Antonio Devicienti su un libro di Ilaria Seclì

 

Ilaria Seclì, Del pesce e dell’acquario, Faloppio (CO), LietoColle Libri, Collana “Aretusa”, 2009.

copQuella di Ilaria Seclì è una poesia di estrema coerenza stilistica e tematica. Così come accade, ad esempio, per la scrittura di Cristina Annino e di Marina Pizzi, la ricerca della poetessa salentina s’impernia su di un linguaggio che continuamente forza se stesso, provando a spingersi in direzioni inedite per soluzioni metaforiche e immaginifiche, abbandonando impostazioni di canto e di struttura tradizionali per cercare negli accostamenti fonici e concettuali quelle che chiamerei deflagrazioni del senso e quindi un dire un mondo nel quale proprio gli orizzonti del senso paiono o scomparsi oppure ambigui e sfuggenti. Oserei affermare che quella di Ilaria è una poesia conoscitiva, perché sembra che lo sguardo della poetessa sia continuamente presente nella scrittura cui non interessano soltanto stati d’animo o sensazioni, ma anche precise argomentazioni intorno a situazioni e accadimenti: il singolo testo poetico tende a rappresentare e non ad alludere, a descrivere e non a suggerire, ma tutto questo esso realizza costruendosi grazie ad un linguaggio non tradizionale né quotidiano. La poesia sta anche (ma non solo) in questo “poièin”, in questo continuamente forgiare e riforgiare gli strumenti comunicativi, in questo accendere il fuoco del fare che, in poesia, è dire segnando la mente di chi legge, modificandone abitudini di pensiero e di percezione. E più m’inoltro nella lettura delle voci poetiche a me contemporanee, più mi accorgo quanto determinante sia il magistero di Amelia Rosselli, cui va aggiunto, nel caso di Ilaria, quello di almeno due poeti salentini: Claudia Ruggeri e, soprattutto, Antonio Leonardo Verri, formidabile e mai troppo compianto poeta, animatore culturale, editore, umanissimo ed entusiasta cultore della poesia e dell’amicizia che sapeva intessere tra poeti accomunati dal medesimo sentire e da un medesimo progetto culturale. Non posso tacere però i nomi di Paolo Fichera, di Michele Truglia, Simone Giorgino sodali nella ricerca poetica e nelle iniziative culturali cui Ilaria Seclì partecipa e che, appartati ma consapevoli e determinati, forniscono un contributo davvero alto e sprovincializzante ad un panorama poetico che più di una volta non riconosce il valore, ma l’appartenenza.

È legittimo chiedersi come interpretare il titolo del libro e cercarne le ragioni durante la lettura. Proprio Paolo Fichera, in una bella riflessione rintracciabile all’indirizzo http://theregionofunlikeness.wordpress.com/2014/09/02/ilaria-secli_del-pesce-e-dellacquario/

 scrive: “Chi si appresta alla lettura (…) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo: l’intravedere, fissata su carta, una forma mentale fatta d’acqua. Forma mentale che diviene nello stesso momento raggio di sole sulla superficie dell’acqua, acqua che lo accoglie, specchio d’acqua che ancora lo riflette, i nostri occhi che osservano questo gioco”.

Il pesce potrebbe essere allora la poetessa (e con lei il lettore) che si muove nell’acqua sempre cangiante (ma vitale) della realtà e della parola. La stessa foto di copertina, scattata dalla poetessa nella casa Batlló (progettista Antoni Gaudì) a Barcellona, è una sagoma di luce (che potrebbe richiamare quella di un pesce) il cui titolo è “Squarcio di luce” e dunque, in quanto luce, pervasa di movimento e di aurorale irrompere; ecco come s’apre il libro:

la stessa forza del fiore che apre, la pioggia che si svuota, il muro secco inginocchiato e la nuca alla prima comunione con il sole. arriva la voce e sa: formica accanita, silenzio di santuario, ammasso di colori alla poltrona.
l’estate non seppe il nero e tanta ne voglio e cerco ancora. Tu, che spalanchi al palmo il mare che la bocca di febbraio strinse. per i segreti cassetti del monte sommerso: il marinaio pregò, il pesce ebbe confidente. porti la conchiglia all’orecchio per ricordarmi il suono delle madri.
io, sposa del dio estinto. del figlio perduto. se il cielo rovescia ancora ciò che la terra solleva tu tieni e sposti nella misericordia della valle senza vento
(pag. 9).

