Marco Scalabrino su due libri di Gaetano Cipolla

Gaetano Cipolla
Learn Sicilian / Mparamu lu sicilianu
Edizioni LEGAS 2013

CIPOLLA - LEARN SICILIAN - copertina
***
Siciliana
Studies on the Sicilian Ethos and Literature
Edizioni LEGAS 2014

CIPOLLA G - SICILIANA - copertina

di Marco Scalabrino

Malgrado, dall’Unità d’Italia e dalla affermazione del Toscano quale lingua dei sudditi del Regno, i linguisti a più riprese ne abbiano annunziato l’imminente sparizione, il Siciliano ha provato di essere resistente e, quantunque la sua influenza si sia ristretta alle sfere familiare e amicale, esso è tuttora parlato e capito dalla grande maggioranza degli Isolani.

Premesso che in Sicilia ci sono molte parlate, che il Siciliano è largamente usato dai poeti (mentre per la prosa è tutt’altra faccenda), che, sostiene convintamente Salvatore Camilleri, il Siciliano può esprimere qualsiasi concetto: “la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali, ma come patrimonio culturale che chi scrive brucia nell’atto della creazione”, la decisione di scrivere una grammatica del Siciliano – appunta Gaetano Cipolla, nelle note a corredo del volume – non è stata facile.

Prima, però, di addentrarci nella “lettura” e di trarne delle sostanziali considerazioni, diamo contezza, oltre alla ben nota Grammatica Siciliana di Giuseppe Pitrè del 1875, di talune altre recenti pubblicazioni in argomento: Introduction to Sicilian Grammar di J. Kirk Bonner del 2001, Grammatica Siciliana di Salvatore Camilleri del 2002, Sicilian the oldest romance language di Joseph F. Privitera del 2004, Per lo studio del siciliano di Rosalba Anzalone del 2006.

Questi studi dimostrano irrefutabilmente quanto l’interesse degli studiosi, nazionali ed internazionali, sia ancora vivissimo nei confronti del Siciliano e al contempo quanto questo sia tuttora presente e vitale nella realtà e nella cultura del popolo siciliano. E ciò a dispetto del rapporto ATLAS del 2009, relativo alla “salute” delle lingue del mondo, il quale ha collocato il Siciliano nella V categoria, quella ossia delle “lingue vulnerabili”, rimarcandone il peggioramento rispetto alla precedente posizione rilevata nel Libro Rosso dell’UNESCO del 1999, che il nostro idioma aveva incluso nella VI categoria, ovvero “Lingue non in pericolo [di estinzione] con una trasmissione sicura alle nuove generazioni”.

Nello scrivere questa grammatica – annota Gaetano Cipolla, ricollegandosi ad uno dei passi appena premessi – ho dovuto scegliere quale parlata favorire.

Il mio lavoro di traduttore – prosegue – mi ha messo in contatto con i testi di Giovanni Meli di Palermo, Giuseppe Marco Calvino di Trapani, Domenico Tempio e Nino Martoglio di Catania, Luigi Pirandello di Agrigento, Corrado Di Pietro di Siracusa, Rosa Gazzara Siciliano di Messina e tanti altri di svariate parti della Sicilia, per cui il Siciliano che io uso nelle traduzioni e in questa grammatica è una sorta di koinè.

Registriamo, in soccorso di tale scelta, che una “koinè regionale, ove la lingua, legata alla etimologia ma non sorda al rinnovamento linguistico, non è catanese, né palermitana”, è stata sin dal 1966 praticata da Salvatore Camilleri nella sua silloge Sangu pazzu.

Il libro, bilingue Siciliano e Inglese, si apre con degli speciali ringraziamenti ai proff. Salvatore Riolo e Giovanni Ruffino, rispettivamente delle Università di Catania e di Palermo, ed altresì a J. Kirk Bonner, Mario Gallo, Gaetano Consalvo e Marco Scalabrino per la loro consulenza e il loro sostegno. Ulteriori ringraziamenti l’Autore rivolge poi a quanti hanno reso più facile il suo compito e fra loro: Corrado Avolio, Giuseppe Pitrè e Frederick Privitera.

