Giorgio Galli su un libro di Anna Bergna

Anna Bergna, Palafitte, Lietocolle 2011

NZO

Ponte gettato fra la lapidaria cupezza del libro d’esordio, Crocevia, e il lucreziano racconto cosmico del più recente I corpi e le cisterne, Palafitte è la seconda opera di Anna Bergna ed è quella in cui il difficile equilibrio fra il versante speculativo e quello contemplativo della visione trovano una prima sintesi originale. Ho detto “visione” pour cause, perché è una poesia molto visiva quella di Anna Bergna, qui costantemente ancorata a un luogo -al suo lago di Como, a un Nordovest che tiene ancorata alla concretezza del paesaggio ogni slancio speculativo e lirico. La poesia di Anna Bergna è una poesia di luogo, inteso come paesaggio circoscritto e idiomatico, e di spazio, inteso come micro o macrocosmo, come universo che mette continuamente in discussione i suoi punti cardinali.
Con Crocevia, irrompeva nella poesia italiana una voce sofferta, di una scarnità quasi gridata, che non si era ancora distesa del tutto, ma imponeva le sue coordinate stilistiche e tematiche con assertività perfino troppo implacabile. Anna Bergna introduceva nella lingua poetica il suo dire invigorito di voci impoetiche e lemmi scientifici, creando un “sublime umile” asservito a una sensibilità acutissima, ma che non aveva ancora dispiegato una visione del mondo completa e sfaccettata. La sua poesia cercava un assoluto fatto di esattezza, più simile possibile alla chiarezza sovrapersonale del sapere scientifico. La sua lingua sembrava dire che se si potesse scrivere senza noi stessi, se la scrittura si scrivesse da sola, sarebbe una scrittura sublime. Eppure, in concorrenza con questa lingua s’imponeva un io poetico ossessionato dall’assenza di luce. Un tono fatalistico, l’uso ostinato della gnome senza scampo cozzavano contro il chiarore astrale del linguaggio e lasciavano intravedere il tormento di una soggettività che però raramente cantava se stessa, preferendo presentarsi come axis mundi del mondo che cantava, ma che con la sua disperazione offuscava quel mondo: in altre parole, la poetessa cantava un mondo senza luce, ma era lei stessa a proiettare su quel mondo la sua assenza di luce. Il suo esordio poetico coincideva con un punto di massima crisi.
Lentamente, l’axis mundi indietreggia, cessa di fissare le sue coordinate limitandosi a farle affiorare in trasparenza, e lascia che il suo microcosmo canti attraverso di sé. E’ l’inizio di quella nuova giovinezza che ne I corpi e le cisterne si sprigiona nella pienezza di un sorriso che stempera il dilemma senza togliergli intensità. Ed è attraverso Palafitte che il ringiovanimento si compie: transito impercettibile verso una lingua e una visione più serene, risposta composita -irrisolta, e anche per questo fascinosa- alla tetragona disperazione di Crocevia, Palafitte non è però un esperimento e un’opera di transizione. Innanzitutto, perché la poesia di Anna Bergna è un continuo movimento, e il suo lato contemplativo e passivo non deve trarre in inganno: è una meditazione nell’occhio del ciclone, tutto può ancora accadere in questa versione poetica della teoria del caos. I suoi versi imperlano istanti di un pensiero -e di un sentimento- di inarrestabile motricità, e se scrive poco è perché è difficile a lei stessa stargli dietro, è difficile trovare le mot juste. In secondo luogo, Palafitte non è un’opera di transizione perché ha una forma sua propria, sia pure in fieri, una forma che si viene formando sotto i nostri occhi.
La prima parte colpisce per la sua struttura, dove brevi componimenti lirici sono accostati a riflessioni in versetti o prosa poetica, in un ordito che ricorda i Preludi e Fughe di Bach. La tessitura linguistica è leggera, la purezza degli interludi lirici -che si permette perfino qualche nota estetizzante- si incastona nella collana delle prose liriche, visioni di luogo dove il luogo conserva la sua fisionomia concreta ma si fa anche luogo dell’attesa -dell’attesa di un tu o di un altrove-, luogo della rovina, luogo di contatto con la morte. Questa duplice articolazione è la provvisoria, ma suggestiva soluzione formale che la poetessa dà al difficile equilibrio fra la sua parte lirica e quella raziocinante. Poetessa di pensiero, ella scinde poesia da pensiero per conoscerli entrambi, prima d’avventurarsi in una sintesi.
Ma questa sintesi comincia già a trapelare, ed ha i caratteri della cosmogonia di un microcosmo. Esseri umani e oggetti vengono visti col medesimo sguardo, la natura non è né nemica né amica, ma parte di una stessa vicenda:

