, che non risparmia nulla. E allora, quasi contraddicendo questa certezza dell’incerto senso dell’incauta storia, il poeta affronta la sfida di tornare a leggere il secolo assente, il secolo breve dell’ideologia e dei totalitarismi, il secolo in cui alla disfatta dell’uomo hanno contribuito, con non poche responsabilità, anche l’arte e il discorso poetico.

Marelli affronta questa rilettura della storia su diversi livelli, utilizzando proprio l’arte e la poesia come luogo privilegiato, come un luogo dentro il quale il discorso sulla memoria e sul senso del tempo trovano una sorta di accoglienza particolare; come un posto, insomma, in cui tutte le domande e tutti gli errori trovano una casa che ce li rende familiari e comprensibili. E in particolare, sceglie di guardare quel secolo dentro l’urlo di grandezza e di dolore che Picasso innalza nella sua opera forse più conosciuta, Guernica.

Questo viaggio apocalittico si snoda in quattro parti: nella prima il poeta fa i conti con l’idea simbolista della città, l’idea che fu di Baudelaire e che però si prolunga fino quasi a tutto il Novecento, l’idea di una città angosciante e alienante in cui il volto dell’uomo è perduto per sempre e può solo essere ritrovato in esperienze straordinarie. Il poeta, che sul tema aveva già svolto una riuscita incursione nel poemetto Rapsodia per le ragazze di Tallin, sembra qui rinvenire una responsabilità precisa dell’arte in generale e della poesia in particolare, incapace di fare i conti con la realtà, in fuga verso paradisi artificiali o, per quanto riguarda in particolare il linguaggio poetico, chiuso in una sorta di torre d’avorio a rispecchiarsi dentro i suoi esercizi grammaticali, lontano dal senso delle cose, dalla cronaca quotidiana o locale, per dirla con il titolo di questa sezione. Dentro questa distanza – è ancora Marelli a suggerirlo autoironicamente in un passaggio di questa sezione – oggi il poeta deve assumersi il compito di costruire un controcanto, di rileggere la storia pronunciando in solitudine un giudizio non moralistico, ma morale, con scritture appena visibili che chiudano la porta alle metafore: il destino di questo viaggio è quello di scrivere una controstoria, una restituzione che non sia una scrittura sulla sabbia, un altro inganno come quelli a cui la storia ci ha abituati.

Nella seconda parte questo compito viene realizzato con una riflessione su Guernica per la quale Marelli si avvale di tre esemplari maestri: di Georg Heym, con cui ripercorre l’urlo tipicamente espressionista presente nell’opera di Picasso; di Guillaume Apollinaire, con il quale legge l’aspetto cubista del quadro; di Federico Garcia Lorca, grazie al quale recupera l’aura surrealista che pervade il dipinto. Qui la sfida diventa assolutamente ambiziosa: il linguaggio poetico si lancia in una sorta di imitazione del linguaggio figurativo, la costruzione del verso riproduce ora la tragicità del tratto, ora la sua durezza, ora invece il suo slancio immaginario, lasciando il lettore sorpreso e talvolta sospeso. L’affabulazione di Marelli, in questa parte in modo particolare, sembra lasciarsi andare a una sorta di autocompiacimento, a un rispecchiamento narcisistico denso di figure e immagini che talvolta danno l’impressione di un discorso che si incarta su stesso, prigioniero della sua stessa ricchezza e complessità. In realtà è ben chiaro che si tratta di una scelta precisa: siamo in presenza di un procedere mimetico che nasce dal desiderio di essere fedeli al dato che si descrive, pur non riproducendolo didascalicamente, perché pagina e tela/ sono una forma impura/ della realtà, ma possono essere quello/ che non si può dire con altre fedi.

