Marco Scalabrino su un libro di Alfio Patti

Alfio Patti, ARSA D’AMURI,  Omaggio a Graziosa Casella, Bonanno Editore 2013

di Marco Scalabrino

PATTI - Casella - copertina

Perché hai acceso i riflettori su di me? Vai in giro, chiedi, vuoi sapere.

Dalla lettera immaginaria indirizzata da Graziosa Casella ad Alfio Patti, scritta da Gabriella Rossitto e amabilmente pubblicata dall’autore a corredo di questo saggio, cogliamo lo spunto per instradare le nostre brevi riflessioni.

“Mi regalarono, una domenica mattina di circa quindici anni fa, un quadernetto dal titolo Il poeta dimenticato, in cui erano riportate le poesie (poche in verità) di quattro poeti. In quell’opuscolo, curato dal Circolo Arte e Folklore di Sicilia di Catania, – rammenta Alfio Patti – lessi nove sonetti d’amore di Graziosa Casella che mi colpirono. Qualche anno dopo musicai il sonetto n°2, che titolai S’avissi diciott’anni. Lo studio della poesia siciliana – prosegue – mi ha spinto a creare una serie di conferenze a tema su poeti siciliani e nella conferenza dal tema L’attesa, tenutasi al Circolo Paternò – Tedeschi di Catania nel 2012, inserii, oltre alla D’Amico e alla Aiello, la Casella, tutte e tre di Catania.”

Se lo stesso Patti non venisse sua sponte in nostro soccorso, la domanda che verrebbe spontaneo porgli sarebbe: “Fra i numerosissimi autori nei quali ti sei imbattuto lungo il tuo ormai trentennale percorso artistico, come mai questo specifico interesse, questa predilezione riguardo ad una artista pressoché sconosciuta, scomparsa da oltre cinquant’anni, per giunta convintamente ortodossa, se non nel sentire, di certo nella scelta della forma della scrittura?”

Sono stato spinto “da una forza che vuole a tutti i costi raggiungere la verità”; sono stato “chiamato dallo stesso personaggio”, ci confida Alfio Patti.

Sono stato “chiamato dal personaggio”! Stenteremmo a crederci se non conoscessimo da lunga pezza Alfio Patti, se non avessimo contezza del suo genuino trasporto verso la letteratura e gli autori dialettali siciliani, se non avessimo coscienza dello spessore delle sue opere, sia nella veste di poeta e narratore che in quella di ricercatore (preziosa, in questo senso, la monografia Canzuneri ppi Rusidda di Giuseppe Nicolosi Scandurra, del 2006). Ma, vagliati quei precedenti, l’odierna vocazione non ci sorprende.

A che pro? È la questione immediatamente successiva; ma ci arriveremo fra un attimo.

“Dopo la conferenza e dopo avere musicato la poesia, – seguita Patti – pensai di portare in scena una piece omaggio alla poetessa catanese, uno spettacolo da lei inspirato e a lei dedicato che intitolai Arsura d’amuri, uno spettacolo in cui venisse rappresentato l’amore passionale, quello che arde, che consuma.” Tramite esso, una metafora del bisogno d’amore di cui la nostra società, seppur tecnologicamente evoluta, necessita, “ho tentato di risarcire la poetessa (tento di farlo ancora con questo lavoro) facendola conoscere ai più. Dopo lo spettacolo, che andò in scena al Centro ZO di Catania il 20 Maggio 2012, iniziai una lunga ricerca per trovare i testi della Casella.”

Graziosa Casella fece della sua vita un tutt’uno d’amore e di poesia: “fu la poesia che le fece superare le disavventure che la vita le pose innanzi; fu la poesia che la portò sotto i riflettori della ribalta per raccogliere gratificazioni e successi ma anche denigrazioni e calunnie.”

“Poetessa della passione amorosa, valeva per lei l’equazione donna = poeta, ritenne sempre la poesia vita, strumento atto ad aprire perfino gli antri più bui della sua intimità, e se ne nutrì fino alla morte. Ancorché nel 1946 i rinnovatori della poesia dialettale siciliana come Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina e Pietro Tamburello fondarono il Gruppo Alessio Di Giovanni, lei rimase sulla zattera dei poeti tradizionalisti, rimase ancorata alla poesia tradizionale.”