La montagna piange tra ruderi di muro a secco sgretolati.
I suoi piedi si scaldano in nidi incandescenti,
ma gli occhi galleggiano nell’acqua di un catino.

La montagna che piange in questo frammento senza titolo non sembra antropomorfa perché la donna della poesia Orologio, poche pagine prima, sembrava minerale:

Sulla panchina dell’imbarcadero, una donna col cappello sbriciolava la mollica della sera e la tristezza piegava sulla bocca l’interminabile attesa

o forse era avanzato veloce il passo delle ore: la pausa per il tè se n’era andata, mentre lo zucchero fondeva ed i ricordi sbiancavano in una smorfia amara.

Avrei voluto dirle di alzarsi, abbandonare il Tempo e salvare i passi che l’orologio ancora non aveva imprigionato, ma inseguii il suo sguardo fino al quadrante appeso al muro e lo vidi giocare a mosca cieca con le cifre serrate in girotondo.

Le lancette inchiodavano verità da masticare a bocca chiusa,
senza rivoli di inutili chiacchiere.

In Arpa in piazza Duomo lo spazio umano si caratterizza come spazio delimitato, di contro all’ampiezza del cosmo. I varchi che si aprono in questo spazio sono destinati a richiudersi; lo stesso contrasto si ripropone fra l’essere umano, con la pochezza dei suoi atti, e l’animo umano, con la sua vastità:

Desideravo essere parte di questo giardino pensile, che a terra si allargava come al disgelo l’acqua, inzuppava le scarpe e, risalendo, spianava le grinze dei passanti.
Desideravo ampliare l’armonia con un riverbero d’anima.

Ero certa che, caduta la moneta accanto all’arpa, il giardiniere avrebbe posato su di me lo sguardo ed io sarei fiorita, ma sentii la pochezza di ciò che avevo dato, svoltai l’angolo avvilita
e la porta di Babilonia chiuse il roseto alle mie spalle.

In Morte di un pescatore fortunato il Pescatore restituisce all’universo il proprio sé e accoglie la natura circostante nelle sue ultime impressioni retiniche: rende se stesso una cosa della natura, in un panismo laico rarefatto come la lingua che lo esprime:

Nel cranio del vecchio che rema, il pensiero finale si increspa.

La barca, l’acqua, le montagne, la membrana di porta all’immenso, l’enigmatica spiaggia del vuoto: onde allargate nella cornice d’osso che trattiene al chiodo ogni colore, le nebbie, le sfumature del passato, il silenzio di un lunedì d’ottobre luminoso

e l’aria, tutta quest’aria scesa dalle Alpi, rimbalzata sulle pareti verdi e brune, schiuma di neve contro la prua lenta.

Emergono dal lago ghirlande di respiri: fragili dilatazioni siderali nella capienza stanca dei polmoni.

Tinca sorpresa dall’amo dietro l’esca,
il cuore s’acquieta tra alghe di fondale.