L’avvio, che ricorda l’attacco di una delle liriche più belle di Dylan Thomas (the force that trough the green fuse drives the flower), ci introduce ad un testo già totalmente segnato dalle cifre stilistiche peculiari di Ilaria Seclì: una ritmica che, dilatando il verso molto ben oltre la cadenza classica dell’endecasillabo, lo trasfigura in cadenze musicali e concettuali le quali, da un punto di vista tipografico, hanno talvolta l’apparenza di testi in prosa poetica, ma che, in realtà, costituiscono la visualizzazione sul foglio proprio di una frase poetica che non conosce interruzioni, che si snoda continua e all’interno della quale il punto fermo (seguito, si badi bene, dall’iniziale minuscola) o un altro segno di punteggiatura sono musicali suggerimenti d’intonazione e ritmo.

Allo stesso modo il verso libero, sostenuto di frequente dall’enjambement, si determina come unità ritmica non isolata, ma immersa nel continuum dell’intonazione come nell’esempio che segue:

non sarà così diverso il destino di dopo
come oggi grigio e poco vento
stesso filo per la roba ad asciugare
e un’ombra vaga di fumo, forse
ancora dai camini. eterno novembre
o febbraio senza attesa. e la grazia, talvolta
dei risorti alla primavera antica
con un tiepido colore di vendemmia
un silenzio dei pesci fecondato dall’acqua
per il mistero lungo convesso alla parola
il mai visto
si piegano in danza familiari melodie
e col giunco d’ebano cuciono il pensiero,
scivolandolo per sempre nella quiete illesa
del mare. lì, il mantra dei millenni
lì, il segreto semplice alla porta
del rovesciamento esatto

né alcuna lingua scioglieranno (pag. 10).

Nel modo che le è peculiare, Ilaria rappresenta il tempo che ci sta alle spalle e il nostro presente, utilizzando il linguaggio in un modo che le permette di sfuggire al modo convenzionale del dire in poesia che è, dopo secoli di tradizione lirica occidentale, una delle questioni fondamentali da affrontare quando si scrive:

né linea più fedele all’orizzonte
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono
l’eterno movimento che conosce
tutti riavvolti i respiri degli animali
i muri d’oriente appiccicano nomi,
foto smunte, attrezzi, camicie del ‘900
sui muri gialli che il sole avrà. il ferro
alla terrazza, il geranio orfano d’aria
ceduto alla domanda scomposta del gatto
uno scalcio d’amnio innaturale
attutito da altri mondi in mezzo
dal silenzio pieno che verrà
tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchia sul marmo
(pag. 12).

