Marco Bellini su un libro di Fabiano Alborghetti

Fabiano Alborghetti, L’opposta riva, La Vita Felice, Milano 2013
Come l’autore ci spiega nella breve nota introduttiva, quest’opera, pubblicata per la prima volta dieci anni fa, nasce da una esperienza di vita di cui costituisce l’elaborazione e anche una ripresa in forma di grido; esperienza che appare, nella propria essenza, totalizzante. Per tre anni, dal 2001 al 2003, Alborghetti ha vissuto, quotidianamente, a fianco degli immigrati clandestini, condividendo con loro tutti i drammi e i disagi di una situazione estremamente difficile. Di oggi è la scelta di riproporre questo libro, dopo avere operato diverse variazioni che, come ci viene spiegato, sono finalizzate a renderne più comprensibile il significato. L’opposta riva si costituisce con una chiara connotazione civile, capace di una poesia assolutamente non parenetica ma fortemente partecipata. L’autore non è quello che viene detto un descrittore icastico, non ricorre a una decisa rappresentazione di dettagli significativi, ma costruisce le proprie ambientazioni per accenni e minime approssimazioni. Questo consente di asciugare le liriche in una pura intensità poetica agganciata a minimi elementi del reale. Il lettore, abituato a guardare dentro uno specchio in grado di restituire le consuete aree di comfort, incontrando questi testi, si scopre destabilizzato, forzato ad attraversare quello stesso specchio, oltre il quale, una torsione involontaria lo conduce a un punto di vista altro, quello dei clandestini tante volte negati, proposto in tutta la sua drammatica verità. Davor, Bogdan, Mamadou, sono questi i nomi che, assieme a molti altri, compongono il mosaico di un’umanità privata, sospesa, e spesso, taciuta. Sono loro a dire: chiedo poco // giusto il giusto / per campare, ma non basta. / Io non voglio le parole e dammi altro che il denaro. // Dammi un senso… Sono le voci dei nascosti che gridano dignità, ci parlano e ci guidano in un mondo che appartiene loro, facendoci avvertire odori e sapori, suoni e colori. Chi legge, si scopre toccato da uno stupore che, gradualmente, conduce alla presa d’atto di una diversità mai compresa, e che ora sedimenta in una nuova, e forse pacificante, consapevolezza. Siamo di fronte a una scrittura che si dà un compito. Pagina dopo pagina, usando il telaio che la poesia, nelle giuste mani, può diventare, il poeta tesse un panorama umano a più dimensioni, dove le coordinate si chiamano emarginazione e invisibilità. L’autore riesce, in questo modo, a tracciare il segno, la definizione di un totale annullamento. Nessuno sconto per il lettore così come per chi ha scritto; nessun artificio letterario o filtro di altro genere ad attenuare, a consentire una comoda uscita da queste parole. I versi, in cui nulla è concesso al decoro e che hanno un respiro spesso dilatato, si presentano in terzine dal numero variabile, richiamando, in questo modo, la tradizione italiana, tra gli altri, di Dante, Pascoli e, più recentemente, di Pasolini. Le liriche si concludono sempre con un verso isolato e dal tono, spesso, epigrammatico. Viene quindi confermato, l’uso di una struttura che da sempre appartiene ad Alborghetti e che, evidentemente, egli avverte come appropriata e rispondente alle proprie necessità espressive.

Marco Bellini

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One Reply to “Marco Bellini su un libro di Fabiano Alborghetti”

  1. Libro che suscita, per autenticità dell’esperienza e per coerenza della forma, tutto il mio interesse.
    Nino

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