Nascosto dietro i toni lievi di un frammento di diario, è un pensiero quasi orientale quello di Anna Bergna. Se il pensiero occidentale procede astraendo dagli accidenti per arrivare all’Uno, il suo procede sempre dall’Uno per schiudersi al Tutto.
Ma il gioioso dissolvimento cosmico non cancella la realtà del dolore, un dolore che affiora grezzo come in una poesia di Andrić, con la differenza che in Andrić il dolore è epico e quindi slavo, in Anna Bergna, alle cui spalle non c’è l’epos balcanico ma il paesaggio del Nordovest, è universale ma microcosmico:

Ogni cosa oggi è fantasma.
Il lago è la palude Stigia alimentata dal fiume dei lamenti ed i viandanti anime dirette all’oltretomba, sotto la breve galleria in disuso.

Incerti, per queste giornate trascorse senza pane in tasca, come se altre potessero sempre venire a riscattarne lo spreco.

Come se questo stare in attesa dovesse condurre all’illuminazione e questo sfidare il ghiaccio potesse affilare acuti pensieri.

Incagliati tra punteruoli distillati dal ventre del mondo,

si cammina senza alternativa di destino.

Senza alternativa di destino: inevitabile il richiamo a Ivo Andrić. Ma sul dolore andriciano sentiamo stendersi il sorriso di Wisława Szymborska, il sorriso che lascia il dolore intatto, ma senza sprofondarci. Enorme la rete di richiami che la poesia di Anna Bergna intesse: con Olimpia di Luigia Sorrentino, ad esempio, ove il tempo si concreta in un luogo che è luogo d’attesa; o con l’immaginoso ritualismo visivo di Mutis, con cui ha in comune l’uso di un verso eccentrico e l’amore per i cataloghi di elementi della natura -elementi primitivi e meravigliosi:

Navigava il Gabbiano nei cristalli di fiato, piccolo pesce soffuso di luce interiore.

Alitavano venti iperbarici da remoti universi alveolari, l’acqua arabescava i vetri delle auto, il sangue pietrificava sottopelle, il suono strideva e la parola era zavorra al dispiegarsi di un qualsiasi volo.

Salivo passi malfermi sui cordoli ghiacciati, il faro di montagna sciabolava l’infrangibile buio e nell’orizzonte espanso, tra il piede e la corteccia, si dilatava un punto di dolore, un’occlusione forse fra i pensieri.

Coglievo disorientata il traguardo di un viaggio infinitesimale e il mondo mi appariva dietro un binocolo invertito.

E’ evidente però che, se per Mutis la meraviglia degli elementi consisteva nel loro valore magico -quindi nella possibilità di vederli attraverso il filtro di una mente ingenua– ad Anna Bergna lo spettacolo degli elementi si presenta piuttosto come al filosofo presocratico. Il suo stupore è lo stupore scientifico che s’installa in una mente consapevole, indagatrice.
Vale la pena soffermarsi anche sul timbro degli interludi lirici, che, abbiamo detto, si concedono qualche apertura estetizzante, ma in funzione di un’immagine che racchiuda l’ineluttabilità della morte e la vocazione distruttrice del cosmo:

quando sorgendo il sole
getta sul lago scaglie violette
e sulla montagna riflessi di rame,
quando tutto riluce di una carezza rosa
un cipresso decapitato
evita al mattino lezioso
sbadigli troppo accomodanti

i tigli
avevano braccia di candelabri spenti
quando la notte
giunse sull’altare del lago
e scelse
a chi spegnere la voce

Non c’è scampo: la natura distrugge, l’essere umano distrugge. Nel frammento intitolato Lungolago, un piccione che mendica fiducioso il cibo dai passanti viene investito da un’auto; in Pietra dura, il Divenire eracliteo si presenta come Morte, e la scena cui assistiamo è accelerata, ha una chiarezza abbacinante che fa pensare a un altro frammento eracliteo, quello del fuoco distruttore. Vediamo inoltre che anche qui esseri viventi e cose sono accomunati da un medesimo destino, ed anche da un medesimo rovello:

Tutto scorre, transita: onde, barconi, panfili, le nuvole dirette oltre confine, le anatre scese da Mezzola, i vecchi accovacciati sui cartoni ed i fedeli in processione al Duomo.