In realtà quest’ultimo testo apre l’ebook I mosaici di Idrusa pubblicato nel marzo 2008 su PaginaZero (http://rivistapaginazero.wordpress.com/2008/03/03/e-book-ilaria-secli/), costituendo dunque un’anticipazione del libro poi edito da LietoColle; vi compare l’invenzione sia concettuale che verbale (e a tutt’oggi centrale nella poesia di Seclì) dell’Immobile Afono che sembra costituire una distante (o metafisica) presenza muta (non si sa se benigna, maligna o soltanto indifferente e che farebbe pensare al concetto aristotelico del Motore immobile) e che fa da sfondo allo svolgersi dell’esistere di cose, animali e persone lungo i secoli; l’Immobile Afono sembra essere anche lo spazio vasto del dire, uno spazio in sé a-fono, ma nel quale la foné della poetessa s’installa e si fa udire intonando una lingua dotata di una sintassi sua peculiare e di una strutturazione di concetti ed immagini sempre sorprendente, originale, in grado di riscattare il linguaggio comune (ed il suo portato di metafore usurate), riconducendolo ad un tentativo di significare e di inventare, in una ri-fondazione dell’espressione e della realtà. In tal senso la poesia di Ilaria Seclì s’immette nell’alveo tracciato da quei poeti che raccolgono e rilanciano la sfida al labirinto, che, oltre la messa in crisi del linguaggio e degli strumenti conoscitivi, si ostinano ad usare proprio il linguaggio per avanzare nel buio e nell’impermanente, nel frammentato e nell’indidioso. Qui, ad esempio: oltre la tramatura del testo si riconosce un paesaggio, verosimilmente salentino o, comunque, meridionale, rappresentato, appunto, per doloranti frammenti tenuti insieme dai “secoli di pietra” e se il luogo delineato nel testo fosse Otranto, allora si renderebbero perspicue molte immagini presenti nel testo, con quel sinistro rombo di vento / venturo che può rappresentare tanto la celebre conquista turca della città, che il nostro stesso futuro, che così spesso ci appare minaccioso e distruttivo. Del pesce e dell’acquario è infatti anche referto di una caduta e di una distruzione in atto da molto tempo che, riducendo ogni cosa in frantumi, viene frenata (o soltanto ritardata) dalla capacità che ha la parola di verbalizzare tale processo e di salvare quei frammenti, tentando di trovarne e conservarne le connessioni; in questo senso potrebbe essere letto l’accenno ai mosaici (elemento di riferimento è infatti il mosaico del monaco Pantaleone nella Cattedrale d’Otranto) e ad Idrusa che, secondo la leggenda, da donna forte, indipendente e coraggiosa avrebbe preferito la morte piuttosto che subire la violenza dei Turchi conquistatori: in realtà nella raccolta di LietoColle non compare alcun accenno ad Idrusa, ma certamente Ilaria Seclì dispiega nel libro un suo atteggiamento agonico e coraggioso nei confronti della realtà da un lato liquida (sfuggente, inafferrabile), dall’altro violenta ed offensiva.

Proprio rimanendo nel tema dell’autorappresentazione di sé, leggiamo ora un testo stupendo per luminosità delle immagini ed equilibrio compositivo, uno degli epicentri della silloge:

bilancia d’acqua

passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,
magari con la sottana trattenuta ai fianchi
chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,
farne un fatto d’atmosfera, un’altalena sospesa
a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga
del mare, nell’acqua che sciaborda. già mia madre
mi teneva così, raccolta e appesa
nella bacinella trattenuta da due sedie
con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate
già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia
d’acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,
creatura di grazia, senza stare
(pag. 16).

L’acqua della nascita (il liquido amniotico), l’acqua purificatrice (il lavarsi), l’acqua marina, il suono dell’acqua: ecco ciò che, in un libro intitolato al pesce e all’acquario, viene celebrato con un testo benedetto dalla grazia della poesia.

Ma il crollo, la rovina, il franare, come già detto, sono minacce e presenze costanti:

franeremo, saremo tempo claudicante
le incerte, le casuali, goffe geografie
nessuna tregua al singhiozzo,
malaccomodati. sperano, spereremo
estasi per le accorciate estati
o ebbrezza, per favore, per la via
chiederemo questo a elemosina,
incoraggiati più da alcuno orgoglio
alcuno vanto. come i pellegrini
il pane purché sia pane,
anche sull’uscio arrugginito e secco
(pag. 21).

Tramite l’iterazione, gli omoioteleuti, le allitterazioni, le assonanze e consonanze Seclì costruisce il testo per aggiunte in successione di elementi connessi, appunto, da richiami sonori e semantici, per cui la consapevolezza e la presa d’atto del “franare” non coincidono con la rassegnazione o il semplice referto, ma, tramite il linguaggio, danno luogo ad un atteggiamento attivo e dialettico rispetto a quel rovinare, ad un chiedere durante il cammino (per la via), perché vivere ed interrogare gli altri e il mondo è, evidentemente, un chiedere l’elemosina, cioè la com-passione, il riconoscersi accomunati da un medesimo dolore bisognoso di comprensione e solidarietà, anche sull’uscio arrugginito e secco quale spesso ci appare il mondo.

