Antonio Devicienti su un libro di Dorinda Di Prossimo

Dorinda Di Prossimo, QUADERNO MILLIMETRATO, incerti editori

dorinda

 

Sono convinto che quando esce il nuovo libro di un autore occorra continuare a riflettere anche sui suoi precedenti e cercare di contrastare la tendenza al “mordi e fuggi” che caratterizza il web, per cui succede che una pubblicazione fresca di stampa venga recensita nello stesso mese in più siti e poi scompaia all’attenzione dei lettori (nonché dei critici); di Dorinda Di Prossimo, della quale Edizioni Forme Libere ha da poco pubblicato La notte la casa l’assenza, vorrei riattraversare allora Quaderno millimetrato (Incerti editori, Catania, 2012) che aveva a suo tempo suscitato molti consensi. Ci si potrebbe per esempio chiedere che cosa colpisca ancora in questo libro e la risposta potrebbe essere che sono lo stile e la costruzione dei testi a testimoniare di un’artista di particolare bravura e valore. Infatti, al di là del fatto che il “quaderno” sia anche un percorso autobiografico attraverso l’infanzia e l’adolescenza per arrivare alla maturità, proprio la padronanza dello stile e le scelte lessicali sanno gettare su tali temi una luce nuova e assai originale.

Nel primo testo che propongo all’attenzione la punteggiatura conferisce ai versi un ritmo peculiare, per cui nel leggere si faccia attenzione alla diversa durata della pausa che esige il punto fermo rispetto alla virgola o al punto e virgola e alle variazioni di tono quando si leggono le parentesi, si consideri anche la posizione del punto fermo stesso, spesso collocato all’interno del verso e il ricorrere degli enjambement: si tratta infatti di un linguaggio e di una struttura espressiva costruiti in funzione antiprosastica, ma non lirica, innervati da un ritmo sapiente, totalmente sottratto alla sciatteria o approssimazione espressiva, votato anzi alla ricerca e all’attuazione di un modo di porgere la parola e l’immagine che risulti efficace e non scontato.

M’aggiusto coserelle senza ambiguità,
al mattino. Due righe di luce rubate ai vetri,
quattro versi di pensieri (un viaggio, la cura
d’una fuga), la polpa del caffè. Mi faccio chiara,
senza il lusso della speranzella. Pitagorica,
direi. Una moltiplicazione di molliche di buona
educazione (parlati piano, Dorì, lavati gli occhi
di ieri, metti la linda parananza). Rinvio
il sommario del freddo, la tenacia d’una felicità.
Alla poetica sgrammaticatura, m’affido,
alla colletta della nicotina; bionda, sulla ritmica
unghia, andantina (pag. 13).

La voce che dice “io” in questo libro usa la parola e il verso per stabilire una lucida distanza rispetto alla materia incandescente e magmatica che consiste nell’empito di quello stesso “io” ad una naturalità e ad una libertà spesso conculcate e che rischierebbero di trasformarsi in repressione e in nevrosi, se non fosse che, appunto, la parola poetica riesce ad avere funzione non di medicina né di consolazione, ma di lucida presa di coscienza e conquista di una libertà forse inaspettata, però adulta e definitiva.

E sempre il punto fermo, segnacolo di forti pause dentro il verso che non risulta però spezzato, ma cadenzato altrimenti che d’abitudine, celebra una sorta di proprio convincente trionfo nel testo seguente:

Scrivo come tu sai. Portandomi a destra sinistra
del foglio, nella posizione intera della notte.
Indisturbata. Un poco a pungolare per fame.
Solo quell’appena di dispensa sguarnita
che esiste. Sta. Anche in una casa così bella.
Laterale al sole. Con le lettere in fila.
Per fatalità. Appunto da destra al bordo.
Finanche alle righe rimosse. Indestinate.
In tutto buio scrivo. Ti riporto al bianco rumore.
Una gran botta di suono. Rimedio qualche
chiazza di capelli. Stanno qui. Dentro il giornale
quotidiano. Cosa a veder cosa. In tranquilla
lontananza. Certo credo di sapere.
Non delle tue corse. Ma del tuo intorno,
delle affezioni. Zampette in punta. Io zoppico,
compiuta. Convinta che lucidar ringhiere sia
la destra del tuo occhio. La zolla grassa
per fermarsi. Anche così. I libri aprendo.
Le stoviglie in soffitta. Per farci spazio.
Per. Appuntamenti. Quasi per sempre.
Che poi il pavimento si chiude da sé (pag. 15).