 

Suddiviso in più parti: una Introduzione, una Lezione preliminare, Capitoli da 1 a 18, una Appendice contenente un essenziale vocabolario siciliano – inglese e viceversa e l’indice delle registrazioni audio racchiuse sul DVD accluso al libro, questo – sottolinea Gaetano Cipolla – è stato concepito con un preciso proposito: quello di insegnare agli studenti le quattro abilità linguistiche: capire, leggere, parlare e scrivere il Siciliano. Siciliano che, notoriamente una lingua romanza al  pari di Italiano, Spagnolo, Francese, Portoghese e Rumeno, condivide nondimeno con l’Inglese un vasto patrimonio lessicale, giacché “circa la metà delle parole inglesi derivano dal Latino”.

L’introduzione richiama, per sommi capi, le origini del Siciliano che, viene ribadito, fu la prima delle lingue regionali d’Italia a guadagnarsi la qualifica di lingua di poesia.

Esso, viene precisato, fiorì sotto il regno di Federico II nella prima metà del 13.mo secolo e i poeti che appartennero alla Scuola Poetica Siciliana, tanti di loro non nativi della Sicilia, scrissero nel linguaggio parlato a Palermo alla corte imperiale, la Magna Curia, di Federico II.

Il Siciliano fu, quindi, il linguaggio usato per redigere gli atti del parlamento siciliano fino alla metà del 16.mo secolo, allorché il toscano gli subentrò nella stesura dei documenti ufficiali.

Vale il caso di ricordare in questa sede che addirittura il sommo Dante, nel De Vulgari Eloquentia, attestò che “tutto ciò che gli italiani poeticamente compongono si chiama siciliano”; che nella Sicilia del Cinquecento operavano due Università, quella di Catania e quella di Messina; che nel 1543 il siracusano Claudio Mario Arezzo propose di istituire “il siciliano come lingua nazionale”; che il Siciliano può vantare Vocabolari, non ultimo il monumentale in cinque volumi a cura di Giorgio Piccitto, Giovanni Tropea e Salvatore C. Trovato, testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, come pure autori di levatura assoluta.

Il volume, come comprensibile, affronta, nelle sue 336 pagine, una miriade di temi.

Gaetano Cipolla si sofferma su alcuni dei segni dell’alfabeto siciliano: la dd, la c e la j, fra essi. La dd, da non confondere con la doppia d che è un segno diverso, derivante dal tardo-latino (capillus, caballus, etc.), talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due d, rappresenta il suono più caratteristico della lingua siciliana. “Infatti la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu – precisa Salvatore Camilleri – è ca-va-ddu”. Da rilevare inoltre che il suono di d è dentale, mentre quello di dd è cacuminale. Non sono mancati nel tempo i tentativi, non fortunati, di sostituire il segno dd con ddh o ddr e con i puntini in cima o alla base di dd. La c, dolce e strisciante, derivante dal fl latino, flatus, flos, flumen e di conseguenza in siciliano ciatu, ciuri, ciumi, altrove e in altri tempi – già Lionardo Vigo nella seconda metà del 1800 ne sollevò il problema della determinazione ortografica – è stata graficamente resa con x, con xh, con ç o con sc. Tuttavia, mutuiamo da Corrado Avolio in Introduzione allo studio del dialetto siciliano del 1882, “ultimamente, in una radunanza di dotti cultori di lettere siciliane tenuta a Palermo, si stabilì di trascrivere con “c””, senza dunque ricorrere ad alcun distinguo grafico. La j è un segno che ha sovente suscitato l’attenzione degli studiosi. Salvatore Giarrizzo, nel Dizionario etimologico siciliano del 1989, definisce la j semivocale latina. Se viceversa, come da altri sostenuto, fosse una vocale la j dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri) dovremmo pure scrivere l’jornu, l’jiditu … cosa che nessuno si sogna di fare, appunto perché, non essendo la j una vocale, non vi è elisione e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante.

Gaetano Cipolla individua inoltre molteplici peculiarità del dialetto siciliano, talune delle quali di seguito riportiamo.

