Adriana Gloria Marigo su un libro di Gianfranco Isetta

Passaggi curvi – Poesie non euclidee di Gianfranco Isetta puntoacapo Editrice
La poesia della “res cogitans”

isetta

Gianfranco Isetta è poeta alessandrino nel senso che vive nella terra che dalle correntie del Po slarga verso le maree del Ligure, intagliata da fiumi noti sia per caratteri idrografici, sia per connotati storici a partire dalla toponomastica, in questo caso dalla idronimia: una rete idrica che traccia sulla geomorfologia incisioni che come un liquido alfabeto comunica il visibile, insinua l’invisibile, così che gli insediamenti umani percepiscano fin da subito di trovarsi entro un territorio che si manifesta con naturali demarcazioni, mentre un movimento fluido percorre la terra, la modifica, a volte stravolge.

Dunque, se la terra è certezza solida, misurabile, spazialità che si fa raggiungere dal tempo per potersi dare in un ordine logico, percorribile a piedi in un contatto pochissimo mediato, l’acqua è la sensazione della fuggevolezza, dell’essere trasportati verso un più vasto imminente ambiente liquido, della necessità di avere con sé il mezzo funzionale all’elemento acquoreo. Queste connotazioni terra-acqua, questa staticità-dinamicità, questa apparente opposizione, la funzione tempo, sono indispensabili riferimenti nella relazione dell’uomo con l’intorno, alla strutturazione di una radicalità che può, per le variabili indipendenti del corso della vita, essere minacciata e riconsiderata.

Sappiamo che l’antropologia ci consente la comprensione del rapporto tra uomo e ambiente senza giustificarne i modi; possiamo anche mettere in conto che la cultura di una popolazione sia piuttosto o molto congiunta alla sua appartenenza geografica, alle relazioni di vicinato con altre popolazioni, con gli scambi commerciali e con le prossimità o divergenze psicologiche che creano, per percorsi immaginali, sensibilità e mondi culturali differenti; possiamo anche parlare di antropologia poetica per il fatto che l’uso sensibile della parola all’interno delle dinamiche influenzanti il rapporto uomo-ambiente costituisce scrittura particolare per chi – più di altri – è attento alle linee del tempo, dello spazio terrestre e celeste, percepisce che “Allora tutto si presenta da sé,/ consistente nella sua provvida/assenza di definizioni,…” pagg. 33-34

Secondo questa lettura, la raccolta Passaggi curvi – Poesie non euclidee, viene a testimoniarci e riconfermarci il forte legame che Gianfranco Isetta ha con la natura dei luoghi e con la natura della personale visione del macro e del micro cosmo: dell’appartenenza intensamente vissuta aveva già dato esempio nel 2011 nella prova di Indizi… forse, quasi preludio a questo libro che innerva la “res cogitans” come esplicito diaframma alla “res extensa” per cui il poeta può consegnarci un ulteriore senso del mondo: nulla vi è di semplificabile, di completamente leggibile entro i confini perché – a partire dalla sfericità terrestre – sulla superficie fisica e metafisica, sul piano simbolico e su quello immaginale la misura è visionaria e non sottoposta alle dimostrazioni, poiché se il tempo è convenzione, lo spazio si presenta modulabile dalla tecnologia, dall’imprevisto ritardo o anticipo, dalla stessa sensazione del divenire e la psiche coinvolta nello spazio-tempo si muove per libertà inestensione e consapevolezza. Il filosofo Des Cartes ci soccorre a tal proposito dichiarando che linguaggio e pensiero sono fenomeni per cui non è possibile offrire un modello meccanico e pertanto queste due facoltà esistono al di fuori della res extensa e rientrano a pieno diritto nella res cogitans. Così afferma anche Isetta con i modi del poeta testimoniando la sorellanza della poesia con la filosofia e cercando il luogo dell’incontro che, come un pentagramma, accoglie il segno e il suo simbolo e, come tale, rimanda a un piano oltre il visibile contenente un di più di senso:

In poesia c’è il verso.
Elemento primario
che non ha direzione.

In geometria c’è il punto.
Elemento primario
che cerca posizione.

In poesia, la geometria
s’incontra con il verso
trovando posizione
per il punto indicante
la giusta direzione…

Il poeta procede per sezioni – la necessità della struttura entro la quale far emergere il vibrato della poesia resta importante, ma è più un convocare gli elementi costitutivi e distintivi dai quali far affiorare solo le significanze inerenti la parte di cosmo preso in considerazione – : Universi e geometrie, Del tempo, Il caso, Il senso, Dell’amore pure nella loro individuazione costituiscono una complementarietà così da inverare quella prima poesia – quasi un esergo – che possiamo accogliere come dichiarazione di poetica.

