Domenico Cipriano: tra vivere e sperare

Domenico Cipriano, IL CENTRO DEL MONDO, transeuropa 2014

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Leggendo questo libro, mi viene subito in mente una domanda: che cos’è il domestico?
Il domestico è l’intimità della cosa, non l’addomesticamento. Le cose intime non sono ferme, anzi, si muovono lentamente come le faglie, fino a provocare smottamenti.
Se l’addomesticamento frena, il domestico mostra le crepe che s’insinuano nell’attesa delle cose a non essere più e ne mostra il loro destino.
Se si segue il consiglio di Domenico Cipriano di accompagnare la lettura di questi suoi versi con le tracce musicali che egli suggerisce a inizio di sezione, si ha esattamente l’impressione di un lento defluire delle cose verso l’acme della fratturazione, ma senza giungervi mai. Essa è già avvenuta in un tempo antecedente – vedi i mozziconi di paesaggi naturali e antropologici dell’Irpinia – e accadrà ancora, certo:

E’ il pensiero che incurante si innesta
nel profondo dei campi divaricati
con domande consuete al passaggio
infido sul resto del paesaggio
p. 46

Questa poesia, insomma , sembra costruirsi intorno alla nominazione lenta, all’accettazione che attraversa il grigio e le penombre della sera. Non sembra esserci distinzione tra le immagini delle cose inanimate e le persone, perché si tratta della declinazione dell’apparenza stessa nelle fugaci ombre che abitano il mondo. Si leggano, per esempio, i passaggi estraniati di una città notturna; cosa può cogliere lo sguardo quando tutto si prepara a morire e poi a rinascere:

Sono cresciuto tra i suoni, di notte,
nei vagoni ampi della metropolitana
dove le luci sono la spina dorsale
del corpo rigonfio di sonno. Uno sguardo
per cercare la luna sospesa
e fuori dal crudo osso dei denti,
sui muscoli indolenti, si appoggia la città.
p. 62

I riverberi di lontananza che si possono cogliere di notte – capita a chi fa un mestiere notturno, e a me è capitato quando facevo il postino, al centro di smistamento di Linate – hanno l’effetto di congiungere la realtà di oggetti lontanissimi eppure fraterni, nella solitudine di una stessa misteriosa identità.

Domenico trova una radio per ascoltare le voci dentro
e cambia frequenza per ogni passante che incontra
gli trasmette le sue paure con gridii di presenza
negli scenari che mutano alle stazioni metropolitane.
Nessuno si ferma a guardarne il volto, ma lo ascoltano
da lontano: una stazione che trasmette da un capo
all’altro del mondo.
p. 63

Il libro, allora, prende la strada della meditazione filosofica intorno all’apparire, alla realtà come sogno, percepibile di notte, da svegli, o in certi passaggi della giornata, osservando lucidamente i fantasmi che siamo.
Ma è sintomatico il fatto che questo gesto di consapevolezza possa accadere dopo la nascita di un figlio: non nella forma di una parola meditabonda e tragica – offesa, arresa – ma di responsabilità, di abbassamento della maschera del mondo.

Moriamo pezzo dopo pezzo mutando,
crescerai e sarai altro, diversa. Ferma
l’immagine che hai già cancellato
nelle ore (non è affidabile la memoria)
così la presenza non è solo un dettaglio
per la nostra comprensione. Filo spinato
e ruggine sui punti fermi del mondo,
ma nemmeno quello spigolo d’universo
ci appartiene. Cambiano con te
le cose abbandonate.
p.25

Si potrebbe intendere il libro, come ipotesi, nella contrapposizione di due sguardi: quello della bambina appena nata, intenta a scrutare, per la prima volta, le forme che la circondano – ma in una distanza, ancora senza memoria, a difesa – e lo sguardo dell’adulto che, invece, sta al centro, ad irraggiare il proprio atto di affermazione.
Due sguardi, dunque, per corrispondenza, per scoprire il già perduto e per conquistare ciò che un giorno andrà perso.

Sebastiano Aglieco

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