È regola generale in Sicilia che la “e” e la “o” toniche mutino in “i” e “u” tutte le volte che perdono l’accento tonico, sia che si tratti di verbi, sostantivi, aggettivi o avverbi. Ad esempio: volu – vulari, sola – suletta, lettu – littinu, ventu – vintagghiu, testa – tistuni, morti – murtali … e ancora frenufrinari, jornu jurnata, ferru firraru, pedi – pidata

Nel Siciliano, le preposizioni e gli articoli, contrariamente a quanto avviene nell’Italiano, non si uniscono. Nel linguaggio parlato di tutti i giorni, nondimeno, in svariate località le preposizioni e gli articoli si contraggono e diventano una sola parola. Ecco perciò l’uso degli articoli u, a, i, e delle preposizioni articolate contratte (ô = al, â = alla, = del, = della, = dei, ntô = nel, ntôn = in un, ntâ = nella, ntê = nei o nelle, = col). Se la parola che segue inizia per vocale la contrazione, però, non avviene.

Di regola il plurale dei nomi, sia maschili che femminili, termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti. Un certo numero di nomi maschili terminanti al singolare in “u” – certifica Gaetano Cipolla – fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, corna, ossa, vudedda, gigghia, linzola, dinocchia, cucchiara. Ugualmente cospicui i plurali in “a” dei nomi maschili terminanti al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni. Se ne ripetono i più comuni: aciddara, birrittara, ciurara, dammusara, furnara, ghirlannara, jardinara, libbrara, marinara, nutara, putiara, ruluggiara, scarpara, tabbaccara, uvara, vitrara, zammatara.

E, proseguendo fra i tantissimi argomenti trattati, una interessante pagina attiene ai verbi.

Scontato il ripiegamento del (tempo) passato prossimo a beneficio del passato remoto: parraru per hanno parlato, mancu mi vidisti per neanche mi hai visto, eccetera, nel Siciliano è altresì conclamato il ripiegamento del (modo) condizionale a vantaggio del congiuntivo, ad esempio: si lu putissi fari lu facissi, ci vulissi jiri.

In argomento, è praticamente estinto il tempo futuro e ogni proposizione pertinente a un’azione futura viene, dunque, costruita al presente e al verbo si associa un avverbio di tempo (ad esempio: dumani vegnu). “Come si può interpretare (quasi filosoficamente) – considera Paolo Messina – questa anomalia? Ecco lo spunto per un nesso fra lingua e cultura, modi di essere e di pensare. È la consapevolezza storica dell’esserci heideggeriano a produrre la riduzione continua del futuro a presente, all’hic et nunc, e ciò nel pieno possesso del passato ormai definitivamente acquisito. I siciliani sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei. Ma essere (o ritenere di essere) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono”.

L’immagine di copertina, la foto di uno scorcio dei giardini pubblici di Taormina (ME), è dello stesso Gaetano Cipolla.

Copiose altre illustrazioni a colori abbelliscono l’odierno encomiabile lavoro; fra esse assai suggestive: una veduta dell’Etna dal Teatro-greco romano di Taormina; la Fontana della Vergogna e San Giovanni degli Eremiti a Palermo; una veduta di Cefalù (PA), con la Cattedrale Normanna; il Tempio dorico di Segesta (TP); l’Orecchio di Dioniso a Siracusa; le Saline di Marsala (TP). Ed ancora la magnifica riproduzione del mosaico di Villa del Casale di Piazza Armerina (EN), che raffigura Ulisse mentre offre il vino a Polifemo; il Talamone, nel Tempio di Giove ad Agrigento; la Cappella Palatina al Palazzo dei Normanni e il Trionfo della Morte, di autore anonimo custodito presso il Museo Abatellis, entrambi a Palermo; la statua di Aci e Galatea ad Acireale (CT).

