L’ultimo libro di Luigi Cannillo

LUIGI CANNILLO
Galleria del vento
poesie

prefazione di Sebastiano Aglieco

cannillo

NOTE DI ROSA SALVIA

Galleria del vento (La Vita Felice edizioni, 2014) di Luigi Cannillo è una silloge i cui versi, calati nel ‘magma’ di un reale stratificato e complesso, appaiono come il diagramma di un’esplorazione faticosa e sofferta che richiama il limbo purgatoriale di Dante. Già dalla prima poesia che dà il titolo alla raccolta si coglie il nesso fra realismo ‘visionario’, classicismo e allegoria:

Chi scuote questa galleria del vento

dove oscillano fiori e fondamenta

e palpitanti ci animiamo?

Come pianure disperse nella nebbia

misuriamo la potenza del vuoto

respirando l’aria dell’attrito

I cristalli del corpo si accendono

nell’alito imprevisto che ci sfiora

Sono lampi e scatti nel corridoio buio,

e sulla pelle vetro si alterna

a velluto, nel vortice che scorre

sul tappeto o si impenna

un capitano naviga il destino

Dantesca è soprattutto l’idea di una lingua “come per se stessa mossa”, obbediente a un’imperiosa ispirazione interiore, necessitata ad aderire alla materia.

Peraltro, come si vede già da questa prima poesia, l’universo di uomo e di poeta si tiene unito, in modo saldo e circolare; tutto è già dato e compiuto sin da subito, come ritorno su se stesso, in altre parole: destino.

E’ una poesia così adulta e composta da apparire per certi versi ‘inerme’. Si configura come banco di prova, messa in causa ora del soggetto poetante che si muove in una realtà fenomenica dai tratti incerti, sospesa fra sonno e veglia, ora del linguaggio che non sfocia mai in una valenza puramente estetica, in quanto il ritmo pur melodicamente cadenzato, rimane rarefatto e ‘mentale’.

Una poesia che destina la parola a finalità profondamente etiche, alla pacata accettazione del dolore, attraverso l’ossimorica coesione fra il nitore apollineo della lingua e la dionisiaca drammaticità del logos poetico.

Diviene evidente come il carattere predominante della raccolta sia la continua e perentoria alternanza di registri. Peraltro essa è suddivisa in quattro sezioni: L’ORDINE DELLA MADRE, 12 SEGNI, IL ROVESCIO DEL CORPO, BERLINER.

Gli elementi poetici ci confondono e si fondono fra essi. Un unico circolo, vizioso e virtuoso al tempo stesso, si compone di svariati ‘microcircoli’: i dodici segni zodiacali appunto, che paiono contraddistinti da un bisogno di dialogo all’interno di se stessi al fine di tracciare un solco fra la vita e la ricerca del suo senso e della sua pienezza.

Le incognite esistenziali sembrano bloccarsi come grumi impastati ad un tentativo di azione che vorrebbe spingere verso la realtà, indugiare, fermarsi su una tensione fra indifferenza e coinvolgimento, ma tale attesa non è nient’altro che il tempo programmato di una riflessione, una disponibilità anche al vuoto.

Lo sdoppiamento è forse la figura prediletta del poeta, un proiettarsi di passioni in fantasmi, non escluso il fantasma di se stesso come nella poesia del segno dei Gemelli a pag. 33:

III

Cercami nel profilo alla parete

nel vuoto scavato nell’aria

quando ci allontaniamo

Siamo i lembi separati da sempre

da sempre ricongiunti

destinati a inseguirci

e fuggire appena sfiorati

Fermami quando ti evito

se mi riconosci allo specchio

o se germoglio nella tua figura

L’impulso è distinguere

respingere il simile

fino a rinnegare i fratelli

Se ti avvicini si rivela il doppio

la negazione del primato

E il confine scritto sulla polvere

spalanca i denti a chi lo attraversa

Eppure mi immagini nel buio

planare come riflesso di stella

incontrandomi ti perdi

ritrovi il gemello perduto

Dunque la scrittura di Cannillo si popola di fantasmi, i fantasmi di sé si mescolano ai fantasmi della memoria e ai fantasmi degli stessi luoghi: quella Berlino che nella poesia vive una vita fatta anch’essa di ritorni, separazione, assenza, abbandoni, attesa:

BAHNHOF Zoo

C’è per tutti una seconda patria

dopo la curva aspetta

con un raggio spinto nella sera

Come la prima parla una lingua

estranea che ci invita

ma alla parola successiva assedia

Accoglie una nostra impronta

e un tempo mentre si distacca

Anche qui immagino e cammino

i viali si inseguono

in circolo, infiniti

e le finestre soffiano

nella notte una luce estranea

Anche da qui si scrive

con il coraggio della separazione

Diversi sono il viaggio, e l’attesa

il passo sospeso sulla nuova soglia

ma l’esilio è seminato ovunque

(pag. 64)

Come osserva Sebastiano Aglieco nella prefazione, nella prima sezione del libro

L’ordine della madre, l’esperienza della perdita “è la necessità della maturazione,

del passaggio in un secondo tempo della vita quando una voce ci parla più sommessa, senza urlare e ci chiede uno sguardo più aperto, capace di abbracciare anche la morte,

di darle una forma e un nome meno terribile”.