Non so se dietro una così studiata ed efficace punteggiatura ci sia il magistero di Cristina Annino (mi sembra infatti di risentire certe cadenze e sprezzature dell’autrice aretina); sono certo, viceversa, del fatto che il punto fermo sia anche segno di una sorta di scomposizione e ricomposizione del testo o un tentativo di mostrarne la struttura sottesa: Di Prossimo avrebbe anche potuto orchestrare la composizione su cui ci soffermiamo organizzandola in versi brevi e brevissimi, in minimi segmenti di senso e di suono e invece ha costruito versi all’interno dei quali si trovano talvolta due punti fermi, in tre casi addirittura tre; questo significa che il singolo verso accoglie al proprio interno due o tre unità di senso (che possono essere anche una sola preposizione o un solo sostantivo), le ospita sia ben distinte e riconoscibili che ben accostate e inscindibili; facendo saltare la tradizionale tendenza alla coincidenza tra verso e unità di senso (ma già l’enjambement agli albori della tradizione lirica occidentale veniva incontro all’esigenza di superare l’orizzonte del singolo verso in favore dell'”inarcamento” che permette di congiungere due versi e proprio l’enjambement è portato all’estremo delle sue possibilità espressive quando la poetessa termina un verso con un articolo determinativo che sembra protendersi verso il sostantivo con cui inizia il verso successivo o con una congiunzione, addirittura, a volte, disgiuntiva) Dorinda Di Prossimo adotta uno strumento ritmico duttile all’esigenza di dire un universo interiore e memoriale nello stesso tempo franto, ritornante per bagliori e accensioni di senso, ma anche unitario, appartenendo esso alla memoria della medesima persona ed esprimendosi attraverso una corporalità che in questo libro non indulge alla moda attualmente in voga, perché tale corporalità viene sottratta all’ovvietà e alla banalità proprio dalle scelte linguistico-ritmiche della poetessa e dall’originalità concettuale (si rifletta nel testo seguente in particolare sugli ultimi versi e in quello successivo sugli ultimi otto, oltre che sulla preponderanza delle figure femminili all’interno dell’intera silloge, sulla loro sapienza nel governare le cose della vita, facendo di ogni atto, di ogni parola, di ogni oggetto e del corpo stesso un momento di sacralità, laica, ma comunque capace di fissare e attribuire valore a quegli stessi atti, parole, oggetti, corpi che altrimenti rischierebbero di svanire nell’immemorialità e nell’indifferenza).

Restasse così il giorno. Due macchine quasi
per scherzo, tra un lampione e l’altro. La paura
di niente. Poiché niente accade. L’immobilità
delle rose tramortite in testa, potature
che giovano per allungare il cielo. Lo desidero
d’assempre il cielo. Me lo gioco come un buon
affare. Assi nella manica perdendo. L’asse.
Restasse così. Balcone senza inquilini
i pomeriggi di nicotina la fretta delle lucertole
nel calendario d’erba estiva. Parlano gli anni,
accasati, amorevolmente moribondi. Metto
fra un po’ trucco di gioielli, il brillante di mammà.
L’orlo fino al ginocchio. D’una seta speciale.
Che struscia, fra le cosce, tintinna, io so bene,
silenziosa (pag. 19).
Vennero alla spicciolata le zie, tutte sorelle
tra loro. A turno fecero le notti, un poco
guardando dalla finestra, un poco richiamando
Sant’Antonio ai suoi doveri. Giaculatorie
spalmate sulla sedia. A volte, zia Elodia
s’assopiva, zia Concettina chiedeva
all’infermiera quando lo strazio sarebbe finito.
Carolina, maggiore d’anni e di sorrisi, in testa
contava le torte da ricamare, le federe,
i lenzuolini. E, credo, nel giardino dell’ospedale,
un vento di marzo facesse il suo bel rumore
tra i buchi dei portoni, tra i fiori prestigiati
al sole. Mia madre intanto cercava di partorire.
Una colica renale ficcava dolore. L’utero
distraeva dal farsi carrettino. Nemmeno un
cencio di testolina ancora voleva uscire. Eh sì.
Credo che tre giorni così avrebbero ucciso
anche un mulo. Da sbiancare le sedie, da farsi
il segno della rassegnazione. La levatrice
ogni tanto nitriva. Il dottore nelle viscere frugava.
Mamma diceva che costa cara la resurrezione (pag. 21).

Un quaderno millimetrato può servire sia per conteggiare bene le scansioni sillabiche di un testo e determinare con precisione le diverse posizioni della punteggiatura, che per misurare la portata di ricordi e fatti che hanno deciso il presente:

Non si dorme la domenica, su su, andate
in cucina. Anna vi prepara l’uovo sbattuto –
E si lasciava il piccolo tepore delle lenzuola,
tripli calzettoni per correre in corridoio. Anna tata
faceva montare i tuorli come nuvole di spuma.
E ci guardava, noi tre. La testa ancora penzolava, i
piedi che dalla sedia non toccavano
il pavimento. In realtà, io m’accorciavo ancor
più dei miei fratelli. Stavo con le ginocchia
appiccicate alla pancia. Le braccia a tenaglia
sulle gambe. Era l’odore che mi soffiava
il corpo, lì dalle brachette di tela.
Era quell’intruglio d’asprezza che amavo
trattenere nelle narici. Poi. Lo zabaione, il latte
con gocce di caffè, il pane della sera prima,
scioglievano il freddo. E da lì, da quelle tazze
lasciate nel lavandino, si poteva rincorrere
il gatto, scomparire in soffitta. Non rispondevo mai
quando mi chiamavano per far le pulizie. – Io
sì, i miei fratelli no? – E facevo pose davanti
a un vecchio specchio con macchie nere (pag. 35).