Calzanti ragguagli afferenti ad ognuno dei nove capoluoghi di provincia e preziose note culturali sui miti, sulle tradizioni e sul costume, nonché sulla letteratura e sugli autori siciliani, corredano la pubblicazione. Fra questi ultimi: Petru Fudduni con lu Dottu di Tripi, a proposito dei quali a breve riferiremo le tracce di un incontro, Domenico Tempio, Nino Martoglio, Giovanni Meli, Luigi Pirandello, Ignazio Buttitta, Alessio Di Giovanni, Antonio Veneziano. Giuseppe Pitrè definisce dubbio quel “componimento popolare in ottava siciliana, con il quale un poeta propone delle difficoltà o dei quesiti a un altro poeta, da cui, in altra ottava, riceve una risposta quasi nelle stesse rime.” Per il carattere ludico e di arte enigmistica, soggiunge Maria Bella, i dubbi, come le sfide, i contrasti e le nniminagghi, erano di grande richiamo per il popolo e venivano recitati nelle piazze durante le feste, assumendo spesso forma di scontri per la supremazia poetica. Se ne trae un esempio dal tomo Sfide, contrasti, leggende di poeti popolari siciliani di Salvatore Camilleri, per il quale i dubbi della nostra tradizione sono giocati tutti o sulla dilogia (doppio soggetto, uno reale e uno apparente) o sul calembour o chiapperello (da chiappare a volo, attraverso un qualsiasi riferimento o bisticcio). È il Dotto di Tripi che, fra l’altro, propone: Dimmi cu’ vivi acqua e piscia vinu, / dimmi cu’ ti saluta di luntanu, / dimmi cu’ senza pedi fa caminu, / dimmi cu’ si currumpi e sempri è sanu; e Petru Fudduni, a tono, risponde: La viti vivi acqua e piscia vinu, / l’amicu ti saluta di luntanu, / la littra è senza pedi e fa caminu, / lu mari si currumpi e torna sanu. Un esempio di calembour è quello legato all’incontro fra Antonio Veneziano e lu Vujareddu di li Chiani: domanda il primo: Cchi farriti, cchi farroggiu, cchi farraju? E risponde il secondo: Corda fa riti, ferru fa roggiu, suli fa raju.

Numerosi proverbi e nniminagghi (indovinelli) guarniscono inoltre il volume e fra essi: Cu’ mancia, fa muddichi; Cui di trenta, cui di trentunu, di vint’ottu ci n’è unu (Li misi di l’annu); Aju un palazzu cu dudici porti, ogni porta trenta firmaturi, ogni firmatura vintiquattru chiavi (li mesi e li jorna); Cu’ pratica lu zoppu, all’annu zuppìa; Cu’ pecura si fa, lu lupu si la mancia.

Da segnalare, per di più, alcune curiosità.

Endemica in passato e oggi pressoché scomparsa, la nciuria (o peccu), che sovente veniva ereditata dai discendenti di coloro che ne erano stati per così dire titolari, consentiva l’identificazione immediata e indubbia di un casato e di una persona. Le origini sono legate all’attività, a una speciale caratteristica fisica, a un distintivo atteggiamento, a una località, eccetera e la tipologia è assai variegata. Se ne elencano a mo’ di esempio, oltre quelle riportate da Gaetano Cipolla, mutuandole da Titta Abbadessa, alcune più “colorite”: Ninu causilenti, Puddu acquafrisca, Angilu cacaligna, Giuvanni funciazza, Natali cosciajanca, Micalangilu cingalenta, Matteu mattiddina, Cammelu pulici, Ninu uccastotta, Pippinu mustazzu, Miciu favisquadati, Vicenzu pisciafinocchi, Nunziu menzuculu, Cammelu cicireddu, Mariu uccad’aneddu, Affiu masciuscia, Peppi urrocamotti, Turi babbaleccu, Neddu micciastotta, Ninu manazza;

il cirnecu, una speciale razza – tuttora esistente – di cani nativi dell’Etna, posti a protezione del tempio dedicato al dio Adrano. Si narra che mangiassero letteralmente vivi quanti fossero intenzionati a rubarvi e da tale loro aggressività è nato il modo di dire riguardo ai malintenzionati: vi pòzzanu manciari li cani!;

la ricetta della pasta alla Norma, inventata da un cuoco catanese in onore di Vincenzo Bellini, i cui ingredienti sono sarsa di pumadoru, milinciani fritti, ricotta salata: la sarsa [ca è russa] rapprisenta lu focu di Muncibeddu, li milinciani fritti ca sunnu niuri rapprisentanu la lava chi c’è attornu a Catania, la ricotta salata ca è bianca rapprisenta la nivi di la muntagna.  