Universi e geometrie ci riguardano inevitabilmente; conformano e marchiano a fuoco il nostro attraversare spazio e tempo, ma ci propongono l’interrogativo dubitoso, chiedono che si dia conto e risposta anche non definitiva, ma che sia risposta inerente al turbamento della domanda.

VI pag. 20
Chiuso in un cerchio il tempo,
lo spazio che s’incurva
s’inchina al suo potere
nel punto singolare.

S’agita ora nel chiuso
un’altra geometria
vibra, nascosta attende
sugli ultimi bagliori
il soffio di un solenne
pensiero che la viva

E qui, in questo “Chiuso in un cerchio…” Gianfranco Isetta fa intuire che l’angolo retto è un’invenzione necessaria, un accorgimento per reciproche comprensioni, ma la sostanza del tutto si certifica in quel ripetere “chiuso”, in quello “spazio che s’incurva” “s’inchina…”, dove l’interruzione o il cambiamento di direzione è apparenza, perché la verità si manifesta invece come la continuità che rilancia se stessa, in un imperituro che possa confutare il principio di non contraddizione.

XI pag.25
Lo spazio “che si pensa”
è idea rarefatta
che sceglie la parola
per esserci e e per dirsi
Il cervello s’illude
va cercata altrove
la macchina del tempo
che ci confonde e angoscia

Ma è lo spazio-tempo
che segna l’esistenza.
Quel coltiovare il dubbio
che mi accompagna sempre.

Tenuti fermi i fondamentali euclidei per la comprensione reciproca, il poeta prospetta il profilo di un universo in cui l’uomo può dire con Blaise Pascal

“Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quello che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare.” (cfr. Pensieri, 194 B).

e con proprie parole e reminiscenze della migliore lirica italiana, nella sezione Del tempo

VII pag.40
Ho gli occhi al cielo
sdraiato su quel masso
pensando a chissà cosa.

Un colloquio di fiori
mi distrae lo sguardo
e io taccio in silenzio
forse è primavera.

Il poeta materializza nei versi controllati di bulino la sensazione di “vaghezza”, la fascinazione del “non certo” non tanto come dichiarazione di pessimismo, quanto di qualcosa che attende di essere valicata per immettere in un oltre ulteriore e in questo oltrepassare la soglia usa termini correlati alla luce, al colore, al suono : “… Sono l’azzurro e il verde/ a farla da padroni.” pag. 45; “E’ la luce dell’aria/a stagliarsi sui corpi/ che l’estate tramuta/ in sospese ombre, incerte.” pag.46; “S’alzava allora un vento/ leggero e poderoso/e tutto rinasceva.” pag.50.
Ma nell’ordine Del tempo ci sono anche città, musica, aspettative prima di accedere a quello Del caso proprio perché è nel quotidiano farsi che può intervenire il Logos ordinatore, che Isetta immette nella poesia riportata lasciando intendere che tutto avviene “per necessità”, come in tempi moderni sosterrà l’astronomo Pierre Simon Laplace.

II pag.62
Vagando senza scopo
nel campo della notte
ci siamo avventurati
in mare non aperto.

Tra le onde luminose
dettavano il percorso
solchi girovaganti,
forse erano acque sacre

decise a consolarci.

Né mancano riferimenti alla fisica quantistica, a certi contributi di Giuliana Conforto laddove riferisce che l’universo è un ologramma, come ogni pianeta, la Luna compresa: “E se per caso/La luna si sciogliesse/Per dirci che non c’è…” pag.69

Certo occorre rintracciare scavare consegnare senso per perseguire una vita degna del nome, per lasciare qualche traccia ricordabile, riferibile al pensiero del cuore, al tema dell’amore, se non altro al sentimento che non viene mai lasciato in balia di se stesso ma si accompagna, e forse apparenta, alla ragione come in un andare a braccetto per riconoscersi di più e meglio rafforzarsi e dirigersi.
Il poeta di Alessandria conclude l’opera non euclidea di organizzare in poesia tutta la sfericità del suo pensiero razionale e immaginale nelle sezioni Il senso e Dell’amore offrendo l’assertività, lo scolpito equilibrio, la tensione a compiere, nei versi:

I pag. 81
Non lasciano le impronte
i passi sulle foglie
come il soffio del vento

Ma sono qui a parlarne
con molta tenerezza
pensando al mio destino

e il mito rintracciabile, l’archetipo che discende dalla sede eternale del tempo di Persefone e il melograno: omaggio al manifestarsi epifanico del fermminile che rende attoniti, colti da intenso stupore.

VIII pag.128
Il melograno

E’ un melograno ardito
a illuminarti il viso
porgendo a un sacro sole
i suoi vermigli ardori

Ed io che resto incerto
nascosto da uno sguardo
veleggio casto intorno
al tuo chiaro giaciglio.

Adriana Gloria Marigo

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