È un mondo di oggetti quotidiani e concretissimi, come dicevo poco prima la corporalità accompagna la storia di quest’infanzia e adolescenza, ma non secondo gli stilemi attualmente in voga (esibizionismo, visceralità teatrale, per dirne un paio), bensì persuasivamente tramite un rigore di stile che non conosce sbavature; nel caso presente oltre che la punteggiatura, l’uso coerente e naturale dell’imperfetto e le scelte lessicali precise conferiscono al racconto il suo alto valore psicologico e letterario, dal momento che il libro di Dorinda Di Prossimo non è un documento autobiografico, ma, appunto, un’opera d’arte concepita e realizzata con ferrea consapevolezza e rigore di stile dal quale moltissimi di noi dovrebbero imparare. Il Quaderno millimetrato dimostra infatti come si possa usare del materiale autobiografico per superare il recinto dell’io e il solipsistico autorispecchiamento.
E, ad esempio, nel testo che segue la sessualità viene detta con l’eleganza dell’allusione, con la coscienza della sua urgenza, con l’eco perdurante del piacere che ne deriva:

La vestagliona di mamma sulle spalle ché il
freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo
delle minute libertà. La domenica mattina
significava trovare la casa fuori dalla finestra.
Sì, anche se c’era la neve che poi diventava un
tappeto di spilli. Le lenzuola, i cuscini, le
coperte penzolavano contro il muro. E quelli dei
vicini. E quelli di tutto il paese. Erano
domeniche in cui il freddo entrava di diritto,
disinfettava. Ci pensavano poi le stufe, i camini
a far virtù di fiato. A sciogliere il blu delle
gambe. Io scendevo all’ora di pranzo. Col muso
da «svergognata», ancora sporco, i tripli
calzettoni impolverati. Il mocciolo impertinente.
E l’odore sapore del gioco al piano di sopra.
Solitario. Colpevole. Una ciliegina per il mio
confessore (pag. 37).

Ineluttabile appare allora la presenza dei genitori e il dialogo con loro, sia della madre più volte nominata in diverse liriche (si leggano, a mo’ d’esempio, i versi di pagina 41: Ti dico madre che nell’infermità del ricordo, / a volte, perdo il debito dei tuoi occhi. Mi fido / della brusca prontezza dei miei) che, qui, del padre, quasi a fare da contrappunto ad una figlia “dispara” e sorge il sospetto che la stessa scrittura sia e voglia essere “dispara”, cioè non conformista e in perenne processo d’interrogazione nei confronti della propria famiglia, degli altri e della realtà:

Ti è toccata a destino, padre, una figlia dispara
d’occhi, nel fuori quadro, pungolante
e disarmonica. T’è toccato vederla senza
preghiera invecchiare. Si potrebbe intitolare
«Figlia con padre, o l’ora che torna preziosa»
nel quadro che si muove dalla cucina
al corridoio. La figlia che frutta non si fa
sbucciare, il padre che taglia il pane, dice –
Fiori ho comprato per la tomba – invisibile
invenzione d’un sospiro. Oggi sono un’ora
ferma, materia fredda per serpenti. Càpito a
sproposito, infestiva, nel calendario dei rossi
giorni. Eppure. La parola eppure mi sembra
un’àncora per mozzi in risalita. Solo che non so
se fuori dell’acqua trovo una profondità che mi
risucchia. Coltiva «erba» una mia amica. E mi fa
pensare ad una panchina. Dopo spettacolo. Il
mio sedere incollato al freddo, gli applausi
imbarazzanti. Uno spinello che passeggiava tra
le dita e le labbra stanche. Mi chiedevo se il tal
uomo m’amasse. E sentivo i sandali stretti (pag. 47).