In questo nucleo di poesie gli ‘oggetti della casa’ acquistano un significato particolare, addirittura divengono segnali che ‘anticipano il lutto’. (pag.17)

Sono le occasioni minime, di montaliana memoria, gli oggetti o i gesti o le situazioni sfuggite al potere irrigidente della realtà, emblemi che possono schiudere il luogo oscuro della prigionia, tracce di una via di fuga dall’abisso della morte interiore.

L’ordine della madre impronta

forme e limiti, ogni creta

e vetro in ogni armadio:

quanto accanto, quanto a distanza

mormorando il nome

Ha soffiato vento nelle spugne

acceso le luci necessarie

E i nomi scomposti così sussurrati

si definiscono attorno ai confini

conversano, è quel discorrere

l’ordine ad animare la casa

Il materno si dichiara al mondo

nella cura, la scriminatura

nel tesoro delle bocche

L’origine, lo spazio si dispongono

nelle valigie, così l’universo

viaggia con noi, stabilito

nei nostri gesti e nel sonno

(pag. 21)

Vedi, tutto si riduce ad attesa

il superfluo brucerà nella memoria

Restano poche insegne a scorrere

tutto è ieri e sembra solo osso,

poche righe accompagnano

che la gola restituisce all’aria

E così che l’orizzonte viene

a riprenderci, così minimi e arresi

Di fronte un quaderno aperto

continua a cercarti e chiama

dove si nasconde il proprio male

Ripete in ogni pagina mamma

ormai è buio, è ora di tornare

(pag.22)

Anche il corpo allo stremo

continua a proteggerci figli

C’è ancora una mano

a medicare la ferita

a colorare il sogno della casa

A noi che torniamo indifesi

l’origine dei gesti innocenti

consegna in eredità l’uscita

Che sia un corridoio agile

e il viaggio in fortuna di vento

affidato a una vena pulsante

Il tempo adesso è tutto nostro peso

le ore firmano la fronte di chi resta

(pag. 24)

La bellezza della madre è maternità in servizio e poi… grande memoria.

Nella sezione Il rovescio del corpo, Cannillo ci restituisce alla nostra stessa realtà, quella del corpo ‘estasi e tortura, in un unico respiro / che tutto trafigge, come freccia ferma’ […], (pag. 46)

Il corpo diventa una dimensione gnoseologica dell’esistere, di fronte al quale il poeta delinea una lirica giocata tutta sul registro delle note esistenziali di una condizione incerta, di un vagare che si nutre di un risentito smarrimento come di un desiderio incessante.

E’ così che i versi martellano instancabili una crepuscolare oscillazione tesa a cogliere le più variegate espressioni dell’esistere, i più vaghi labirinti dell’intelletto,

arrivando a comunicare una sensazione tattile: quella del ‘potere del corpo’ che ‘esplode muto’ […], (pag. 46) o ancora: ‘Una bracciata, si capovolge il corpo / e cerca il resto di universo nel compagno’ […], (pag. 50)

La trama del corpo si mostra

al rovescio e l’unica maglia

intreccia il reciproco assedio:

il mio desiderio verso le tue mura

e il tuo esserci al mio desiderare

Un cerchio di fuoco sorveglia

fiero e minaccioso il territorio

perché nessuna vela di salvezza

possa penetrare e l’assediato infine

debba scagliarsi fuori tra le fiamme

E ancora il laccio si ritorce in cappio:

spinge spietato verso la tua assenza

e mozza il fiato all’appuntamento

(pag. 55)

Dunque è l’angoscia del vuoto la sensazione dominante che opprime il poeta, che

lo spinge a cogliere il battito forte del suo straniamento, per poi arrendersi al proprio destino.

Ma in fondo, non sempre è necessario capire; a volte, è solo sufficiente vivere nel migliore dei modi possibili: attraverso la comunicazione poetica. Rosa Salvia

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2 Replies to “L’ultimo libro di Luigi Cannillo”

  1. Leggo e rileggo questo libro e ne resto sempre più felicemente sorpreso. Da un’iniziale difficoltà mi sta portando in territori per me nuovi e molto affascinanti. Grazie Rosa e grazie Luigi carissimo.

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  2. E’ vero Christian, anch’io ci ho messo tempo a scriverne, l’ho letto più volte e sempre vi ho trovato nuovi spunti di riflessione. Grazie a te!

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