Annamaria Ferramosca: Link

ciclica

Annamaria Ferramosca, CICLICA, La Vita Felice 2014

La prima sezione del libro si apre in aperta polemica con la modernità. Un aspetto in particolare della modernità, la comunicazione: “l’urto mi chiedi l’urto ma / sei virtuale   un’ipotesi una / finestra sul vuoto   poi non so / quanto davvero vuoi / farti plurale”. Il termine comunicazione viene da communio, parola particolarmente ambigua per i nostri tempi in quanto una volta designava un campo semantico ristretto, un’intimità intorno a un tavolo da cucina piuttosto che in una mensa aziendale mentre oggi noi  utilizziamo la comunicazione in un contesto di massa, con effetti di ambiguità rilevanti.

Link è altro termine assai in voga che rimanda a contesti plurali ma che in realtà giunge, mi sembra, dalla constatazione di una complessità neuronale – i link sono in effetti, le sinapsi, cioè esperienze stratificate anche nel tempo – . Link è voce che Annamaria  Ferramosca adopera in questa prima sezione del libro e che, dunque, sottintende una varietà di situazioni, un continuo rimando ad altro, col rischio di perdere il nocciolo di una questione culturale molto più semplice e antica.

Nel guazzabuglio della modernità, Annamaria Ferramosca apparecchia la sua giusta polemica contro l’apparenza, la parola virtuale e pianificata, superficiale, rivendicando la superiorità ma anche il rischio della poesia: “inutile dire chi scrive vede di più / ha solo più dubbi”.

La natura preme nello sfondo di città, grida perfino a “chi osa rubare ancora / cuore alle mie rocce vene ai miei fiumi / sangue ancora ai miei figli”.

C’è un contrasto, dunque, tra il naturale, definendo provvisoriamente il naturale come l’archetipo dell’esperienza biologica,  e la superficie virtuale, persino di una nostra doppia immagine, avatar, capace di specchiare un vuoto, o di rimandarci a una malinconia del perduto che così spesso emerge in questi versi in forma di resoconto filosofico o morale: “un destino severo abbiamo / che ci muovemuore  ma / più atroce sarebbe dilatare / il deserto sconnesso dell’errore / non vedere / l’isola disperata che siamo / questo buio che assedia”.

Questo, però, è solo l’inizio, e il libro sarebbe rimasto minore se si fosse arroccato solo al tema dell’ipocrisia del moderno che, in fondo, tutti condividiamo. Esso, invece, procede nella descrizione di un naturale legato all’esperienza profonda dell’essere, dello spirito, dell’anima. Già la seconda sezione, che ha un titolo bellissimo, bellissimo soprattutto perché ha un suono (e ne ignoro il significato,) “angelezze”  – l’autrice dichiara essere voci dalla natura capaci di indicare un possibile ritorno ad un equilibrio interrotto – si apre con “gli alberi hanno strani sistemi di inscenare la vita / prima di descrivere la morte / s’innalzano / con quei nomi di messaggeri / le vie tracciate sulle nervature / lo sgolare dei frutti / sii migliore del tuo tempo dicono”.

Subito dopo l’indicazione di un percorso a ritroso, memoriale, Itaca;  – tema devo dire assai comune ai poeti esiliati di un sud per niente pacificato – sensoriale dopo: i ginepri che si lasciano spogliare, appena sfiorati; la cartapesta ricavata dalla polpa dell’albero che attraversa le dita come fango. E poi, ancora più indietro: la maternità, i figli, la crescita e l’adolescenza, temi elaborati in quattro testi assemblati di seguito, non in modo casuale: nascita, adozione, l’immagine di un’adolescente e infine di una ragazza che sceglie la vita errabonda come progetto.