Quello di Ilaria è un linguaggio accesamente immaginifico e fortemente metaforico che esige un lettore collaborativo e a sua volta esigente; non è un caso, tra l’altro, che Del pesce e dell’acquario sia in stretta relazione, come ho già anticipato, con l’opera, oltre che di Paolo Fichera, anche di Simone Giorgino e MicheleTruglia, due poeti salentini dei quali sono presenti precise citazioni nel libro di Seclì, poeti che potremmo definire appartati, ma a dir poco interessanti ed originali i quali, assieme a Luciano Pagano, hanno pubblicato un libro dal titolo Venenum (Liberars, Lecce, 2000), passato (salvo pochi casi) relativamente inosservato e che, invece, è testimonianza di un’esperienza di ricerca poetica condivisa ed innovatrice come poche, determinata senza remore a rompere gli schemi di un fare poesia (ed editoria di poesia) accademica ed istituzionalizzata, spesso ipocrita e asservita ad interessi economici, in altri termini “normalizzata ed addomesticata”; mi piace allora sottolineare come proprio fuori da viete direzioni di poetica sia l’opera di Ilaria, come essa tragga nutrimento da esperienze periferiche, ma forse proprio per questo assai feconde ed avanzate e si pensi anche all’opera di Claudia Ruggeri, di Salvatore Toma, del già citato Verri. In tal senso l’elfo (come forse il Matto o l’Attore nell’opera di Claudia Ruggeri Inferno minore) potrebbe essere intesa quale incarnazione del poeta:

Lamento per la morte di un elfo

nulla muove la pozzanghera
eppure è acqua l’acqua che la colma
e dipana sì, saltellando come può
il mistero del sole e della pioggia

basterà a farlo sbranare l’ipotesi alchemica
che tenga interi i tondi e gli spigoli cattivi
i bordi no, non sa che farsene
ma la sua bocca

magari vicino alla lampada blu e la stufa lì
una sorveglianza impacciata che richieda zelo
e la vergogna di non immaginare il senso
di tutti quei mondi stropicciati

stropicciato all’avvenire coi pantaloni senza appiglio
scala piramidi e alghe profumate
come sa come vuole come gli consiglia
il vento

di che si nutrono questi animali. di che gli elfi
squarteranno una donna di denari e l’appenderanno poi
all’albero della cuccagna fino a piangerla in coro
per amore

se lo guardi e sai, scivolerai lenta al fiume
come una barchetta a largo del sonno
basta leggergli le mani e le gambe sottili
al pianoforte muto

l’olio all’acqua per la luce eterna
l’olio che galleggia e porge la palla al bambino
tutti quei bimbi spaventati e i matti e i giocolieri
e tutte le eredità dell’abbecedario,

nei suoi occhi. e una verità che canta al dondolo
di una mistica implorante
in un giardino d’acqua profumata e insalata
un giardino caldo. di primizie mortali

provaci poi a restare quando stapperà tutte insieme
dalla nave stellare le armi, le mille acrobazie del fuoco
e dell’acquario. o una pira di fieno incendierà
al nuovo giullare dei turchi. senza nome
(pagg. 26 e 27).

Treni arrugginiti ed abbandonati fuori delle stazioni coagulano la poesia dell’attenzione per ciò che, solitamente, non balza all’occhio, ma in realtà accumula senso e visione, facendo da ponte tra ciò che era e ciò che è; invito il lettore a considerare non solo la bellezza delle immagini, ma anche il ritmo ampio innescato e scandito dagli enjambements e dall’assenza per 12 versi consecutivi di qualunque segno d’interpunzione e che prepara la clausola finale composta da un distico ed un quinario finale franto nelle sillabe che lo compongono:

quei treni arrugginiti strappati
all’andare coi finestrini rotti
decapitati alla domanda al vento
e una sola manciata
di umanità roditoria e indaffarata
l’azzurro terso e un urlo
appiedato tra cielo e terra
realtà di creta spacciata al taglio
irregolare del vetro e dell’avanti
la forca e l’imbarco nero
un soggetto fin troppo straripante
ma il biglietto dal cuore della città
sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:
un elfo muove parole e le soffia
fino all’orlo di un senso vivo
in de ci fra to
(pag. 29).

