Christian Tito su ERA MIO PADRE, di Franz Krauspenhaar, Fazi 2008

product” Andare nelle librerie spesso mi deprime…Dopo tre mesi , un libro nella maggior parte dei casi è un cadavere cartaceo decomposto, un’idea morta anche come oggetto. Che tristezza. Penso a tutta la fatica che c’è voluta per scriverli, molti di quei libri. Sono vita, sono sangue, sono lacrime, sono il pieno che riempie i vuoti di tante vite. Invece ora sono buttati sui banconi del pesce , marciscono in fretta, morti, e ci lasciano per il cimitero del macero, verso l’oblio della carta straccia”.
“Era mio padre” di Franz Krauspenhaar è un libro uscito nell’Aprile 2008 per Fazi. Nonostante ( anzi: forse proprio per) il condivisibile e per me condivisissimo sentimento di cui parla l’autore nell’andare per librerie, mi trovo ad ordinarlo, acquistarlo e leggerlo esattamente 7 anni dopo: Aprile 2015. Per la precisione lo divoro in una lettura continua che dura tutto il tempo dedicabile a questa amata attività negli ultimi quattro giorni del mese. Una lettura ricca di sorpresa, piacere e gioia proprio perchè è un libro di “vita, sangue e lacrime” e, come tale, è capace di riempire, se non il vuoto , almeno la continua ricerca di pieno che è la mia vita, tra le tante , anche grazie ai libri, piuttosto fortunata.
Sono numerosissimi gli elementi che mi fanno apprezzare questo romanzo autobiografico, in primo luogo ( e da qui il titolo del libro) la rievocazione della figura paterna, rievocazione che è, al contempo, dolce , ma, per necessità di figlio che deve separare realmente il suo cammino da quello paterno, anche spietata. L’ assenza-presenza di Karl Krauspenhaar, padre di Franz, dopo la sua morte, è una presenza-assenza con cui l’autore sembra fare definitivamente i conti per dirne l’amore, ma anche il suo rovescio; per uccidere, lui stesso, l’idolo che è capace di schiacciare ogni figlio se il figlio non riesce ad estirpare da quell’idolo unicamente l’ uomo; se non è capace di rendersi conto di aver seppellito, nient’altro che un essere umano, unico modo per riconoscersi anch’egli, il figlio, mortale e padrone della sua vita. Tutto l’amore e la venerazione di Franz verso la figura di Karl ( che comunque è indubbiamente persona eccezionale) lo si sente dal modo con cui è capace di portarci in trincea assieme al padre. Durante la seconda guerra mondiale infatti, Karl, tedesco nato in Italia, è stato combattente della Wehrmacht.
E’ evidente quanto l’autore abbia assorbito con l’attenzione capace solo a un figlio poeta, i racconti di quella guerra atrocemente simili a quelli di ogni vera guerra, perchè, nella narrazione-rievocazione di Franz sembra molte volte di essere realmente in prima linea col padre che rischia la vita tra i corpi smembrati dalla follia degli uomini contro gli uomini, spesso i più deboli, mandati dai potenti ( così invisi sia al padre Karl che al figlio Franz) a massacrarsi per ragioni che a volte sfuggono anche agli stessi combattenti.
Ma i motivi della mia ammirazione non si esauriscono qui, Franz Krauspenhaar attraverso questo libro mette in continuazione in discussione se stesso confessando i propri limiti, le proprie debolezze e i tantissimi errori commessi, reinventandosi continuamente per trovare ed affermare la sua vera identità di poeta e scrittore, ma soprattutto di uomo che, proprio riconoscendo e partendo da quei limiti, aspira ad essere migliore di come, per timidezza, difesa o paura ha mostrato di essere soprattutto in gioventù.
Si passa dunque ritmicamente dai vari fronti di guerra vissuti dal padre alla vita in Milano del milanese Franz, capacissimo di dipingere con lucida verità in mezzo alla sue febbri visionarie il ritratto dalle mille sfaccettature di una città simile a lui stesso: che sa essere generosa e ospitale quanto cinica e fredda in base agli occhi che adoperiamo per guardarla. E poi c’è il male oscuro, altro spettro di famiglia, che attanaglia l’autore a varie riprese nella sua biografia e che lo tiene spesso lungamente costretto nella sua tana-bunker dell’appartamento in cui continua a vivere con la sua anziana ed acciaccata madre . Quel male avrà un peso decisivo nella prematura morte di un’altra figura fondamentale nella vita di Franz, quella del fratello Stefano e , forse, anche se non con certezza, nella dipartita dello stesso padre.
Insomma un libro vero, coraggiosissimo nella sua spudorata sincerità, un libro che mi fa pensare a tutta la forza che c’è voluta per scriverlo, un libro che è” vita, sangue e lacrime” e che si distanzia anni luce dalla narrativa di evasione che, come dice l’autore, fa pensare al pesce sui bancali del mercato, pesce destinato a marcire se non immediatamente venduto e consumato ( ma che noi immaginiamo marcire anche qualora venduto e consumato fosse) finendo con l’estendere il suo fetore e a seppellire anche ciò che, come questo libro, non meriterebbe tale sorte.
” Noi siamo in qualche modo insostituibili, pezzi unici senza garanzia, possiamo sparire dal catalogo e solo pochi altri pezzi unici disposti vicino a noi se ne accorgerebbero, sentirebbero accanto a loro uno spazio vuoto, un’orma che si è staccata dal suolo ed è volata probabilmente in cielo”.
Sono stato vicino a Franz, un giorno, per un breve incontro davanti a un caffè alla Feltrinelli di Piazza Piemonte . Sono rimasto colpito dalla vivacità dei suoi occhi, dalla generosa goliardia con cui vuole rallegrarti per allontanare quel fondo di tristezza che sa essere di molti. Mi è sembrato un uomo molto dolce; un uomo che, in fondo, desidera solo trovare un po’ di pace ed amicizia per bilanciare la sua tormentata inquietudine. Indubbiamente un “pezzo unico” come, inevitabilmente, questo libro molto bello che ci ha donato e di cui personalmente lo ringrazio.

Christian Tito

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