A proposito di Muncibeddu … i nostri conterranei di area orientale chiamano affettuosamente, senza tema di fraintendimento e senza appello, la Muntagna, Nostra ‘gnura Matri la Muntagna, l’Etna, il vulcano più alto d’Europa. Diversamente essa è denominata Muncibeddu, vocabolo che assomma in sé la radice latina di mons (monte) e quella araba di gebel (monte). Il vulcano, in effetti, era ritenuto dalle credenze popolari il padre di tutti i monti e di tutti i vulcani.

I Siciliani hanno un senso dell’umorismo assai sviluppato e trovano motivi di ironia nelle circostanze più disparate; in quelle della quotidianità, ovviamente, ma perfino in quelle serie, al cospetto della religione ovvero e finanche della morte.

Chiudiamo, allora, la rapida disamina concernente questo pregevole strumento didattico realizzato da Gaetano Cipolla con una ultima notazione destinata a deliziarci. L’invito è, pertanto, a leggere le battute della “vedova” e quella di Angelo Musco rispettivamente alle pagine 202 e 243, la scenetta “filosofica” della quale sono protagonisti un debitore e un creditore alla pagina 275, nonché la gag che trae spunto da una ordinaria questione di parcheggio alla pagina 303.

Dopotutto, asserì Platone, fu Epicarmo da Siracusa, vissuto tra il 548 e il 453 a.C., a inventare il genere teatrale della commedia.

***

Con tenera immagine in copertina ad opera di Giulia Di Filippi e affettuosa dedica alla moglie Florence, Siciliana Studies on the Sicilian Ethos and Literature, è il volume ventisettesimo (e fra essi quello bilingue inglese – siciliano del 2013 Learn Sicilian / Mparamu lu sicilianu) della collana Studi Siciliani pubblicata dalla LEGAS diretta da Gaetano Cipolla.

Edizione riveduta e ampliata del volume dal titolo pressoché medesimo apparso nell’anno 2005, dopo l’introduzione, il libro è suddiviso in due parti: la prima racchiude otto saggi che riguardano questioni generali attinenti alle caratteristiche, alle tradizioni, alla storia e al linguaggio del popolo Siciliano; la seconda offre nove studi su taluni poeti e scrittori siciliani.

L’organizzazione culturale statunitense Arba Sicula, nel corso degli ultimi 33 anni, ha dedicato ogni sua energia alla promozione della lingua e della cultura siciliane nel mondo.

Gaetano Cipolla è l’anima di Arba Sicula. Già professore di Lingua e Letteratura Italiana presso varie università americane (la St. John’s University di New York per ultima), Presidente della organizzazione culturale statunitense Arba Sicula, nonché direttore della omonima rivista bilingue che ospita articoli in inglese e siciliano, e del periodico Sicilia Parra, Presidente dell’Associazione U.S.A. “Casa Sicilia”, Ambasciatore culturale della Regione Sicilia nel mondo, vincitore di prestigiosi premi inclusi il “Talamone”, il “Thrinacria d’argento” e il “Proserpina”, traduttore in inglese di parecchi poeti siciliani e fra loro: Nino Martoglio, Giovanni Meli, Antonio Veneziano, Nino Provenzano, Vincenzo Ancona, Senzio Mazza, Salvatore Di Marco e Piero Carbone, malgrado sia nato in Sicilia nel 1937 e sia emigrato negli Stati Uniti nel 1955, prima del 1980 Gaetano Cipolla non aveva scritto una sola parola sulla Sicilia, né si era mai dedicato allo studio della lingua e della cultura siciliane. Attorno al 1980, gli capitò però di conoscere un gruppo di persone che aveva fondato Arba Sicula, una organizzazione votata allo studio, alla conservazione e alla promozione della lingua e della cultura siciliane nel mondo; lesse il famoso poema Ucchiuzzi niuri di Giovanni Meli (che Goethe tradusse in tedesco) e avvertì una indescrivibile emozione.