Questa immersione nell’opera di Picasso consente al poeta di elaborare un’ampia riflessione che costituisce la terza parte del poema, dal titolo quanto mai rivelatore di A grandezza naturale. E’ qui che Marelli esplicita l’origine del suo discorso: la poesia è necessaria per trattenere l’odore obliquo delle cose che stanno per sparire, nella consapevolezza però che ogni pagina aggiunta non toglie l’assenza, la perdita; la poesia dà un nome alle cose, ribellandosi all’ordine costituito delle parole della Storia con la esse maiuscola, celebra la perdita come molto più vasta del posto in cui si sta: sono la perdita e la distanza che ora si trovano a essere nominate con la maiuscola, come se la vocazione del poeta fosse quella di trovare il punto di origine e il punto di tenuta dell’esistenza tutta. Di quale perdita e di quale distanza parla il poeta? La pretesa di dire l’esatta composizione della memoria arriva a dire che anche la poesia non sa molto del venire meno del pesco e delle sue foglie, arriva però fino ad essere consapevole del fatto che tutto il poema altro non è che la perpetua scansione di un’assenza, di qualcosa che non ci è stato ancora restituito.

Da che cosa siamo distanti? Che cosa manca, di che cosa è orfano il mondo? Forse del colore, termine con cui si chiude l’ultima parte del testo, Figure per il secolo presente? Che cos’è questa assenza del colore che manca anche in Guernica e che può diventare la metafora esplicativa del poema? L’arte, nella sua massima espressione, è in grado di denunciare la follia di un secolo votato alla distruzione dell’uomo, ma non ha saputo individuare la ragione di questa deriva; individuazione che poi rappresenta anche l’ unica possibilità per indicare una via d’uscita che non sia quella di rifugiarsi nei paradisi artificiali simbolisti, nell’espressionistica stigmatizzazione della crisi, o ancora nel sarcasmo distaccato di un surrealismo presto sconfitto proprio dalla realtà, ben più tenace e cruda.

L’assenza di cui parla Marelli è un dato ontologico o esistenziale? Il termine della storia è il luogo in cui l’uomo prende coscienza di essere definitivamente solo? A me pare che il viaggio apocalittico di Marelli non si chiuda con la visione di un’ assenza definitiva, semmai invece indichi la nostalgia e la necessità di un luogo in cui, ben al di là della parola e della poesia, l’obliquo odore delle cose non sparirà mai: il viaggio qui, non è che un ritorno a un abbraccio più grande che restituisca senso e direzione ad ogni andare. E la cui assenza, decretata troppo trionfalmente dalla Storia con la esse maiuscola e da una poesia che si è ritenuta bastevole a se stessa, costituisce la ragione del dolore dell’uomo che non è, innanzitutto, il dolore per la morte, ma per l’opacità, l’insensatezza della vita intera. Il controcanto marelliano non si risolve però in una condanna complessiva della Storia e della poesia, piuttosto ci invita a rileggerle con una nuova attenzione al legame che si stabilisce tra l’uomo e la realtà attraverso l’intermediazione di un Padre: la poesia vera è quella che riconosce le cose nella loro origine; la poesia è quella che riconosce il proprio compito come custodia e offerta e sa, come Ungaretti già sapeva, che l’inferno s’apre sulla terra/ su misura di quanto/ l’uomo si sottrae, folle,/ alla purezza della Tua ( di Cristo, ndr ) passione. Già alcuni anni fa, nel poema su Tallin che abbiamo ricordato, Marelli riconosceva nelle città, nella concretezza fulminea delle cose di cui sono fatte, la metafora di un luogo in cui la bellezza si mostra come il volto definitivo dell’essere; la metafora di un tempo che è l’istante dispiegato di quell’apparire. La poesia di Marelli è una poesia insieme ambiziosa e umile proprio in questo suo estremo tentativo di essere storia dell’essere presente dentro la realtà; in questa sua offerta di disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che c’è dentro e fuori di noi; in questo suo tornare a fare i conti con il destino individuale e collettivo; nella consapevolezza che dentro la parola ci si gioca la vita e anche l’anima.

Corrado Bagnoli

 

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