Tutto scorre, transita, anche lo spigolo vivo, la pietra dura, contrapposta al vento, la pietra che taglia, fende, indica, così immobile, opaca e densa,

accerchiata da un canto disperato, che la interroga nei punti di sutura.

In Lupa di San Martino (ex O.P.P.), da un paesaggio che sembra strappato a un quadro di Sironi, la disperazione degli animali aggetta più forte ancora di quella umana:

Ulula nello stantio cascami neri, aride ciocche e lendini di stelle, ortiche di parole, arrugginiti chiodi, che nella testa infilzano stagioni bipolari.
Strappa sassi di latte dai suoi seni, calcificati e ingorghi, zampe, silenzi e dolore crocifisso nel pungitopo a gocce.

Artiglia il cielo quando scende e le si incolla addosso, brandella la sera in strisce rosse quando la luna esplode nella gola. Ringhia al brillio della tagliola un’intenzione di sangue appiccicoso e sul limite del fosso vertigina la disperazione di un belato.

Il grandioso e dolorosissimo evento minerale-animale-umano che questa poesia canta arriva ad includere anche i nomi. Abbiamo già incontrato l’espressione la parola era zavorra -la parola cioè ha il suo peso, è un elemento. Come di tutti gli elementi, anche della parola Anna Bergna sottolinea la vacuità e il destino inappellabile:

carcasse di auto
si adagiano sul fondo,
alghe nude e scalze
nuotano nella corrente,
come nomi caduti dal pontile

Ma la distruzione non ha solo forma di Destino e di Caos cosmico: si presenta anche sotto forme tutt’altro che intemporali, sotto le forme -socialmente riconoscibili- della contemporaneità. E’ singolare, nei versi che seguono, come la poesia “antica” di Anna Bergna si carichi di un linguismo che dialoga con quello dell’ultimo Magrelli “civile”

E’ l’estate dei magnati russi,
un brillio da luna park spagnolo
sbava sul lago e dentro il parco.

Chiusi i portali del tempo
al sempre caro del ciliegio bianco
e del terrazzo aprico,
la nuova era viaggia sui battelli
con una banda d’imbrunire
e il rombo degli offshore irrompe
nelle sinapsi della contemplazione […]

o come il suo canto sdegnato attinga a orizzonti culturali altri dal suo -con l’esplicito richiamo a Philip Dick:

le foglie d’ulivo sul prato di polipropilene
le tartarughe del Mississipi nelle darsene
le castagne irpine sul fuoco degli Alpini
la frittura turca in piazza Casartelli
le paratie di fronte alla città
il diluvio universale
i sopravvissuti
Do Androids Dream of Electric Bleak?

E’ come se Anna Bergna saccheggiasse le biblioteche di Costantinopoli prima della Caduta. E’ questa consapevolezza della fine, questo desiderio di raccogliere, prima della catastrofe, i residui della Bellezza che accomuna la “poesia di pensiero” di Anna Bergna alla poesia magica di Mutis, che fa dialogare i loro elenchi intrisi di disperazione e di stupore.
C’è poi una sezione del libro intitolata La terra, il cielo ed il cognome, una sezione dedicata a una morte, e che ha un’immediatezza davvero da Ivo Andrić . E’ un poemetto semplicissimo, che non c’è spazio di riportare per intero e che non merita d’essere spezzettato: un poemetto ove il dolore è reso con l’oggettiva immediatezza di chi è sincero con se stesso. Ed è significativo che, in un libro caleidoscopico e metafisico come questo, Anna Bergna abbia il coraggio di dire, alfine, che tanto rigoglio di pensieri, tanta cromia di passioni, procedono dal dolore che si prova in prima persona, e lì ritorna.

Giorgio Galli

LA LANTERNA DEL PESCATORE

Un’altra recensione qui

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