Questo episodio gli fece comprendere l’importanza delle sue radici, il cui richiamo da allora non poté più ignorare, e da lì iniziò a dedicare sempre più tempo allo studio della poesia siciliana. Scandagliò così ambiti che eccedevano il suo ruolo di professore di italiano: non essendo un traduttore, imparò a tradurre; non essendo un linguista, fece degli studi critici sul linguaggio siciliano; non essendo un sociologo o uno storico, esaminò le tradizioni e la storia siciliane. E cosa ben più importante, nel cercare di definire i Siciliani e l’essenza del popolo siciliano, dovette interrogarsi su se stesso, dovette fare i conti con la propria identità, riuscendo, alfine, a superare i suoi pregiudizi nei confronti del dialetto.

Scritto in inglese (è convinzione del prof. Cipolla che ciascuno degli autori trattati meriterebbe di essere meglio conosciuto e nella propria terra e nel mondo), il libro, l’ennesima lampante prova del suo interesse e della sua passione nei confronti della cultura e della lingua siciliane, è corredato da belle e numerose immagini. Tutti i capitoli sono assai interessanti ed è compito ostico realizzare una sintesi significativa di un volume, densissimo di storia, di costume, di analisi, che consta di oltre 280 pagine.

Negli Stati Uniti la Sicilia non gode di buona fama; quando si pensa alla Sicilia si immagina, difatti, un ambiente di violenze e di criminalità. E ciò malgrado molti scrittori e poeti stranieri, specie nel XIX secolo, abbiano visitato la Sicilia e l’abbiano rappresentata come una terra di rinascita: da Shelley a Byron, da Wagner a Hölderlin, da De Maupassant a Goethe, il quale peraltro ebbe ad annotare: “L’Italia senza la Sicilia non lascia un’impronta nell’anima; la Sicilia è la chiave di tutto”. Agli occhi degli stranieri, uno dei tratti più evidenti nel carattere dei Siciliani, specie in quelli che vivono all’estero, è il loro grande orgoglio, orgoglio di se stessi come individui e orgoglio della loro terra. Ogni Siciliano crede di essere il migliore in ogni campo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo, i Siciliani si ritengono semplicemente Dei. I loro meriti, in verità, sono innegabili. I Siciliani hanno contribuito non poco alla civilizzazione dell’Occidente in molte branche: nella poesia hanno raggiunto l’eccellenza con Jacopo da Lentini che inventò il sonetto, con Antonio Veneziano che fu apprezzato da Miguel de Cervantes, con Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959; nella filosofia con Empedocle; nella scienza con Archimede; nella politica con Federico II, stupor mundi; nelle arti con Antonello da Messina; nella musica con Vincenzo Bellini; nel teatro con Luigi Pirandello, premio Nobel 1934; nella narrativa con Giovanni Verga, Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia e con tanti, tanti altri.

La Triscele, comunemente denominata anche Trinacria, ovvero la testa di Medusa i cui capelli sono serpenti intrecciati con spighe di grano e dalla quale si irradiano tre gambe piegate all’altezza del ginocchio, è lo storico simbolo della Sicilia, a testimonianza delle radici nel mito dell’isola. Il nome le deriva dai Siculi, ma i Greci posero il loro marchio sull’isola e ne plasmarono la cultura. La Grecia e l’antica Sicilia sono intrecciate inestricabilmente dal loro comune passato, tant’è che l’isola fu parte importante, se non la più importante, della Magna Grecia.

