GRADIVA 47

Sul numero 47 di GRADIVA, rivista internazionale di poesia italiana, segnalo, tra le altre cose:
Il bel lavoro di Carlangelo Mauro, poeta e critico finissimo, su LA RAGAZZA CARLA di Pagliarani;
Una testimonianza critica di Annalisa Macchia su Gianmario Lucini;
Un testo di Michele Brancale su Giovanna Sicari, con una piccola selezione di poesie;
La sempre piacevolissima rubrica di Luigi Fontanella, LIBRIDINE, divagazioni su libri ed eventi;
La rubrica che curo, IL BANCO CELESTE, dedicata al rapporto tra poesia e pedagogia. In questo numero:
IL MAESTRO È UNA TERRA DA ATTRAVERSARE, IN CLASSE, CON I POETI, a cura di Maurizio Casagrande, puntoacapo 2014.

Fra le recensioni segnalo quelle a mia cura:
Il bel libro postumo di Marco Amendolara, IL CORPO E L’ORTO, La Vita Felice 2014;
Il bellissimo libro di critica di Carlangelo Mauro, LIBERI DI DIRE. SAGGI SU POETI CONTEMPORANEI, Sinestesie 2013;
L’antologia della poesia di Adam Vaccaro, SEEDS, Chelsea 2014;

Inoltre le segnalazioni, sempre a mia firma, per due libri notevoli:
Wanda Marasco, LA FATICA DELLO STORMO, La Vita Felice 2014;
Paolo Pistoletti, LEGNI, Ladolfi 2014.

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IL MAESTRO È UNA TERRA DA ATTRAVERSARE, IN CLASSE, CON I POETI, a cura di Maurizio Casagrande, puntoacapo 2014.

