Adriano Rizzo su COMPITU RE VIVI

Sebastiano Aglieco, COMPITU RE VIVI, ed. il Ponte del Sale, Rovigo 2013
La dimensione dello spazio, che sia in lunghezza o larghezza o profondità, si percepisce col senso dell’occhio che guarda o con un’assenza imposta, quando ti dicono con prepotenza fatti più in là. La dimensione dello spazio la si concepisce con le parole: scritte, pensate o pronunciate che siano, è  necessario soffiarle o sputarle per non strozzarsi, così le parole diventano poesia. Un’operazione alquanto semplice che però si fa difficoltà infinita  sotto il peso dell’inchiostro digitale o della penna premuta sulle dita: chiedetelo ai poeti! Così, Sebastiano Aglieco, nel suo libro Compitu re vivi, presenta il senso della mancanza quando si cerca di mettere in nota le parole per raccontare gli stati d’animo che accomunano.

Per Aglieco questo racconto vive su una più alta dimensione, e la poesia è la sola via per una possibile sintesi, una scala di legno traballante che ci da possibilità non conosciute per raccontarla. E tra le tante possibilità, Aglieco sceglie (forse) la più efficace, l’uso del dialetto come perno di una storia antica che è già saggia per esperienza e permanenza. È l’assenza che racconta, e certifica, la presenza; come un corpo fatto di muscoli, ossa e sangue che arriva a certificare se stesso solo con lo spazio vuoto che lascia quando da un punto si sposta verso un altro. Non è il battere del cuore, non il contrarsi dei nervi, non il dilatarsi dei polmoni, ma solo il vuoto spinto che rimane quando si sottrae la materia dal punto in cui questa esisteva per spostarsi in un punto successivo, in un momento successivo.

Analogamente, dal punto di vista fisico, succede per i suoni, e anche questi diventano poesia nel riverberare e poi spegnersi gradualmente lasciando traccia nelle orecchie di quanti ascoltano: ancora poesia sul concetto dell’assenza come elemento di una dimensione più elevata: «… A matìna prestu, na Naziunàli/ na lambrètta lassàva/ n’ecu, comu si ‘n chiantu cutturiùsu/ vulissi tunnàri, e s’astutàva unni non c’era pi nuddu chiù misirèri […] La mattina presto, sulla Nazionale/ na lambretta lasciava/ un’eco, come se un pianto fastidiosa/ volesse tornare, e si spegneva dove/ non c’era pietà più per nessuno…» (p. 30).

E dunque chiediamocelo: quale è il compito dei vivi? Quello di vivere e quello di ricordare! Vivere  intensamente anche le assenze, col ricordo che è l’unico strumento duttile e utile allo scopo. Perché il ricordo concede a noi di assaporare nuovamente,  e per sempre, il gusto di un momento condiviso. E quale memoria più intensa del ricordo di una madre, vestita ancora di elegante giovinezza strappata ai troppi anni trascorsi? «Ora ti viru/ ti prisintàsti no sonnu ravànti a/ casa, i rrosi spaccàti ca c’era luci/ accicàta ri maju/ a gonna stritta, dop’ a mmia […] Ora ti vedo/ sei apparsa nel ricordo davanti/ casa, le rose spaccate nella luce/ fortissima di maggio/ la gonna più stretta, dopo il primo figlio …» (p. 57).

Necessita tempo e concentrazione, soprattutto per i non siciliani, per leggere Compitu re vivi, ma l’impegno ripaga la fatica. Addentrandosi tra le parole, più si scava e più si percepisce la meraviglia di quel tempo andato e nascosto tra le virgole e i capoversi, fino a giungere là dove la provocazione tocca il suo massimo: Aglieco ci presenta la sua risposta su quale è il compito dei vivi. Proprio in Compitu re vivi (p. 75) si menzionano  in un lungo elenco « …i macchinari che sostengono il corpo…» (p. 75), e la provocazione cade proprio nell’opposizione che diventa sostanza. Cosa sostiene il corpo? L’aria? Il respiro? Il sogno? La speranza? L’aspettativa? Il cibo? No! È un lungo elenco di ritrovati chimici medicamentosi, più comunemente chiamati farmaci: «Urotractin, Didrogyl, Bentelan, Enapren, Intrafer, Dimalosio, Lasix Otosporin; Deltacortene, Ferrograd, Zestril, Normix …» (p. 75), come a voler riprendere nuovamente quanto detto sul concetto di assenza che certifica la presenza, la necessità di avere un compito da vivi per essere vivi, aiutandosi anche con i ritrovati della scienza, scrivendo così, definitivamente, la visione di se stessi e la visione del mondo.
Adriano Rizzo

(Recensione pubblicata sul trimestrale IL SEGNALE di Milano, n. 100)

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