Dall’827 al 1092, per oltre due secoli, la Sicilia fu governata dagli Arabi. Gli Arabi si adoperarono per fare dell’isola un posto ideale nel quale vivere: in agricoltura introdussero l’uso del sistema di irrigazione; in geografia furono i primi a sperimentare l’uso della latitudine e della longitudine; in cucina, una specialità araba è il couscous, tuttora preparato e consumato nella Sicilia occidentale (mentre, viceversa, è del tutto estraneo alla gastronomia della Sicilia orientale e ciò è ben comprensibile se si considera che la loro presenza in quei territori fu assai meno pervasiva). Scontate in matematica l’invenzione e l’introduzione dell’uso dello zero, il linguaggio siciliano, come noi lo conosciamo oggi, conserva numerosissimi termini di derivazione araba: cassaru, càlia, zibbibbu, zotta, giarra, naca, bazzariotu, ad esempio, e molti, molti altri. Tre tipici prefissi usati dagli Arabi per identificare un posto, diedero origine a centinaia di toponimi siciliani. La parola qal’at, che significa castello, fortezza, è probabilmente il più diffuso dei toponimi in Sicilia; da esso derivano Caltanissetta, Caltavuturo, Caltagirone, Caltabellotta, Calascibetta, Calatafimi, eccetera. La parola rahl che indica luogo di sosta, stazione, generò toponimi quali Racalmuto, Regalbuto, Regalpetra, eccetera; col medesimo significato, la parola manzil ha originato i nomi di città quali Mezzojuso, Misilmeri, Mussomeli, eccetera.

A proposito di lessico (gli studiosi lo hanno acclarato da tempo) ribadiamo, comunque, che il siciliano non è una corruzione o una forma inferiore dell’italiano. Esso affonda le proprie radici nel greco e nel latino e, in epoche successive, ha attinto ulteriore vitale linfa dall’arabo e dalle lingue dei vari dominatori che si sono succeduti. È un idioma di grande nobiltà, dignità e valore, tanto che il Devoto attestò che “la Sicilia a partire dal XII secolo, nel periodo delle due grandi monarchie, la normanna e la sveva, ha elaborato la prima lingua letteraria italiana”. Registriamo, per inciso, che l’Assemblea Regionale Siciliana, nel 2011, ha approvato una legge che prevede lo studio del dialetto siciliano nella Scuola.

Nel 1492, l’anno nel quale Colombo scoprì l’America, con un editto Ferdinando e Isabella di Spagna espulsero gli Ebrei da tutto il loro regno, regno al quale la Sicilia apparteneva. Diversamente dagli altri, gli Ebrei non avevano conquistato la Sicilia; vi vissero tuttavia per quattordici secoli. All’epoca a Palermo vi erano 5.000 Ebrei; in ciascuna delle città di Trapani, Messina, Catania, Marsala, Sciacca, Agrigento e Mazara del Vallo ve ne vivevano da 2.000 a oltre 3.500; a Bivona, Caltagirone, Caltabellotta, Mineo, Modica, Noto, Salemi, Taormina, Erice e in parecchi altri centri vi erano cospicue loro comunità. Dopo la cacciata gli Ebrei non fecero più ritorno in Sicilia.

“Razza intelligente, sospettosa, dotata di un magnifico senso dell’umorismo” definì Cicerone i Siciliani; umorismo che, nel suo saggio del 1908, Pirandello indicò nel “senso del contrario”. Per quanto difficile una situazione possa essere, i Siciliani escogitano in virtù di esso sempre una soluzione arguta per cavarsela. Un paio di aneddoti. Il primo riportato da Santi Correnti: una donna stava parcheggiando la sua macchina quando un’altra vettura sbuca e le soffia il posto. La donna, su tutte le furie, chiede in siciliano all’autista: “Chi fa u spettu?”, frase che significa: “Che fa il prepotente?”, o può significare: “Che faccio, lo aspetto?” L’uomo sapeva perfettamente cosa lei intendesse, ma sfacciato rispose: “No signora, non mi aspetti. Ho molto da fare”. Il secondo è narrato da Angelo Musco: al ristorante con un collega, poiché ambedue erano in bolletta, decisero di ordinare un solo piatto di salsiccia, concordando di dare il nome a ognuno dei bocconi che avrebbero mangiato. Il collega iniziò nominando un santo e prendendo un pezzo di salsiccia, ma Musco era affamato e cominciò a imbrogliare. Egli nominò due santi, “San Pietro e San Paolo” e prese due bocconi. Il collega capì l’antifona e replicò: “Sant’Alfio, San Cirino e San Filadelfio” e prese tre pezzi di salsiccia. Musco non fu da meno ed esclamò: “Tutti i Santi!” e prese tutto quello che rimaneva nel piatto.