Cè sempre una sottile relazione, non sempre dichiarata ma documentabile, che lega indissolubilmente il poeta, la sua scrittura e i maestri. Maestro è la persona che ci ha battezzato nel primo banco di scuola, ma è anche la voce che ci accompagna in un momento particolare della vita e ci suggerisce una strada. Maestro è un verso che improvvisamente ci illumina, un pensiero che si è staccato dal suo dicitore e abita il mondo; che si presenta in forma di parusia naturale o di parola e, nell’uno o nell’altro modo produce consapevolezza.
“In classe, con i poeti”, intitola il suo libro Maurizio Casagrande; quella semplice virgola intende segnalare una condizione di vicinanza con l’insegnamento e l’educazione, non necessariamente coincidente, però, con quello spazio a parte che spesso è la cattedra, metafora multiforme dell’altezza istituzionale, della separazione, o, diversamente, del luogo da cui si mette in viaggio una voce, una presenza.
Le persone che hanno lasciato traccia in questo libro, non sono necessariamente poeti, ma anche pedagogisti, operatori scolastici, studenti o ex studenti, biblisti, preti sociali, uomini e donne di teatro; essi suggeriscono con i loro interventi come la vera scuola non sia totalmente identificabile con un luogo ma con uno spazio mentale che non ha confini, sempre in frizione col proprio tempo e con la comunità.
Si potrebbe dire che, mentre in genere lo Stato, con tutte le sue leggi, i suoi modelli, i suoi regolamenti burocratici e spesso le sue imposizioni, intende la scuola come uno strumento per formare “uomini e cittadini” conformemente a un’idea antropologica di “buon vivere”, i bravi maestri, quelli veramente liberi e feriti – non ci può essere libertà senza ferita – pensano alla scuola piuttosto come a uno spazio “metafisico” più complesso, di esercizio di pensiero e di cuore, capace di far entrare le persone nel mondo con la consapevolezza che il mondo è meglio abitatarlo in uno stato di condivisione ma anche di necessaria separazione e solitudine.
Non è un caso che la scuola si sia ben guardata dall’adottare una vera strategia formativa attraverso la poesia, mentre più semplice è gestire, attraverso strumenti codificati e standardizzati, l’acquisizione dei saperi, cavillosamente e sottilmente distinti dalle cosiddette “competenze”, una delle parole più in voga e devastanti dei nostri anni.
Ma la poesia, certo, non forma competenze e forse neanche saperi. La poesia è la più pericolosa e rivoluzionaria delle lingue in quanto ci mostra, delle cose, la loro natura di splendore e di allarme, avvicinabile solo per desiderio di libertà e di abbandono verso la sostanza più intima della realtà – e mai rassicurante è l’esercizio della libertà, nè per l’individuo, nè, tantomeno, per lo Stato – .
Insegnare non è di certo quello che ci illudiamo di fermare con un voto. Un voto per dire chi sei! È vero: la vita ci sottopone a questo duro giudizio ma un maestro non può ancora.
Fare poesia a scuola, dunque, sia che la si legga, sia che la si scriva, richiede tensione e consapevolezza educativa. È la tensione verso l’esercizio del proprio libero agire sul testo, cioè sulla massima espressione formale di comunicazione e di attrito col mondo.
Gli insegnanti più a rischio, più soli, più illusi, sono proprio i maestri poeti, quelli che sanno benissimo di dover stare con un piede dentro le leggi dello Stato e con l’altro nel deserto, fuori dalle porte della città: – L’anima vera, quella che ci costruisce la vita, non è l’anima gagliarda e capricciosa, perduta dietro le “lune”, gli artifici del marketing sociale. L’anima vera è l’altra, quella affondata nel silenzio e nella sofferenza vissuta, come “ossa nel cimitero dei cristiani” – (Sergio Arneodo, p. 22).
Si legge, dunque, quasi sempre, in questi interventi, un disagio che a volte viene dalla stanchezza e dalla fatica, a volte dalla considerazione amara che la scuola dovrebbe essere un’ altra; che le leggi imposte dallo Stato, spesso con la complicità di pedagogisti che in un’aula di scuola probabilmente non ci sono mai entrati, possono diventare veri strumenti di tortura senza l’esercizio di una distanza educativa necessaria quando si avverta il rischio della ferita, se non addirittura del trauma, come si può evincere, per esempio, dalla testimonianza di insegnanti giovani: – O mi amano o mi odiano (questa seconda ipotesi è più probabile): non sono disposta a concedere tutto, ad assistere immobile alla distruzione di qualsiasi persona o atteggiamento costruttivo, ma…dove va il poeta in tutto questo? E l’incanto? -, (Silvia Bertolasi, p. 29).
È sicuramente accaduto qualcosa di grave, a scuola, a livello istituzionle, culturale e sociale. Alcuni grandi maestri poeti del passato erano anche insegnanti; i loro nomi ancora risuonano nelle coscienze non solo perchè si trattava di personalità educative di spicco, ma perchè il loro lavoro è stato ri/conosciuto, mentre, oggi, l’opera di onesti o bravi o geniali insegnanti poeti o educatori consapevoli è affossata sotto una coltre di indifferenza da parte della stessa scuola, delle istituzioni e della società. Oggi, spesso, il poeta insegnante, è uno che si deve nascondere.
Scrive Ivana Tanzi in un suo intervento: – Si resta insegnanti sempre: nel bisogno di continuare a elaborare la realtà, anche quella che a volte si vorrebbe escludere per stanchezza dal proprio orizzonte, per distillarne un senso da condividere e rielaborare con una classe immaginaria che continua a starci davanti e a fare domande -, p. 206.
Questa classe immaginaria coincide con l’idea archetipica di scuola, e cioè con un campo semantico assai ristretto ma comune, individuabile, leggendo le pagine di questo libro, al di là delle diversità di opinione e di esperienza: la scuola è una situazione, piuttosto che un luogo, una ripetizione teatralizzata necessaria alla vita e alla crescita, solo in parte coincidente con l’acquisizione di una teche, quanto, piuttosto, con una sorta di coazione che può essere intesa come il racconto della vita che ripete i suoi teatri; un misterioso rito di iniziazione.
Così scrive il poeta Sauro Albisani: – Quando esco di casa ogni mattina / lungo strade coperte dalla brina // dove l’ombrìa fa più crudo l’inverno/ penso alla scuola vedo un gioco eterno // che piango e lodo come la mia vita / e ho tanto freddo e una pena infinita // non so perché e già ora mi vedo / che spiego storia ai ragazzi e credo / che nulla glien’importi eppure li amo / se come loro fui cieco li chiamo / a voce bassa oh potessi ascoltare / io un maestro ma debbo insegnare // è tardi corro per le strade quiete / corro e penso che tutto si ripete”, p.14.
È un testo esemplare, questo, riassuntivo di quello che avviene nella testa e nel cuore di un insegnante, quella specie di malinconia che ti viene da un senso di pienezza o di vuoto, perchè una nuova classe è sempre pronta e gli esercizi del cuore e della mente si ripetono: quel senso di abbandono o di scoramento che sono necessità della vita, tremore che perdura nel ricordo eppure si cancella: un non sapere e sentire il bisogno, noi stessi, maestri, delle parole di un maestro più grande di noi.
– Un maestro è una terra da attraversare – ho scritto, e gli alunni ci attraversano strappando tutte le volte, qualcosa di necessario alla loro nascita. Ma non per noi. Non più.
Libro, questo, che può essere inteso, anche, o sopratutto, come diario sfaccettato dell’abitare la scuola, dell’esserci comunque, con tutti i propri limiti: l’entusiasmo giovanile, la malinconia del perduto, del non realizzato, l’idealismo trasformato in pacata e onesta rassegnazione; ma anche rabbia che esplode a ogni riunione, a ogni collegio dei docenti. Mai indifferenza, però, perchè, anche se non lo desideriamo e non lo abbiamo previsto, sempre restituiamo ai nostri alunni, agli altri, un’immagine di noi che non può essere quella di uomini finiti che non hanno più nulla da dire e più nulla da fare. Sempre risplende in noi l’immagine di un maestro più grande: – il Maestro già ci portava lontano; e più le materie si impigrivano, inerti, più Egli ne attraversava gli estremi, come la bellezza di un giovane intangibile, senza nome, e senza possibilità di nessuna storia in comune. Pur precipitando, si educava un’innocenza giovanile. Un originale abisso di ognuno -, (Gino Scartaghiande, p. 188).

Sebastiano Aglieco

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