Ma persiste comunque un dialogo con le forme tradizionali della poesia italiana, per cui se nel Lamento per la morte di un elfo il testo si organizza in quartine di versi liberi, quello che segue sembra un sonetto, anch’esso in versi liberi (con l’annotazione che il verso di Seclì tende ad essere un endecasillabo ipermetro) e il tema sembra essere anche (ma non solo) quello delle forme del dire in poesia:

Il polso che afferrò la mano e somme superfici
al soldo dell’azzardo perfetto impronunciato
ostaggi del suo tabarro i senza corpo fiati
tondo l’artiglio, l’ortica, precisa la bestemmia

Tenuto il verbo tenuto il sonno astante
imbarazzato, troppa grazia per i giorni
di queste lune a chiazze e stanche
facevi lento senza scopo e briciole

E il suono e l’obbedienza intera a poco a poco
fatto sangue il sangue creduto fermo, tuono
abbia a ricordare l’unico prodigio, il solo

Di questo che ritorna soffio d’altra aria
altri nomi e venti, altre mani scoperchiate
le cifre irrisolte eterne che ci sono state date
(pag. 32).

Scrive molto bene Antonio Errico in http://salentopoesia.blogspot.it/2009/08/il-mestiere-del-poeta.html : “È poeta che tende il linguaggio fino allo spasimo, Ilaria Seclì. Che tenta di violare la soglia del dicibile nella consapevolezza che l’indicibile resterà comunque tale. Ma lei si muove lungo quella soglia: guarda al di là, sbircia o scruta, sospettando che ci possa essere, in qualche punto, un varco, una maglia rotta nella rete, un pertugio che consenta l’incursione. Nel frattempo intercetta suggestioni. Tutti i segnali che le arrivano dalla sponda dell’inespresso si fanno seduzione di poesia sulla poesia, per la poesia. Una sperimentazione pacata, serena, meditata, distante da mode, modelli, artificiosità, pensata soprattutto come un confronto con se stessa, con il proprio universo semantico, con la forma del linguaggio che si è impastata ancora di più con la ricerca del pensiero, con una riflessione profonda, essenziale. Ilaria Seclì cerca costantemente la metamorfosi del significato, l’espansione che sia in grado di tessere relazioni tra concetti distanti, associazioni che annodano elementi provenienti da sfere tematiche senza apparente connessione. Ed è probabilmente questa la caratteristica più interessante, perché più di ogni altra rivela l’azzardo del colpo di dadi, la capacità di stringere nodi espressivi fondamentali, l’abilità nel cambiare registro, di intrecciare l’aulico e il quotidiano, l’eco letteraria con un’immagine della memoria.

Ha una fiducia enorme nella parola, Ilaria Seclì, e al tempo stesso sembra che ne tema il tradimento, l’ammutinamento”. E leggiamo, infatti, il testo che segue per avere conferma precisa di tutto questo:

verrà che non abitiamo più i nomi
non li saprete pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
la polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare
(pag. 45).

Il superamento dell’apparenza, la volontà di squarciare o almeno sollevare il velo di Maya, l’interrogarsi sulla nominazione delle cose e degli eventi, sul nesso reale oppure fallace tra parola e cosa, tra parola ed accadimento sono l’imperativo sia conoscitivo che etico che sottende un tale modo di poetare, costituendo la radicalità con cui Ilaria si pone, in quanto poeta, di fronte al mondo e ai fatti del mondo.