 

Non forma oggetto di questo essenziale studio scandagliare le traversie personali, esplorare le esecuzioni formali, riferire circa gli esiti della poesia di Graziosa Casella (Alfio Patti, del resto, vi si sofferma a sufficienza) e su essi perciò non ci dilungheremo, eccetto, beninteso, che per quegli stralci che dovessero risultare funzionali alla stesura di questa nota. D’altra parte, con la meticolosità dell’erudito, quanto a certe soluzioni ortografiche, Alfio Patti rileva che: “nelle poesie di Graziosa Casella si trovano degli errori e degli orrori ortografici e grammaticali. Ho lasciato le poesie così come le ho trovate sul Lei è lariu; stavo per convertirle in un dialetto più corretto e più contemporaneo e non l’ho fatto, per rispetto filologico e storico ma anche per far notare come allora vi fossero ancora problemi irrisolti”.

 

“Perché si faccia luce e anche giustizia”, è la replica alla questione appena posta.

Il compito, la mission anzi, che Alfio Patti sembra essersi prefisso, dunque, non è tanto e solo quello di palesarne la statura di poeta la quale, si evince dalle testimonianze e dai trentaquattro testi riprodotti nel volume in argomento, è ben apprezzabile.

La perentoria affermazione alla pagina 41, “perché si faccia luce e giustizia”, ci provoca una sorta di inquietudine e ci induce ad approfondire la conoscenza di una figura della quale, ammettiamo, ci era giunta unicamente l’eco e della quale solo adesso, grazie alla esegesi di Alfio Patti, sappiamo.

Risulta indifferibile a questo punto, estrapolandole dall’elaborato di Alfio Patti, ripercorrere le tappe fondamentali dell’esistenza di Graziosa Casella.

Graziosa Casella nacque a Catania il 20 novembre 1906. Negli anni Trenta, notoriamente, la politica del regime fascista non fu favorevole all’emancipazione femminile. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, scrollatasi l’Italia il regime di dosso, Graziosa Casella fu l’unica poetessa a prendere parte attivamente e con successo alla vita culturale catanese, oltre ad essere l’unica capace di scrivere con maestria in dialetto. Cominciò a collaborare con il Lei è lariu dal 1945, ne divenne poi aiuto-redattore, non smettendo più di pubblicarvi se non tre mesi prima della morte. Nel 1946 sposò l’insegnante Rodolfo Puglisi.

Intensamente presente in attività culturali fra il 1945 e il 1959, molto stimata in quel mondo poetico e letterario del secondo dopoguerra al quale partecipò con grande passione e osmosi, la Nostra teneva testa ai più famosi poeti dell’epoca, tutti uomini, con i quali instaurò una ultradecennale “relazione” fatta di botte e risposte. Intelligente, attenta, garbata, conoscitrice di quel mondo maschilista nel quale una donna sola, anche se stimata e rispettata, doveva “saper vivere”, non si montò mai la testa e rispose con sopportazione ai detrattori e con sapienza alle lusinghe.

Secondo testimoni dell’epoca, consegnò due sue raccolte: Ciuri di spina e Autunnu e primavera, a poeti di Catania perché le pubblicassero. Prima che la morte il 14 dicembre 1959 la cogliesse, ritirò però Ciuri di spina e, dalla sua scomparsa, del manoscritto non si hanno più notizie. Dell’altra raccolta, Autunnu e primavera, sono invece rimaste alcune poesie pubblicate nel fascicoletto, a cura del circolo etneo Arte e Folklore di Sicilia del quale si è detto. Si tratta di nove sonetti che parlano di un amore intenso ma impossibile, per via del divario di età fra i due amanti, lui più giovane di lei.

