Marina Agostinacchio: Sono andati?

Marina Agostinacchio, TRA PONTE E SELCIATO, ventisei temi per mia madre, Centro internazionale della grafica di Venezia, 2014

I poeti danno le loro prove migliori quando si mettono vicinissimi alle cose e ne vengono investiti nell’ora della forma.
La vicinanza costringe a fare i conti con la maschera, che è la forma per eccellenza, in tutte le sue varianti, quella sociale in primis.
Cosa succede se togliamo la maschera? Assistiamo alla morte di qualcuno, forse persino di noi stessi. Oppure: se muore qualcuno, o noi stessi, improvvisamente ci troviamo denudati, traditi dai nostri stessi trucchi.
Sta di fatto che molti poeti hanno dato le loro prove migliori quando si sono trovati a parlare della scomparsa di qualcuno che ci è vicinissimo – molti libri di questi ultimi anni sono da annoverare nel territorio distruttivo, eppure fertilissimo, di questa perdita -.
Cosa succede, in questi libri, alla parola? Succede che non può più tornare indietro, che è costretta ad attraversare tutte le categorie e a farsene attraversare. Non le interessano più gli infiniti altarini delle polemiche, delle scuole, delle sporche contorsioni spacciate per impegno; è costretta in uno spazio limitato pericolosissimo dentro al quale deve trovare un modo di stare, di sopravvivere a se stessa, pena il soffocamento. É nuda perché è fuori dal tempo – questo vuol dire sparire, morire: uscire dal tempo -. Perché la parola non è più sociale, non è più nostra, non è più. Io guardo il viso della parola e vedo che essa mi sta guardando dallo spazio scostato di Silvia, dalle lapidi greche del quinto secolo. La parola è diventata “poca”, il poco cibo che ci serve per sopravvivere, per non cadere totalmente nell’assenza. É lì, come un povero, come un altare delle offerte, come un richiamo al primo suono dell’universo.

***

Ritrovo il tema della perdita in queste belle poesie di Marina Agostinacchio in cui, a un certo punto, troviamo la citazione di un tema musicale:

Ultimo giorno

Sono andati? Fingevo di dormire
perché volli con te sola restare.
Ho tante cose che ti voglio dire,

o una sola, ma grande come il mare,
come il mare profonda ed infinita…
Sei il mio amore e tutta la mia vita!

Sole Io te Il tuo fragile canto.
È mattino inoltrato, gira il mondo.
Il tuo bel canto, specchio di una scena,
lieve sussurro, lieve smarrimento…

Si tratta della scena che precede la morte di Mimì, nella Bohème pucciniana, e commuove pensare come la perdita, qui, sia osservata attraverso un rimando, un affratellamento di corpi visti nel tramite, cioè in quella soglia in cui, forse, essi vedono ancora un poco la vita, mentre le ombre avanzano. E siccome non possediamo tutti la prontezza di indossare un paio di occhiali per vederci meglio, gli occhi sono solo quelli di chi è in grado di registrare la cronaca.
La melodia fragile e gentile di questi versi, ben indossa la fragilità del corpo – si può essere crudelissimi nella descrizione abbassando al massimo il volume, utilizzando l’ago più sottile -.
Qui l’ago sottile è rappresentato dalla flebo, a dirci di questo tentativo inutile che fanno i mortali di inoculare la vita, proprio come la cuffietta rosa di Mimì, le medicine, lo scaldamani che i suoi amici si offrono a comprarle vendendo qualcosa dei loro poveri averi: il virus benefico e struggente del poco di vita che rimane, finché il corpo non diventi ancora tramite in altra forma – cordone ombelicale, sangue trasmigrato – dice Marina Agostinacchio.
Cosa resta, dopo? L’ironia crudele della vita che chiede parole – Io parlo – a rinverdire i fasti dei colori, perché ciò che è colorato, racchiude in sé il mortifero che ci abita e quando i fiori sbocciano, ci dicono che già si stanno preparando a morire.

Sebastiano Aglieco

***

Piccola, esile, le ossa e quel costato…
Le vene stanche, un trivellare acuto.
Costole trasparenze, aria. Sorriso
che spalanca se m’invade spavento.

La flebo…ogni vaso serra il passaggio
al farmaco. Tentare, ritentare
martirio, prolungato male. Notte
che sa…e l’alba gira in serrande chiuse.

*

Di vena in vena, giugulare o piede,
corpo esplorato, campo di battaglia.
Lancia e arciere, la corsa è per amore.
Ultimo giorno, ma prima già muore.

*

Parlare dopo, cilindro di un mago.
Carte, conigli, infinità di doni.
Chiuderti mai!, dico: ” Aspettate, corvi!”
Il sole è alto, la terra è suono. Io parlo.

*
Ti sei stesa su me, seno con seno.
Volto comprime il volto. Rosso e nero
Capello, capello, strettoia, grido.
Piano vita, il nido. Ti ho liberata

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