Luigi Cannone: giungere alla poesia semplice

Luigi CANNONE, La resa, puntoacapo 2014

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Sappiamo come Rilke nella nona Elegia Duinese abbia risolto poeticamente lo  scandalo dell’Essere giungendo a una sostanziale accettazione delle espressioni  della vita: «Vedi, io vivo. Di che? Né infanzia né futuro / vengono meno… Innumerevole  esistenza / mi si sprigiona nel cuore»; la verità non è mai semplice, se  non nella sua espressione riassuntiva – non risolutiva – che in sé raccoglie tutti i  passaggi e  faticosamente li assolve.

Luigi Cannone, in questo libro, cita ad esergo  proprio Rilke, dimostrando che, prima di giungere alla sua poesia “semplice”, egli  ha coltivato un percorso di esperienze silenziose, di attenzione e meditazione –  non dichiarazioni – intorno al gesto nudo della parola.

E sono parole, a me sembra,  assai vicine al pragmatismo di certa mistica orientale, capace di coniugare  riflessione e distacco con la necessità di accogliere le infinite forme della vita; come,  per esempio, certo buddismo zen trasforma la meditazione in gesto – e il  gesto si fa, esso stesso, meditazione.

La poesia di Luigi Cannone sembra dunque interessata a proporsi come una  forma di preghiera, non inno di ringraziamento per il miracolo dell’accadere ma  resa totale al mistero che si squaderna davanti a noi con tutto il suo carico di gioia  e di dolore.

Ecco allora ridotto il carico delle parole, delle macro situazioni della  vita; le distanze si accorciano e il viaggio è praticabile dietro le porte della casa,  nel cortile, a giocare con i figli, nella gita fuori porta a vedere il fiume, i monti.  Ogni mistero è vicino a noi: aspettando a una stazione, osservando il movimento  delle nuvole, nello sfacelo della foglia caduta, nell’attesa della pioggia, nella percezione  delle micropulsazioni che ci attraversano nei corsi e ricorsi della nostra vita.

Questa poesia, allora, non può che essere poesia dell’io, e qui mi preme ribadire  una netta distinzione con l’entità che all’io si affratella, e cioè il suo volto nevrotico  avviluppato su se stesso: l’ego. L’io appartiene alla specie, alla razza degli uomini,  può coincidere con un noi e parlare a nome di tutti, mentre l’ego è il volto  nefasto del Narciso che annega nella sua stessa acqua amniotica. L’io è, diversamente,  il mondo stesso che prende coscienza di sé, di sé negli altri che, attraverso  uno specchio, appunto, lo riconoscono.

La poesia di Luigi Cannone, nella forma  di un casto e sincero lirismo, mette in atto un riconoscimento, non negli accadimenti  del diario domestico ma nel grande libro del mondo dove tutte le storie  delle creature possono incontrarsi e comprendersi. È proprio questo movimento  verso gli altri la causa dell’accadere. Non è nostalgia delle cose perdute, male del  ritorno alla casa, nostos, perché la nostra casa è questo abitare il tempo, nella misura  che ora ci è concessa.

È proprio questa forza disperata a resistere, ad arrendersi  che smuove la parola, la stacca da noi stessi e l’avvicina alle cose mute che per questo dono, improvvisamente ci parlano.

Sebastiano Aglieco

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3 Replies to “Luigi Cannone: giungere alla poesia semplice”

  1. La poesia di Cannone afferma il primato del dato esperienziale, tutto ciò che accade intorno all’uomo in polvere e parole segnala la realtà come luogo di evidenza della verità: è nell’esperienza che trova la sua forma la verità, è in questa incarnazione che la poesia trova il suo metodo e la sua sostanza. Tornare nel rumore e sapersi eterni: l’unica condizione di una metafisica è la materia.
    Anticipo così alcune riflessioni che ho svolto su alcuni testi inediti di Luigi Cannone, ma che descrivono anche questo suo libro così casto e potente, come dice Sebastiano.

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