“Se nella vita era stata osteggiata e vilipesa per via del suo modo di vivere e delle sue scelte, – riprende Alfio Patti – nel mondo letterario si era guadagnata il rispetto e la considerazione di tantissimi poeti e di uomini importanti. Ciò nondimeno, le antologie degli anni successivi furono redatte da coloro che erano giovani e modernisti, da coloro che si opposero alla vecchia poesia siciliana e formarono gruppi e giornali per rinnovarla, per cui ho motivo di credere che la Casella sia stata omessa perché superata, perché appunto della vecchia generazione. Non compare difatti in nessuna delle antologie pubblicate dopo la seconda guerra mondiale e nemmeno in quelle precedenti, tranne che per un accenno di Salvatore Camilleri nell’Antologia del sonetto siciliano del 1948; non viene citata né nelle raccolte al femminile né fra le circa duecento poetesse siciliane riportate da Santi Correnti in Donne di Sicilia del 1990.”

“Attraverso una accurata ricerca – continua Patti – sono riuscito a trovare oltre duecento titoli sparsi su giornali e riviste dell’epoca. Ne ho selezionati trentaquattro che hanno in comune il tema: l’amore vero, struggente, passionale; ma anche intellettuale e sentimentale. Libera, autentica, capace, Graziosa Casella usava la poesia come un diario intimo che poi comunicava a tutto il mondo; parlava di sé, della sua famiglia, della sua casa, della sua gattina, dei suoi sentimenti, mettendoli su carta senza veli, senza mai mascherarsi; parlava di una vita difficile, di gente che la denigrava senza averla conosciuta veramente. La perfidia della gente che invidiava il suo talento, lo scandalo che aveva destato la sua relazione misero la Casella al centro di attenzioni e pettegolezzi.”

Ho ancora i loro occhi neri addosso come ragni molesti; era un passatempo ruminare il mio nome, appesantirlo di invidia e cattiveria, sputarlo sporcato di ignominia. Ho pagato colpe non commesse, gonfiate dalle convenzioni e dalla stupidità. All’improvviso erano tutti rigidi moralisti benpensanti, tutti senza macchia. Una Catania rigorosa e austera come i suoi palazzi e al tempo stesso fatiscente e lercia come certi vicoli nascosti.

Non si sa con esattezza quando ebbe luogo la relazione di cui lei scrive. Parecchie delle poesie in questo volume antologizzate furono pubblicate fra il 1945 e il 1950 sul Lei è lariu, probabilmente scritte in precedenza ma divulgate in quel periodo, nonostante la sua condizione di donna sposata. Il presunto amante, Vanni dagli occhi chiari e dalla vucca duci e assassina, ha 28 anni; per il giovane, scriverà ininterrottamente anche quando lui non la amerà più.

Nel disporre i trentaquattro “infuocati” testi, puntualizza Alfio Patti, “ho tracciato l’excursus di un amore unico, dell’amore per l’amore, con un inizio, un culmine e una fine.” Anticonvenzionale per eccellenza, femminista ante litteram, Graziosa Casella fu audace e coraggiosa. La mente, si sa, non sente le ragioni del cuore e “il cuore della Casella non sentì ragione alcuna e si lasciò ardere al fuoco della passione che le fece scrivere dei sonetti magnifici. Forse Vanni sarà stato un nome inventato, ma leggendo le liriche si capisce che non ci sono tante metafore; la poesia è diretta e immediata, senza fronzoli, così come il suo carattere, spartano e combattivo.”

Nelle cento pagine circa della trattazione, peraltro assai minuziosa, Alfio Patti non appura come Graziosa Casella si sia incontrata con la sua vocazione di poeta, come, quando, da chi lei, di origini modeste, imparò a scrivere il dialetto; si sottolinea che “la sua formazione avvenne a cavallo fra le due grandi guerre”, che “tra gli anni Quaranta e Cinquanta lei fu l’unica poetessa capace di scrivere con maestria in dialetto”; si fa cenno al suo “talento naturale rafforzato con studi classici da autodidatta”; si dichiara che “la Musa l’aveva baciata in fronte” … D’altronde, fino al 1945, di lei non si hanno che risicate notizie.

