Domenico Lombardini: io è un altro

Domenico Lombardini L’ABITANTE, Italic 2015

NZO

L’abitante siamo noi e la casa è la nostra condizione umana. Si può partire semplicemente da qui. Però non basta, perché questa dichiarazione presupporrebbe una resa, un lasciar/si andare.
In effetti il tema della resa affiora nel libro come arma di interruzione del dolore, della ripetitio. Ma anche del comment c’est.

Ego sum qui sum
p. 80

Dello stupore:

noi luce
dentro la luce.
p. 81

Questo della resa, però, non è un tema che risolva le domande che il libro si pone, perché il testo di inizio nella sezione L’impostore, così recita:

la tendenziosità
dei sensi non la coerenza.
p.22

come può un sistema complesso capire se stesso?
p. 23

Da cui ne deriva la massima incoerenza di ogni discorso e la massima relatività di ogni conoscenza, visto che questa si radica nella soggettività delle percezioni / sensazioni.
Il retroterra culturale del libro, non è, dunque, per niente distaccato e freddo; anzi, in esso attecchisce ossesivamente la domanda che non ha risposta e il dolore che la corteggia come gli dei in forma di mosche intorno al sacrificio offerto dagli uomini dopo il diluvio universale.
A volte, a causa di questo dolore, di questa sconoscenza, la parola sbocca in un’invettiva contro la carne e il mondo:

fare, perché è un bel fare, mettere su,
facciamoci mattoni, facciamoci,
facciamoci un nome, chi, cosa, mattoni,
noi, chi, io, ich, chi? ding, mattoni, oggetti i soggetti,
i soggetti gli oggetti, introito calorico,
defecazioni alla veloce perché
la produzione non sopporta defezioni,
minzioni nei calzoni veloci, accoppiamenti e nascite
veloci, esposti, gettati a terra, nella
cecità di oggetti, sì, dei soggetti

p. 14

La poesia è anche pensiero, certo, non è contemplazione statica. E’ uno sguardo un po’ più distaccato che vede le cose in dialogo e le s/muove. In questo senso la poesia non è dolore irredento, ma dolore/movimento.

Il dolore è l’ospite,
punge,
pretende ascolto
non medicazione.

prendersi cura
dell’ospite,
sentirne il fiato,
l’impossibile alienazione.

con una maieutica
tesa, concentrata,
sgravare al mondo
una particella gratuita.

perché la colpa
non è nella natura,
ma nell’inerzia a non cambiare,
unico peccato in questa vita.
p. 52

Tutto il libro, allora, pretende da se stesso una qualche azione, come una mano che scombini l’acqua calma.
E’, in fondo, l’azione della parola che non può permettersi di contemplare il foglio, né di introiettarlo in una visione totalizzante delle cose.

un padre è tale solo in sua assenza
e l’attesa è degna del figlio.
abituarci alla naturalezza
di rarefarci in un mezzo proprio;
affine con affine, diluirci nell’essenza
sempre permanente,
chiamati a lei e alla sua pace,
irresistibilmente.
p. 87

La parola è anche padre che esige il distacco dalla contemplazione, un tempo segreto in cui le parole abbiano l’occasione di rinascere, di ammonirci o di consolarci.

Sebastiano Aglieco

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