Sottolineo qui che il libro si articola in quattro sezioni, delle quali la prima non ha titolo, la seconda si chiama Dal bosco, la terza Tre giorni postumi o dellogniddove e l’ultima L’opera maltradotta, la quale si apre con un testo intitolato Carrozza barocca e che richiama il titolo del bellissimo Lamento della sposa barocca di Claudia Ruggeri, ma anche la suggestione assai forte che il Barocco leccese e salentino esercita su Ilaria in termini di rappresentazione del reale e della sua verbalizzazione. Scriveva Claudia: t’avrei lavato i piedi / oppure mi sarei fatta altissima / come i soffitti scavalcati di cieli / come voce in voce si sconquassa / tornando folle ed organando a schiere / come si leva assalto e candore demente / alla colonna che porta la corolla e la maledizione / di Gabriele, che porta un canto ed un profilo / che cade, se scattano vele in mille luoghi / (…) e scrive Ilaria:

Pensandoci se ne potevano trovare altre.
pensandoci se ne potevano trovare di migliori.
forse più efficaci. non farse false soluzioni. forse.
sollevata appesa bruciata stordita.
Pensandoci se ne potevano trovare.
Offerta senza oneste intenzioni
in tuffi blu di cristi kieslowskiani.

Fosse vivo E. 17 nel ’92. fossi viva io.
fosse stato un albero o un’unghia di gallina
l’ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.
fosse stato un albero o un’unghia di gallina
l’ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.

Oh angoscia che viene in belletto e s’affaccia
carrozza barocca décolleté prezioso
e gonna gonfia di merletti francesi. neri.
gonfia da infilarci una vita. uligine parigina
e giocare a giocarla tra le gambe intorno
ooo, ulaop, giro in tondo, giro in tondo
com’è folle il mondo, com’è folle la terra.

Oh madame ubriaca di vino e di eccesso
oh angoscia che viene in belletto e s’affaccia
carrozza barocca. portiamola in scena la parte
proviamola ancora montiamo le luci schiariamo le voci.
Dei morti è il pubblico ed è lì ad ascoltare
senza tirso o crocefisso a farli ballare
che è singhiozzo di bruti________ed è meglio all’appello__________

scappare (pagg. 49 e 50).

Ed ecco come la poetessa salentina ritrae se stessa in 7 versi d’icastica precisione:

me ne vado nuda e fiera
mi porto l’umanità nella pancia
nelle braccia gotiche e snelle
sui marciapiedi, per i vicoli stretti
non so se mi difendo e strappo
o mi porgo soltanto indifferente
al silenzio al buio al niente
(pag. 51).

Non è un atto di narcisismo, ma la dichiarazione di un essere-nella-poesia e di un vivere-nella-poesia ininterrotto, un far coincidere poesia ed esistenza proprio in un tempo come il nostro in cui la stragrande maggioranza delle persone è stata persuasa ad accostarsi alle cose della vita da una prospettiva economicistica ed utilitaristica, convinta a rinunciare alla sfera spirituale ed estetica; la necessità della bellezza e del canto, dileggiata e sbeffeggiata dal potere e dai più, viene riaffermata in questo libro proprio guardando dritto negli occhi dolore e volgarità, violenza e menzogna. Non si spiegherebbe altrimenti la vertiginosa verità di un testo come

BERTRAND E JULIE

la morte s’inginocchiò che era cosa sconosciuta quel cadavere giovane di un amore che si puliva ancora le labbra delle sue libagioni infilate di sangue e alcool tra un Monet e un Picasso tra foto linguacciute e bilancini di precisione.
una croce si contorse e con gli occhi allucinati invitò alla rassegnazione o alla rivoluzione della carne. schiodarsi, in realtà, e soccorrere, non lei, l’assassino. consolarlo. schiodarsi chiedeva alla seconda inattesa Passione.
dagli orifizi dell’appartamento qualcosa filtrava. sottile e inesorabile, gonfio di peste e maledizione. di morte o liberazione. che colava polverosa come da abissi di galassie in fuga o come imperituro fuoco di eugenici esseri terragni.
era l’ Avvento. il suo proclama. a raccolta chiamava i destinati.
Julie, la morta, sorrideva al cuore sacro e puro di Bernard mentre il suo gocciolava come un acquerello distratto.
quando arrivarono lui salterellava con le labbra ipnotizzate sulla fronte, sul mento, sugli occhi di lei e sulla bocca, come in una danza a croce di calvario.
quando arrivarono, Bertrand immaginò di perderla. e svenne. poi rinvenne. e vomitò. quando arrivarono lo ammanettarono. lui piangeva e gridava SEGUIMI, Julie, SEGUIMI!
nuvole color muschio si affacciarono allungandosi timide dai vasi, dai cassetti, dalle valigie scomposte, dagli armadi aperti, dal buio vuoto di scarpe spaiate. e una nenia sacra veniva come odore indecifrabile e si gonfiava ed espandeva a tela o canto di penelope.
i polmoni rossi della Terra venuti a congelare il frutto acerbo di un’altra Storia.
un tentativo precoce e perfetto di resurrezione
(pagg. 57 e 58).