Rimarcata l’insistenza del termine ragiuni, pure nella voce verbale ragiunari nelle sue coniugazioni: si la ragiuni lu cori cuntrasta!, non bisogna ragiunari, lu cori non senti ragiuni, nonché del termine turtura: voi mettiri stu cori a la turtura, sta luntananza oh quantu mi turtura, non canusceva ancora sti turturi, evidentemente legati alle evocate vicissitudini sentimentali; ribadita la differenza di età della quale si fa menzione in forma traslata nel confronto fra autunnu e primavera: cu autunnu non s’accoppia a primavera, o duci primavera, si tu voi / po’ dari autunnu li chiù megghiu ciuri; esposti, solo a mo’ d’esempio, pochi frammenti lirici: Era sita era rasu era villutu / ‘ssa vucca bedda to ca m’ha vasatu, pari ’n nastru d’argentu lu stratuni / e luciunu li stiddi sori sori, sutt’autri celi addrizza li to’ voli, cogliamo con diletto un collegamento, suggeritoci (a motivo del palese richiamo) dai versi: ’n cintinaru ancora di vasuni, e di vasuni n’appi un munnu sanu, porta stu cantu a tia li me vasuni, con taluni passi del carme a Lesbia di Gaio Valerio Catullo i quali, nella traduzione nel nostro dialetto, recitano: E allura milli vasuni dammi e poi centu / e poi nautri milli e poi nautri centu / e arrè milli e arrè centu.

Tiriamo, quindi, le somme di questa succinta analisi.

Primo importante aspetto di questo encomiabile saggio di Alfio Patti è che egli, con lo scrupolo dello studioso, tiene a collocare Graziosa Casella nella storia, nella dimensione sociale e culturale etnea degli anni nei quali lei visse ed operò; gli accostamenti biografici, i documenti, i ragguagli che egli attiva sottendono giusto alla fondata valutazione di quella vicenda.

Il principale proposito pertanto, che mi pare Alfio Patti intenda perseguire, è quello di squarciare un velo, di sollevare degli interrogativi in ordine a quella tormentata vicenda (e pur tuttavia egli non si esime dal profilare, per quanto possibile e ricostruibile, anche qualche ipotesi in risposta a quegli interrogativi), di restituire alla cultura e all’apprezzamento dei Siciliani la poesia e soprattutto la straordinaria figura di Graziosa Casella, a dispetto di quanti, allora, l’hanno “volutamente sotterrata”.

Altro aspetto qualificante, quello che ritengo abbia scatenato l’ira “non funesta” di Alfio Patti, è che di Graziosa Casella, come con vigore l’autore registra, non si è più scritto dopo la sua morte. D’un tratto, da una grande visibilità e notorietà, lei è passata all’oblio totale, all’oscuramento più completo, al silenzio come se mai fosse vissuta.

“Perché tutti coloro i quali sostennero una certa poesia tradizionale hanno trovato spazio e ricordo e la nostra poetessa no? La domanda, dettata dallo stupore e dallo sdegno, mi ha accompagnato – asserisce Alfio Patti – durante le ricerche e la stesura di questo lavoro. Fu, forse, quel mondo maschile e maschilista che volle “seppellire” una poetessa che aveva “osato” sfidare e tenzonare con esso? Oppure perché, come sostenuto dallo Scandurra [Giuseppe Nicolosi], non vi furono pubblicazioni al suo attivo? O, ancora, perché implicata in un clamoroso processo giudiziario che la vide, poi, estranea ai fatti? Non voglio pensare che per il fatto di essere stata donna, l’unica di quegli anni con questo spessore, battagliera e istruita, libera di cuore e di sensi, abbia pagato con un oblio durato cinquant’anni.”

Alfio Patti, travolto dalla decisa personalità di lei, ormai distante quel groviglio personale ed artistico che la coinvolse, scostata la polvere che giorno dopo giorno sui fatti veri e/o supposti si era addensata, guarda, oggi, con ammirato acume a Graziosa Casella, ne rivaluta il personaggio, la fa, alfine, per noi, rivivere.

 

 

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One Reply to “Marco Scalabrino su un libro di Alfio Patti”

  1. Lieta di avere notizie di Alfio Patti, lieta che il suo amore per la poesia lo stia portando all’essere anche saggista, oltre che poeta, attore, cantastorie di livello, ambasciatore di sicilianità nel mondo e tanto altro. Mi felicito di cuore con lui e con Marco, vero vulcano di iniziative interessanti.

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