Luca Ariano: requiem per un paesaggio

Luca Ariano, ERO ALTROVE, Le Voci della Luna 2015

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Non c’è dubbio che l’opera poetica di Luca Ariano, con risultati di notevole suggestione documentabili in questo libro, si situi nel contesto di una poesia onesta di sabiana memoria, concetto riassumibile, per onestà di interpretazione, in una corrispondenza assoluta tra la parola e la cosa. Niente ambiguità formale o “polisignificanza” ricercata e meditata, niente pruriginosità dell’io ma un onestissimo e dichiarato neorealismo che finisce per corteggiare l’epos, la malinconia di un intero mondo sventrato dalle intrusioni del moderno.
Questa premessa può funzionare, appunto, per tutta la produzione in versi di Luca, e nel caso di questo libro in particolare, in quanto qui leggiamo di un’ossessione a ripetere i nomi di persone, velocemente evocati nel ritaglio di un fotogramma, come istantanee in bianco e nero di una pellicola da restaurare.
A dire di una più matura consapevolezza formale, è la struttura dell’intero libro, pensato in funzione di una voce narrante larvata, e della presenza ricorrente di due figure, Teresa e Fiulin, adulti che hanno attraversato la storia di un territorio e ne osservano i cambiamenti.

Quasi stenti a riconoscerli
ingrassati…spelacchiati…
ingrigiti, forse anche loro
ti vedonno così Fiulin;
non comprendi più il dialetto,
sei andato altrove…
ti suona un lontano ricordo.
Si sparge odore di brace,
senti uno strano sapore Teresa…
sarà solo quel cimitero
di cemento senza cipressi?
Accanto piantine di riso,
cascinali abbandonati
alla periferia del borgo…
la pianura illimitata
ti angoscia lo sguardo:
cerchi il profilo di colline,
il profondo respiro delle onde.
pag. 74

Il libro si struttura, dunque, come un affresco di città in decadenza, di volti che si stanno sfarinando, capaci ancora di evocare lacerti di parole, i vagiti di un altro mondo che rinuncia, proprio sotto ai nostri occhi, al suo essere, scarnificato al massimo, a un passo dal mito dal simbolo. Si potrebbe pensare anche a un album di dagherrotipi in cui il legno è secco, ripulito al massimo,vicino all’astrazione. Anche il poeta, una figura che appare tre volte nel libro, sembra rinunciare al suo ruolo, per scomparire come un pezzo di paesaggio, esautorato delle sue stesse parole. Ed è questo, forse, l’aspetto più malinconico e vero del libro: la considerazione della non appartenenza della poesia, il suo canto d’albatros preso in giro dai marinai, perché il mondo non le riconosce storia, forza, possibilità, etica.

Teresa e un sospiro come nelle sere
senza luna come il mare agitato
e Fiulin nell’abbraccio di un vecchio
poeta…che non ricorda più
come chi muore prima delle feste.
pag.35

Il poeta è morto   per un colpo al cuore
sulla panchina impersonale d’un aeroporto:
su un foglio appunti per una poesia,
forse persi da un medico legale in un cestino
con il primo turno delle pulizie.
pag. 33

Da una collina, accanto al cimitero,
un poeta osservava il mare…
case di pescatori e scriveva…
scriveva… scriveva.
Ora quelle case sono una selva
di paraboliche,
un xiringuito vicino a bianche mura;
chi abiterà palazzi su palazzi
sfitti in una calda estate?
Teresa e Fiulin di treno in treno
tra dimore un tempo splendenti:
ora odore di soffritto e rumore di stoviglie.
Di notte urla ubriache in bar disoccupati:
dello sguardo del poeta rimangono
solo impressioni…parole…versi.

El lent record dels dies
Que són passats per sempre.
pag. 56

(Il lento ricordo dei giorni / che sono passati per sempre, “Salvador Espriu”)

Sebastiano Aglieco

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