Riassunti: Paolo Fabrizio Iacuzzi, parte seconda

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Patricidio, il libro successivo, sembra segnare, già dal testo d’esordio, l’intrusione di una Storia più grande di noi, nella nostra storia “ordinaria”; un tremore che improvvisamente si innesta nel racconto della nostra vita e chiede un senso.
Questo senso non risiede nella spiegazione soggettiva, nella mistificazione di un meccanismo di rimozione ma, al contrario, nel riconoscersi uno dei tanti soggetti del mondo portatori di dolore e, proprio per questo, fratello:

Io non so cosa cadde quel giorno dalle Torri gemelle
dentro me. Avevo appena ricevuto i risultati e quando
caddero le Torri ero già caduto nelle cartelle delle analisi.
Così seppi che c’era oltre di me un altro che cadeva

cadeva come i coriandoli di carnevale.
p. 7

Ecco, ci vuole dire Paolo Fabrizio Iacuzzi, la nostra storia abita la storia di tutti, lo stesso dolore ci affratella ai corpi visti “saltare / in aria in tivù”; a Osvaldo Soriano Regildo, che vive nel braccio della morte; perché “non esistono più gli spazi / tra gli uni e gli altri”.
Il racconto, allora, sembra appartenere più personalmente al poeta, al suo innestarsi nelle radici del mondo con la propria radice, andando a confluire, in forma di refolo, nel più grande delta di un fiume che ci trascina tutti verso la stessa conclusione.
Il poeta moltiplica i nomi, varia il proprio nome facendolo specchiare in altri, come a volersi diluire nella grande Storia, o come a voler indicare parti di sé che vivono in altri desideri di completezza o di esclusione. Siamo esseri soli, unici e plurali nello stesso tempo, sempre alla ricerca di somiglianze, di identificazioni e di nuove guerre.
Così il tema generazionale ora viene coniugato in termini di patricidio, della necessità di un assassinio che tuttavia è dentro noi stessi, il nostro desiderio di espiazione e di rinascita: “Allora / vola il padre. E noi sognarsi figli di lui padre”. Questo padre si rifrange, ritorna in altre forme; è archetipo che s’incarna mostrandoci un altro viso di sé.

Se chiama Francesco la voce è come se
chiamasse mio padre. Il telo è in alto sparato
fra i quattro pali in riva al mare. La bandiera
bianca e rossa è strappata in mezzo al temporale

che si avvicina. Il cielo è marmo verde e blu.
Ma tu mi vieni incontro e mi guardi negli occhi
e il tempo pone fra noi un numero maledetto.
Chi sei se poni ancora la mia nascita in questo

giardino del caffè che però nessun aroma
può osare uscirne fuori? Dalla moka espresso
intatta che nella luce del mattino è metallo
fuso. È mia madre che porta a mio padre

il caffè. Come in una famiglia allargata dove
siamo io e te. Ma quando la voce chiama
so che non sei mio padre. Io ti chiamerei
babbo babbo babbo in un gioco proibito.
p. 63

Questo padre è dunque un corpo che scavalca i corpi, da uccidere e da sistemare in forma di costellazione, nel cielo. È tutti i colori di tutti gli iris coltivati e poi falciati, e ogni colore rappresenta un organo del corpo. Questi iris onnipresenti che si presentano come simboli vitali, rinati tutte le volte e sopravvissuti alla memoria.

Io non posso dire quale giardino sia mio
o tuo. E in questo atlante senza nome
del giardino siamo forse già stati affidati
alle cure dei posteri. Ma io conosco il giardino
che mio padre teneva intatto con gli iris
ciascuno separato in gruppi blu e bianche
schiere. Quando levandosi uno a primavera
più giallo del sole. Nel bianco si sentiva

il fremito dell’età giovane. Ed io sire nell’oro
sfilavo fra i bianchi alfieri con gli elmetti.
Padre non estirpare da quella schiera l’iris
giallo. Non far sì che ciascuno sia tra sé

e sé intollerante. Lascia che io adorando
lo veda in uno stuolo beato fatto di brina.
Il giardino se fiorisce non ha male. Il tuo
bene fa sbocciare ora lo stelo dell’iris.
p. 65

Se, come dice Derek Jarman citato in esergo, il paradiso è “quella parte del giardino che il Padre ha dimenticato di nominare”, il rapporto con l’orto dell’infanzia, – il Piano scordato” – e cioè con questo aspetto incontaminato e virgineo di un elemento floreale che ci abita, non può che rappresentare un’ambivalenza tra essere e rappresentazione, memoria del perduto ed estinzione di una qualche colpa che silenziosamente e misteriosamente ci possiede.”Per quale amore non condiviso. Per quale / egoismo abbiamo ucciso l’amore. Per quale // non ammessa colpa ci tormenteremo tutti / questi anni. E negli anni restiamo confitti”.
Non si può evadere dal Piano se non uccidendo. “Evadere da questo / Piano senza statura. Padre e madre animati / dal figlio non hanno pensieri ma vivono / di genitura. Devozione implacata che dura”.
Eppure, in tutta questa sterminata infanzia, in tutto questo tempo di un’educazione affettiva mai conclusa, la poesia ha la forza di far emergere la figura di un bambino vestito di bianco che cavalca una bicicletta: Qui si sente che per / amore un giorno entra dentro di noi un / bambino vestito di bianco. Un po’ antico // un po’ stanco. Inforca con furia la / bicicletta fissa sul pavimento. E si dondola / come un cavallo”.
Il patricidio è un gesto che non può avere né compimento né assoluzione, “Perché / non si può sfidare la morte senza rimanerne / segnati per sempre“. Così, nell’ultimo patricidio compiuto nel libro, appaiono i poeti, i maestri; Roberto Carifi, “che vivi tra i pruni in un luogo / di pena (…), Inerme nel tuo caschetto biondo e cenere come / un paggio”; i fratelli maggiori di adozione; “Ed io elessi te Giuseppe Cesare Milo Maurizio // come le cinque dita della mia mano. Parente stretto / vostro come dentro il mio mondo di ragazzo / serpeggiava la diversità e il male. Poi mi esclusi da tutto. Persino dai miei stessi compagni. // Come fossi escluso dalla felicità”, p. 73.
Il padre è, ora, il Padre, l’emozione ” torna a farsi parola / indecifrabile. Io non so se esista il paradiso. / Ma so che esiste un luogo di pruni che il Padre / ha scordato di nominare. E in questo giardino // degli incurabili e dei trapassati già in vita / che mi piacerebbe ritrovarci”: versi tra i più alti e commoventi di questa poesia. E del nostro fragile tempo.

Sebastiano Aglieco

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