Antonio Veneziano (1543-1593) incarna la voce più alta della poesia siciliana del Rinascimento. La Canzuna, costituita da otto versi di endecasillabi con rima alternata, è la più caratteristica delle composizioni poetiche siciliane e Canzuni, appunto, sono la maggior parte delle sue composizioni. La pessima reputazione di uomo arrogante e attaccabrighe (una volta, accusato di atti di violenza, presentò il suo scritto di difesa in siciliano) lo accompagnò per tutta la vita. Catturato dai pirati e deportato ad Algeri, conobbe, nelle prigioni di quella città, un altro illustre prigioniero: Miguel de Cervantes; l’autore del Don Quijote de la Mancha e il poeta siciliano diventarono amici e reciproci ammiratori. Il 19 agosto 1593 allorché, imprigionato egli nella fortezza del Castello a mare in Palermo, ci fu un incendio con la conseguente devastante esplosione delle munizioni in quella polveriera custodite, sepolto dalle macerie, Antonio Veneziano mise fine alla sua turbolenta esistenza.

Giovanni Meli (1740-1815) è considerato oggi una fra le più importanti figure del suo tempo. Tipico del suo talento fu l’ode Lu Labbru, che ha la curiosa particolarità di essere stata la prima poesia italiana tradotta in finnico. Scrisse L’origine del mondo, 75 ottave, opera che pubblicata nel 1787 venne tradotta in inglese da Gaetano Cipolla nel 1985. Il suo progetto più ambizioso fu Don Chisciotti e Sanciu Panza, un poema eroicomico di 12 canti, pubblicato nel 1787. L’inventività del Meli, la freschezza del suo linguaggio, la sua sottile ironia, la vividezza della sua descrizione della natura siciliana, la saggezza di naturale filosofo, il suo tipico scetticismo siciliano toccarono l’animo di Gaetano Cipolla. Cipolla tradusse dunque, nel 1986, Don Chisciotti e Sanciu Panza, traduzione che gli ha richiesto circa quattro anni (il doppio del tempo che Meli impiegò per scriverlo). La traduzione è da intendere nel senso dell’ammirazione nei riguardi del Meli ma anche nel senso dell’ammirazione nei confronti del Don Chisciotti e Sanciu Panza, un poema che riflette, forse più compiutamente di ogni altro, la personalità del suo autore e i conflitti di quel tempo.

Nino Martoglio (1870-1921) ebbe fama primariamente per le sue attività di promotore della lingua siciliana nella poesia e nel teatro, di imprenditore teatrale, di poeta e commediografo. Fondò il settimanale politico e letterario D’Artagnan e acquisì grande notorietà dai suoi sonetti umoristici e dalla sua mordace satira. Fu autore di alcune fra le più memorabili commedie in siciliano di tutti i tempi: I civitoti in pretura, San Giuvanni decullatu e L’aria del continente, che ebbero e tuttora riscuotono enorme successo, e collaborò con Luigi Pirandello alla stesura di altre due commedie in siciliano: ’A vilanza e Cappiddazzu paga tuttu, entrambe del 1917. Centona, del 1899, la sua silloge di poesia universalmente nota, porta alla gente gli odori e i suoni della Sicilia, le passioni che sempre si agitano dentro i loro cuori tormentati e le memorie della loro amata e tragica terra.

Tutti i saggi contenuti in questo lavoro (in essi compreso quello su Francesco Lanza, i cui Mimi Siciliani nel 2008 Gaetano Cipolla ha tradotto) possono insegnarci, asserisce convintamente Gaetano Cipolla, qualcosa di nuovo sull’isola, aggiungendo nella loro diversità ognuno un pezzo alla composizione di quel complesso mosaico che è la Sicilia.

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