E nel lessico di chi vive e scrive la poesia in modo totalizzante il guasto e l’errore sono espressi a mezzo della metafora dell’opera maltradotta:

l’opera maltradotta

per me – ora – solo la camicia
bianca. sempre più bianca
acqua insaponata bollente
merletto luciferino
un’onda corta di luce zolfina
una pioggia al continente per gli amori
clandestini.
sia spenta la luce e s’indori il silenzio
semplici le parole e profondo il respiro
il Nulla solo o la danza leggera
del mio uomo a riparare
l’opera maltradotta
(pag. 59).

Quel verbo (riparare) viene così a porsi come chiave sia del vivere che del poetare.

Gli anni i cieli appesi a un nome
ogni stanza, doga, misura delle cose
vischio alla pietra, annuso di bussola (la)
la sola direzione fuoco spento il resto
gli altri punti cardinali
Scricchiola e sibila ribelle
il banco vuoto della scuola
il nodo di un altrove senza errore
per la pelle e stracciata libertà
Saranno nervi tesi, tesa ai denti
questa stretta umanità mi annega

Picciol cosa”, cosa intera e sana
cosa sanguinante e pura
balsamo, pietà, amorevole cura
figlio e non madre a modo d’altri
amore, il mio, incapace amore
Mi spingo come i nani da giardino
altre fosse, altre feritoie
ma siano sospese al vento, sfatte
nicchie per le ipotesi sottili della pioggia
che alcun peso ha mai concesso
fuor del suono luminoso sopra i vetri
(pag. 65).

I tre versi conclusivi mi sembrano un’ottima definizione della poesia stessa di Ilaria che, nella sua essenza d’acqua, assomiglia davvero alla pioggia (benedetta nel Salento spesso assetato) che, imbastendo ipotesi sottili, conserva la sua lievità risuonando come di luce sui vetri.


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4 thoughts on “Antonio Devicienti su un libro di Ilaria Seclì

  1. Poeta di talento. Riesce a tenere sotto controllo una scrittura che usa tutti gli strumenti evocativi messi a disposizione dalla poesia: figure retoriche, lingua, suono.

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  2. La gratuità di cui parliamo. ecco, eccola. è il modo per rifare il mondo, piccolo assoluto modo. si spostano così le traiettorie del profitto, fiori nella polvere grigia delle macerie. Grazia. Muoviamoci così in questo tempo che ci è concesso. Diamo dignità ai respiri nostri, al tebernacolo che onoriamo e ci cuce ai giorni. Luce e pane al mondo offeso…
    Grazie Antonio,
    cura attenzione ascolto. Grazie Sebastiano per l’accoglienza.

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  3. Sì, di recente ho avviato una riflessione personale sul tema della gratuità e tale riflessione ha avuto origine da quello che negli ultimi due anni ho letto proprio su “Le ragioni dell’acqua”: mi sono reso conto che veniva messa a disposizione di noi lettori, in maniera del tutto gratuita, una poesia di una bellezza e di una tensione conoscitiva ed etica rare, priva di narcisismo, semplicemente in attesa di essere letta. Ilaria parla di gratuità, io le rispondo dicendo che ad una poesia che ha l’altezza della sua è dovuto un atto di riconoscenza e in questo senso spero venga letta la mia proposta di lettura.
    Mi scuso con Ilaria, con Michele Truglia e con Sebastiano perché (e non ne so spiegare le ragioni) per me, fin da quando ho incontrato il suo nome, il bravissimo Truglia è stato “Giuseppe” e tale errore ho reiterato nel mio intervento; la gentile segnalazione di Ilaria ha fatto sì che a tale equivoco fosse posto rimedio.

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