Come si vede, dunque, il libro si apre alla (percezione della nostra) dismisura, osservando “un pettirosso” (che) becchetta sul / bianco   il petto il rosso / il tempo fermo” e “noi    dietro i vetri / impietriti dalla dismisura “. Il progetto, allora, non può essere che l’umano, l’esperienza primitiva dell’umano, quella che si ripete come un mantra impattando con le cose, ponendo domande alle cose che sempre parlano quella lingua cui faceva riferimento Baudelaire e che è lingua, appunto, e non sistema segnico astratto, magari impronunciabile ma senza dubbio significante.

E che cosa può chiedere, allora, il poeta, al “piccolo albero di limoni sul balcone”? Come può intenderne il senso? “oggi continui a bussare / con furia di rami sui vetri / a chiedermi quale differenza tra noi / quale il senso dei muri   della fissità / della tua condanna a guardare / dal balcone sempre lo stesso tratto d’orizzonte”.

Non c’è risposta. Ecco, la poesia non pone, ai dormienti, domande ma le pone a se stessa, all’umano, perché noi siamo condannati ad accogliere in noi stessi il silenzio che ci abita e a circondarlo di qualche senso, di qualche altra domanda per noi stessi.

Così, nella sezione successiva, “Urti gentili”, il discorso si fa chiaro: “mai più riproducibile o seriale / questa lingua vorrebbe solo arti – colare / bellezza   tornare alla prima neve / all’origine sillabica del fiume / puro occhio / con la lingua vorrei solo esultare / soffrire delle cose   sulle cose far luce / anche feroce”.

Ma quale lingua? Non certo quella ipocrita, semplificata e formale che si tende a insegnare a scuola e che parliamo nei passaggi della giornata, negli uffici, nelle situazioni più istituzionalizzate. Perché quella è lingua, oserei dire, sparlata, mentre qui, subito dopo, si dice che questa lingua che non si può più parlare è quella che sapeva dire delle cose e le diceva non solo per senso ma anche per suono. “mi manca la lingua  mi manca / quella timidezza di vocali aperte / di zeta dolce nel grazie”.  Lingua del grazie, aggiungo, che sapeva ringraziare, e quindi piena della sua forma, piena di un progetto, di un abitare esattamente un luogo e un tempo.

E tuttavia Annamaria Ferramosca dichiara di amare “tutto questo calpestio di genti nella città / l’impasto lento di animelingue…/ l’inarcarsi dei ponti per/ urti gentili”. Urti gentili, allora, né prima né dopo i confini della lingua, ma dentro le sue discrepanze, le sue glorie, i suoi fallimenti.

Lingua è, dunque corpo, ha una sua biologia: testo, tessuto; conosce un suo frangersi e sfrangiarsi. Inutile dichiarare e assumere come vessillo una poetica del corpo perché la poesia è, essa stessa, corpo che si frange e che si sfrangia dentro il vissuto del poeta e del suo lettore. Si capisce che, quando facciamo poesia in un certo modo, non possiamo che parlare del nostro corpo che vive e si chiede, proprio perché sostanza della parola che lo interroga e da cui è interrogato: “corpo che pesi su di me mi de-finisci”.

È proprio il corpo contro cui si frangono gli ultimi testi della raccolta; bellissimi alcuni passaggi in cui il nostro sangue “è troppo nobile per l’uscita selvaggia dalla vena” e ”umori fertili abbiamo che premono sulla fioritura”; o l’incontro di una bambina che trascina il carrello della spesa, un carrello che evoca una barella d’ospedale prima dell’anestesia. O la riflessione ad alta voce, “è così che si muore”, osservando il trambusto intorno, nel nevischio, con immagini portate, forse, dalla bufera, “un oltre riconoscibile   gentile / terra calda dai suoni attutiti / come l’accostarsi affettuoso / di un muso d’animale”.

Non ci può essere contrasto più forte, dunque, e questa poesia lo dichiara, tra la lingua ridotta al suo involucro fragilissimo di senso, di uso quotidiano e sperperato, e lingua/mandorla, la mandorla verde che ancora non si è scrollata della sua scorza, che ancora non si è indurita chiudendosi in se stessa.

CICLICA è un libro da cogliere nei suoi squarci.

Sebastiano Aglieco

 

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