Riassunti: Marco Ercolani (2)

Marco Ercolani, PREFERISCO SPARIRE, Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)
Robin Edizioni 2014

preferisco sparire
Ci sono alcuni modi per restituire l’opera di un autore. Uno è la critica, nella forma in cui la pratichiamo da Baudelaire in poi nelle sue declinazioni – o decadenze – più popolari: sulle pagine dei giornali; sulle riviste specialistiche, sui blog letterari. Un altro, più antico – e forse quello che preferisco – è la glossa, l’annotazione a piè di pagina; più personale, più dipendente dalle urgenze del vero lettore – molti miei materiali sono in realtà glosse, appuntate a caldo nel corso della lettura, e questo è uno dei motivi, probabilmente, perché non ho mai aspettative né preclusioni particolari di fronte a un testo -.
C’è poi la reinvenzione, quella forma che, in “Radici delle isole” ho chiamato “prosa critica” e che ha qualche antecedente in un autore come Renato Serra. Il quale mi interessa molto, non tanto per la capacità di scavalcare la minuzia della retorica formale, ma perché è stato uno dei primi a farsi “contaminare” dal contesto, dalle urgenze dell’imponderabile che prima o poi finiscono per sporcare la nostra bella grafia.
Un’altra maniera, ed è quella praticata da Marco Ercolani, e non solo in questo libro, è il “furto” dello stile dell’autore e la sua restituzione in forma di racconto, di romanzo.
Questo libro è, a tutti gli effetti, un ibrido tra romanzo epistolare e intervista, in quanto le domande dell’interlocutore sono sottratte e noi leggiamo solamente le risposte. Una corrispondenza, dunque, che il moderno ha chiamato intervista immaginaria – un genere a parte, vedasi, assai recentemente, il piccolo libro di Paolo Lagazzi, “Mondo uovo”
Ma questo libro evoca anche alcuni scenari storici di genere: prima di tutto la passeggiata, entro la cui durata si situano i fatti. La storia, dunque, è la durata stessa dell’intervista; che poi, però, è successivamente “sbobinata”, in quanto si immagina che lo scrittore ne abbia lasciato traccia su infinitesimi foglietti di carta vergati a mano, donati all’intervistatore, il giovane psichiatra Hermann Weiss.
Come si vede, dietro al semplice narrare, possiamo avvertire alcune suggestioni letterarie di genere, persino il racconto nel racconto …
Non si tratta, quindi, di una evidente e dichiarata operazione critica sull’opera di Walser ma della sua restituzione in una forma più sofisticata, la riappropriazione di uno stile, operazione che di per sé possiede qualcosa di demoniaco – non mi interessano gli angeli ma i demoni – dichiara a un certo punto Walser, rimandandoci ad alcuni archetipi della letteratura decadente come la sottrazione della propria immagine, della propria essenza nella parola, nell’arte.
Marco Ercolani si veste dell’abito dello scrittore, giocando il teatro di una seconda rappresentazione della parola – più veritiera, più esposta e pericolosa – piuttosto che praticare il giudizio moraleggiante o l’assenza di giudizio per scelta precostituita, di maniera.
L’immagine che ricaviamo del Walser internato – sembra per scelta di autoesclusione dalla superficialità circense del mondo – è una radicalità aristocratica che consiste nel dichiarare l’esistenza di una propria personale patria, di un proprio personale esilio. Un pensiero a parte, sottratto all’utilità e al giudizio, radicalmente corrispondente alla sottrazione della persona, alla negazione dei fasti dei salotti e dei riti sociali. Un pensiero, insomma, che sembra corrispondere all’innocenza dei bambini – innocenza nel senso di radicalismo dello sguardo coincidente con una veggenza aculturale –
L’opera e la vita, dice apertamente Walser sono dipesi, appunto, da un oracolo, dalla dichiarazione a chiare lettere di un destino.
Lo sguardo, dunque, è introiettato e radicalmente espulso dal cerchio comunitario. Un bel viatico per la letteratura, come dichiara Massimo Barbaro nella prefazione. La letteratura, l’arte in genere, niente devono, a niente servono se non a proclamare il radicale splendore della loro forma. Questo non vuol dire che l’arte sia forma astratta del mondo ma rappresentazione bruciante delle sue stimmate, nello spazio a parte della pagina che si fa camera, preclusione, sguardo, nominazione.

***
Essere opaco

Una cascata di personalità. Non saperle distinguere. Un grappolo di mani. E donne ancora donne, e universi di innamorati, domestiche, briganti. Ma questo sogno non va bene. Io devo essere opaco, più opaco. Che nessuno sappia proprio più nulla di me. Voglio il fumo sul vetro, se io sono il vetro. Chi distingue me che intreccio pacchi da quel matto che raccoglie paglia? La sua maschera è la mia. Dottore, si vive sul filo. Ci associamo, dissociamo, disintrecciamo. Inevitabile. Inevitabile. Uno fra un milione sarà migliore degli altri, di questa nostra razza. Ma quello non sono io. Protesto da questo manicomio gentile. Protesto. Oscuratemi! Oscuratemi!

p. 56

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