Nelvia Di Monte: Far male senza volere

Nelvia Di Monte, Soiars, Biblioteca civica Pordenone 2013
Preceduta da una robusta introduzione critica di Giuseppe Zoppelli, un vero e proprio consuntivo di tutta l’opera di Nelvia Di Monte, questa raccolta si sviluppa in quattro sezioni che si intersecano lungo un arco di tempo ventennale, come dichiara la stessa autrice; uno scrivere nel presente, dunque ma col «bisogno di riconsiderare il passato per scorgere quanto è rimasto inciso in modo indelebile e quanto si è lasciato andare via, dirigendosi a nuove mete e imparando a osservare in modo diverso, più aperto e complesso, la vita che si attraversa e chi in essa è compagno di viaggio».
È dunque funzionale la dichiarazione di Lucrezio posta come esergo alla raccolta: “E non si deve ammettere che alcuno avverta il tempo / separato dal movimento delle cose e dalla placida quiete”.
Qual è, dunque, il punto di partenza di questa poesia? È uno sraricamento di luoghi e di affetti, un dialetto riesumato dalla memoria e ricostruito per poter raccontare alcune scene fondamentali dei primi anni: una riguarda il padre, prima rievocato, contadino, mentre giunge dai campi tra le feste della figlia che gli corre incontro, poi nella grande città, ora operaio, mentre esce dalla fabbrica; l’altra riguarda una piccola scena dell’infanzia – la troviamo in due poesie diverse – : la bambina ha trovato un piccolo grillo «in un cartoccetto per compagnia»; quando improvvisamente lo scopre morto, «stecchito / nero come un mucchietto di terra buona / una voragine si è spalancata nel tempo».
E così è detto nell’altra poesia che ha per tema la stessa scena: «Far male senza volere, senza accorgersi, / percepire la prima colpa e uscire dall’innocenza.[…] / Racchiuso da troppo amore o ansia, / nel cartoccetto il grillo non cantava più / […] Con tua madre hai scoperto la morte / silenziosa ma lei ti ha consolata: / non è niente, stupidina, non piangere / Quel niente avevi avuto vicina e via / non se n’è più andato – il Lontano abita qui / nel gioco che mai finisce, ci racchiude / in un guscio per un poco di compagnia e non /essere da solo dentro l’eternità? ».
Come si vede, la semplice rievocazione di una scena, si trasforma, vent’anni dopo, pur nella stessa esattezza del ricordo, in una meditazione sul mistero dell’essere, inciso nella “realtà” di un Nulla che ci accompagna e che non è solo più di pertinenza della biografia dell’autrice.
Si tratta di quel passaggio, sentito come necessità da Nelvia DiMonte, di confrontarsi con un dolore più grande, con uno sguardo capace di cogliere nel particolare la comunione dell’esperienza. Questa attenzione si realizza anche nel modo di una dichiarata meditazione a voce alta – pur mantenendo vivissimo il dato dell’esperienza, la capacità di descrivere cose, situazioni, persone -. «Farsi seme e sfiorire. Con gli anni si impara a cogliere ciò che passa, / il duro momento in cui una forma inizia Forse / ci arriva uno che non abita il mondo / ma va pattinando ad angelo / sopra la trasparente profondità dei giorni».
Sebastiano Aglieco

 in IL SEGNALE N. 99

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