Interessante in questo libro è il leitmotiv della nicotina e del fumo che a me sembra strettamente legato alla scrittura, ché l’atto di fumare, il piacere connessovi, i segni che la nicotina lascia sulle dita, le volute e i cangiamenti di colore del fumo, il tempo (assaporato, ma rimpianto già mentre si esaurisce) in cui si consuma una sigaretta, gli oggetti anche eleganti del fumare (il pacchetto, l’accendino) hanno moltissimo in comune con lo scrivere, pensando al fatto che lo scrivere, in termini metaforici, lascia segni sulle dita di chi scrive, è un atto che sa dare un enorme piacere e un senso estremo di libertà, ma sa indurre anche dipendenza innescandosi come una sorta di tabagismo, generando talvolta sensi di colpa, spesso svolgendosi in uno spazio privato o appartato; Dorinda non è “fumatrice” distratta, anzi, possiede consapevolezza di ogni secondo dedicato alla “sigaretta”:

In scena, invece, non fumavo. Tanto era facile
dare di verso altrui un gesto rallentato. Mentre
scrivo ho, accanto alla tastiera, gli orecchini
d’osso, rossi. C’è una curva di foglia argentata.
Il pacchetto delle sigarette. Un accendino come
l’occhio azzurro che si sfascia lontano.
«Lo spleen de Paris» che Baudelaire mi tocca, direi
con quotidiana gioia d’un messale. E. dita.
Le mie. Piccolo armistizio d’un congedo (pag. 49).

Esco. Dopo questa sigaretta che mi cessa
in gola. A far pezzi di passi. Dal vicolo che porta
alla casa gialla. All’infrangibile aria delle finestre
incartate. Verso il mare. Vado. A far notturna
la sera. A suonarmi le dita nelle tasche. Aiuta
gli occhi una felicità inaddormentabile. Che nei
capelli sta. Come i primi viaggi alleggeriti. A far
spese di gocce per le labbra. Ribes sapore. O
sole speso a grani. Anche s’è buio. E virgola
un treno ripetuto. Da nord a qui. Per tratti.
Esclamativi (pag. 53).

Ma il linguaggio può rendersi ascoltabile e significante soltanto in rapporto al silenzio e il silenzio contiene in sé la parola, la vita, ma anche la morte, quest’ultima presenza appunto silenziosa lungo tutto il quaderno, necessario polo dialettico del vivere e del dire:

Schiudiamo il silenzio. Quel piccolo bilico
che lava i rumori. Apriamolo, riapriamolo.
Col pollice e l’indice, le vene rivolte al cielo,
le ciglia sul mento. Sì. Riconvertiamoci all’insù
della pausa, spuntiamo i rulli o il rullio.
Stacchiamo tutte le vocali, così ingombranti
con quella gola che sciabola le soglie.
Accantucciamoci dentro una balena, solo
le orecchie dritte, come fanno i cani, dilatiamoci
muti. Somministriamoci una pelle che traccia
solo il segno del pensiero, riempiamo le
distanze tra il mignolo e il purissimo odore di ciò
che accade. Eccoli, i picciòli delle foglie, i cerchi
del polline e del fiore, il passo del verso del
dolore, le gioie a soqquadro tra i ventricoli e
l’ombelico. Sillabiamo nei follicoli i ricordi,
dentro le unghie; ritroviamoci nelle viscere. Il
silenzio è rispetto, il vin santo dell’esclamazione.
Specchiamoci dentro di esso, senza timore.
Così, quando arrivano i figli del dolore, dentro le
bare, dentro le fusa della falsa guerra, stolto
sentiamo l’applauso, quel batter di mani stonato.
La morte è morte, uno spiazzo di sale, cenere
sui capelli disossati. Portiamole rispetto. Ché i
nomi diventano lievi, le madri, ghiaia d’agonia (pagg. 55 e 57)

Così termina il Quaderno millimetrato, con i versi seguenti:

(…)
Qui c’è solo
un’architettura d’echi. Un imbarazzato orecchio
che si consegna alle mani. Poi, nel poi, le
benedizioni. Il piccolo inchino. Ai giorni
congiunti. Ai sì dei no. Alla cortese attenzione.
Al post scriptum. Forse a inverno. Una sera (pag. 59).

C’è senza dubbio una grazia non comune in questo modo di congedarsi e c’è eleganza nel costruire l’intero libro che non elude il confronto con l’esistere e con il mondo, ma lo cerca al fine di verbalizzarlo, facendolo con le virtù di uno stile, non mi stancherò mai, ammirato, di ribadirlo, non artificioso né impostato, ma sempre connaturato al contenuto, necessitato da una matura coscienza poetante, frutto di un gusto esigente, probabilmente di un labor limae impietoso, certamente nato all’incrocio tra un’etica del vivere (esistere è fatto che esige serietà e consapevolezza, assunzione di responsabilità e cultura) e un’etica dello scrivere (dominio sulla forma, ricerca della forma, rifiuto delle soluzioni facili e banali, accattivanti e vezzose, autodisciplina e, di nuovo, cultura).
Segnalo infine lo splendido scritto (Fisicità dei millimetri) che chiude il libro e che è dovuto alla penna di Alida Airaghi.

Antonio Devicienti

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